"Non ci può essere pace tra la vittima ed il carnefice, non ci può essere pace tra il popolo e i suoi massacratori." (Antonio Gramsci)
 
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NORD AFRICA IN RIVOLTA PDF Stampa E-mail
giovedì 10 marzo 2011
Sample ImageL’attenzione ora è rivolta tutta alla Libia, ove è in corso una vera e propria guerra civile e dove, secondo H. Clinton, sarebbe avvenuto un “inaccettabile bagno di sangue”. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, invece, all’unanimità questa volta, con lo stesso voto favorevole di Cina e Russia, ha adottato pesanti sanzioni senza escludere altre forme di intervento. di Luigi Marino

Quello che è emerso con chiarezza nella analisi degli avvenimenti in Africa settentrionale è che il solo dato del Prodotto Interno Lordo non è sufficiente al fine di misurare le tensioni interne, la tenuta e lo stato di “salute” di un paese.
Non è insomma il PIL la cartina di tornasole esclusiva che possa prescindere da altre valutazioni. Anche per quanto concerne lo sviluppo economico, del resto giustamente, vengono proposti parametri correttivi complementari (tasso di disoccupazione, questione ambientale, ecc.) per evidenziare l’intrinseco limite del solo PIL.

Sino a qualche mese fa infatti è stato completamente ignorato dagli analisti politici ed economici il parametro del disagio sociale, crescente, che avvertono le nuove generazioni arabe, scolarizzate rispetto all’analfabetismo dei padri, avvezze ai nuovi strumenti di comunicazione di massa, desiderose di conoscere un mondo più largo rispetto al territorio in cui vivono. Queste generazioni esprimono in sostanza la volontà di contare di più rispetto alle stratificazioni di potere costituitesi, che a loro avviso, appaiono del tutto anacronistiche: dal disagio sociale e dalle sofferenze per le crescenti difficoltà della vita quindi, all’insofferenza verso poteri lungamente esercitati oltre ogni limite temporale sopportabile.
Gli analisti, basandosi essenzialmente sul solo dato del PIL, ci hanno fatto intendere che non vi erano fibrillazioni nell’area dell’Africa settentrionale, sostanzialmente “stabile” politicamente. Ed invece siamo a registrare un sommovimento ampio, che rappresenta il risveglio di coscienza di tanta parte delle popolazioni arabe.
L’Egitto,veniva detto, come altri paesi in via di sviluppo si attestava su un aumento del PIL del 7% circa annuo e, malgrado la crisi economico-finanziaria, comunque sul 5,3% di aumento; avrebbe presto superato il Sudafrica!
La Libia, a sua volta, conservava uno dei redditi pro-capite più alti del mondo arabo.
Almeno per questi due paesi l’analisi economica, malgrado l’alto livello del tasso di disoccupazione soprattutto giovanile (più della metà dei giovani laureati risultano disoccupati), l’incremento demografico enorme (6,8°/oo in Africa settentrionale a fronte dell’1,3°/oo in Europa) e l’assenza di mobilità sociale, non ha aiutato a decifrare la situazione di crisi rivoluzionaria che si andava a creare, risultata del tutto inaspettata.
Perché di vera e propria crisi rivoluzionaria si tratta, in cui da un lato strati consistenti delle classi subalterne non sono più rassegnate e disposte a subire le angherie del potere e, dall’altro, le classi dominanti non avendo più il necessario consenso, pur mantenendo la forza di coercizione, non possono più governare come prima. Di qui le insurrezioni popolari (ma sono movimenti di liberazione?) e le perduranti crisi organiche, che coinvolgono i regimi politici, i poteri trentennali, quarantennali, i rapporti istituzionali, ma anche gli ordinamenti socio-economici ed i rapporti di produzione. Nessuno ha saputo prevedere che di lì a poco masse popolari disorganizzate sarebbero passate dalla passività politica, dalla rassegnazione ad una vera e propria insurrezione civile contro il fallimento della politica delle classi dirigenti.
