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Comunisti e libertari a Barcellona P.G. di Antonio Catalfamo
Anni fa un autorevole docente universitario di materie politologiche, già parlamentare comunista, scrisse un volumetto sul gruppo dirigente del Partito Comunista in provincia di Messina. Ma un altro illustre accademico, Enzo Santarelli, ci ha insegnato che ogni storia è storia sociale. Credo, comunque, che sarebbe stato più proficuo ed interessante fare la storia del “popolo comunista”, di quell’esercito di modesti militanti, che hanno difeso dalla reazione imperante il piccolo, ma decisivo avamposto, rappresentato dalla provincia di Messina, una provincia “bianca”, collocata nell’estremo Sud, perciò “doppia periferia”, come la Recanati del Leopardi. E’ bene spendere qualche riga, per ricordare soltanto alcuni di loro, perché sarebbe impossibile ricordarli tutti, anche se idealmente li associamo nella memoria. E’ molto più utile e produttivo che soffermarsi sulle beghe del gruppo dirigente provinciale, magari nobilitandole al di là del lecito. Ed è molto importante ricordare il sacrificio di questi compagni di base – come si diceva una volta – nel momento in cui la stessa presenza di una forza politica comunista è messa in forse non solo da leggi elettorali capestro, ma anche dal tradimento di tanti ex dirigenti comunisti, passati nelle file del capitalismo. Il ricordo non deve avere funzione consolatoria, perché il passato è come lo specchietto retrovisore della macchina: serve a guardare indietro per andare avanti. Il passato – ce lo ha insegnato Carlo Levi, richiamandosi a Gramsci – è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione. Mi limito a tratteggiare con poche pennellate alcune figure, purtroppo dimenticate, che operarono nella ristretta fascia tirrenica, nella quale vivo. L’eco delle loro gesta si è persa, ma qualche brandello delle loro storie di vita, come un fiume carsico, ogni tanto riemerge dai racconti degli anziani. E lo scrittore, si sa, tende l’orecchio, fa ricerche sul campo, specie nella Sicilia, ancora dominata dall’alone verista di Verga e Capuana. Procederò per piccoli “flashes”, come lampi al magnesio, trasmettendo al lettore figure dai contorni sfumati, così come sono pervenute a me attraverso i racconti carpiti al narratore popolare.Era l’immediato dopoguerra, le macerie della guerra erano ancora accumulate agli angoli delle strade. Non era facile essere comunisti in quegli anni, eppure a Barcellona Pozzo di Gotto era ben vivo ed operante un drappello di coraggiosi, che si riunivano clandestinamente, se capitava anche di notte, al camposanto, oppure in una casa privata, alla luce del lume a petrolio. Spesso si è parlato di loro come di idealisti inconcludenti, di poveri illusi, che vivevano in una dimensione anarchica, non conoscevano le regole organizzative del partito di massa. Ma furono capaci di grandi sacrifici: molti di loro rifiutarono un posto pubblico, offerto dall’avversario di classe in cambio di una facile abiura, furono perseguitati, emarginati. La sinistra “pragmatica” di oggi, se avesse questi uomini, non sarebbe arrivata alla frutta. Non ci sarebbero le fughe in massa, che si susseguono in rapida sequenza, al primo stormir di fronda.Costoro vivevano in una dimensione mitica, nel loro operare era ridotta al minimo la terra di nessuno che separa letteratura e vita. Molti erano poeti popolari, come Salvatore Natoli, cantastorie, che girava sui treni, distribuendo le sue ballate scritte sui famosi “fogli volanti”. Il 2 gennaio 1948 