E’ possibile sostenere che si tratti di una volontà espressa soprattutto dalle masse giovanili di spingere in avanti un processo di modernizzazione del proprio paese contro un potere lungamente detenuto da leaders che, tra l’altro, vogliono perpetuarlo attraverso propri discendenti. C’è una ineludibile domanda di democrazia che viene dal basso!
Nel Maghreb – escluso forse il Marocco, ove alcune riforme hanno dato vita ad un pluralismo politico con alternanze al governo- non vi sono società intermedie, ma solo tribù, clan, ed in Libia, le “cabile”, da sempre in lotta tra di loro, con una storica divisione tra il nazionalismo beduino della Tripolitania e quello nazional-religioso dei senussiti della Cirenaica.
In Egitto, dove i giovani rappresentano i due terzi della popolazione, il voler imporre una successione da parte di Mubarak del proprio figlio, che tra l’altro non ha curato i rapporti con l’esercito, bensì con gli uomini d’affari, ha innescato l’insurrezione popolare verso la quale sin dall’inizio le Forze Armate hanno assunto un atteggiamento di “lasciar fare”. Ed in Egitto l’esercito, sostenuto tutt’ora finanziariamente dagli USA e che offre garanzie di stabilità politica nelle relazioni anche con Israele, ha assunto il potere, che spettava in base alla vigente Costituzione, al Presidente dell’Assemblea Popolare, tant’è che l’ambasciatore Sergio Romano, non esita a definire quanto accaduto sostanzialmente un “golpe militare”.
Ma l’attenzione ora è rivolta tutta alla Libia, ove è in corso una vera e propria guerra civile e dove, secondo H. Clinton, sarebbe avvenuto un “inaccettabile bagno di sangue”. Non ha avuto seguito il tentativo di Gheddafi di giustificare la repressione gridando al terrorismo islamico volto a creare in Cirenaica un emirato guidato da Al Qaida. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, invece, all’unanimità questa volta, con lo stesso voto favorevole di Cina e Russia, ha adottato pesanti sanzioni senza escludere altre forme di intervento.
Verso la Libia, al di là delle grottesche e spettacolari esibizioni del colonnello Gheddafi e delle “personalizzazioni” esternate dal Presidente del Consiglio Berlusconi circa i rapporti con la Libia, la politica estera del nostro Paese è stata caratterizzata dalla “continuità” delle relazioni e dalla coerenza agli interessi nazionali, stante la scelta di fondo di differenziare sia le fonti energetiche, sia gli stessi paesi di approvvigionamento, per evitare una dipendenza da un solo fornitore, e questo da Enrico Mattei in poi.
In Libia, come è noto, sono presenti l’Eni, la Finmeccanica, l’Unicredit, Impregilo – quotate in borsa! E tante imprese italiane medie e piccole. Ed è dalla Libia che viene il 24% del petrolio per L’Italia ed il 10% del gas che consumiamo, mentre vendiamo impianti industriali, infrastrutture, beni strumentali e di consumo. Di qui le sin troppo caute dichiarazioni del governo rispetto alla violenza della repressione che, in ogni caso, determinerà l’allontanamento, spontaneo o forzato, di Gheddafi da un potere troppo lungamente detenuto. Al di là della inevitabile “disinformazione” e della incerta, non controllabile attendibilità delle notizie propinateci in queste settimane dai mass-media (a partire dai raid aerei che non sarebbero nemmeno confermati dal nostro Ambasciatore a Tripoli), certamente l’era Gheddafi è politicamente terminata.
Dopo essere scampato ad una innumerevole serie di attentati pilotati dall’esterno, ma anche dall’interno, al bombardamento del 1986 della sua residenza che comportò anche la perdita di una figlia, Gheddafi, figlio di beduini poveri e nomadi, spodestò – con l’aiuto dei servizi segreti italiani?- il senusso re Idris, più vicino quest’ultimo agli inglesi e garante dei loro interessi.
Il Colonnello poteva in altro modo passare alla storia se, per tempo, si fosse prodigato per giungere ad un maggiore equilibrio interno tra le diverse realtà del paese, anziché rapportarsi essenzialmente ed in termini privilegiati alle proprie tribù di riferimento.
Gheddafi resterà comunque, al di là dell’imprevedibile svolgersi degli avvenimenti interni ed esterni, il creatore della “terza teoria universale”, ispirata al Corano ed a Nasser per superare capitalismo e marxismo, l’autore del “libro verde”, cioè di una forma di “socialismo arabo”, come reazione ad una concezione illuministica del socialismo, per cui le categorie e le regole siano le stesse in qualunque paese, prescindendo dalle tradizioni culturali e dalle condizioni socio-economiche presenti.
Il nuovo regime cui Gheddafi diede luogo era caratterizzato certamente dal panarabismo e dall’antimperialismo, ma anche dalla ferma volontà di cambiamento in contrapposizione alla corruzione ed alle prevaricazioni della monarchia senussita.
La sua battaglia contro le basi USA ed inglesi allora presenti in Libia, la sua lotta contro le compagnie petrolifere straniere per riappropriarsi delle risorse energetiche nazionali, le riforme portate avanti per assicurare assistenza sanitaria e istruzione gratuite, elettricità ed acqua anche nel remoto deserto, la tv in ogni famiglia (v.”Panorama” n.37 del 1984), resteranno comunque nella storia del paese.
Né si possono considerare “istituzioni finte” i Comitati Popolari cui fu dato luogo una volta eliminati i vertici del vecchio esercito di re Idris.
Sopravviverà al suo autore questa araba “terza via”?
Quello che preoccupa del dopo-Gheddafi è la volontà non nascosta degli USA, della Gran Bretagna e di altri, di “saldare i conti”, dopo la caduta del muro di Berlino.
E’ noto che , sin dagli anni ’50 Stati Uniti e Cia, per combattere il nazionalismo progressista arabo, che si ispirava al modello nasseriano, hanno alimentato il fondamentalismo islamico e nel caso dell’Afghanistan in funzione antisovietica e anticomunista.
H. Clinton ha annunciato sostegni agli insorti; navi USA sono state già dislocate nelle acque prospicienti la Libia.
“La Nato è pronta ad impadronirsi del petrolio libico?” ha detto Fidel Castro!
Quello che è certo è che un sostegno politico ma soprattutto militare agli insorti, un intervento armato dopo l’Iraq, sarebbe inteso soltanto come un inizio di una nuova colonizzazione e costituirebbe un insperato aiuto allo stesso Gheddafi che si vuole eliminare insieme alle sue teorie per sempre dalla scena politica libica.
Comincia quindi a profilarsi una “ingerenza umanitaria” ove l’ONU dia espresso mandato in tal senso, sotto possibile comando NATO e ciò anche per parare conseguenze indesiderate per quanto riguarda i futuri approvvigionamenti dalle risorse energetiche libiche ma pure, eventualmente, per contrastare propensioni verso l’islamismo cosiddetto radicale del dopo Gheddafi che non si possono comunque escludere.
Una nuova “ingerenza umanitaria”, cioè un intervento armato esterno costituirebbe solo una intromissione a favore solo di una parte nella guerra civile libica, un aiuto molto sospetto dell’Occidente perché la democrazia “si esporta” costruendo modelli sociali di riferimento da imitare, non con le guerre contrabbandate da “operazioni di pace”.
Qualcuno già parla di un nuovo Afghanistan. Dal momento che le risorse energetiche libiche sono divise tra Cirenaica e Tripolitania ci sarà una “Somalia” sul Mediterraneo?
Ed infine valgano alcune considerazioni. Dopo l’allargamento a 27 dell’U.E non esiste più, nemmeno parlata, una politica mediterranea europea. Ancora una volta prevalgono le divisioni e gli interessi nazionali. Una politica estera europea comune resta una chimera, mentre vanno avanti in tutte le direzioni e non solo verso il mondo arabo, rapporti esclusivamente bilaterali.
Nel Mediterraneo, l’Europa è destinata a svolgere il suo ruolo? E l’Italia? Si farà l’Italia scalzare da altri nelle relazioni con questi paesi e con la Libia in particolare, dopo aver tessuto per decenni rapporti di proficuo, reciproco interesse?




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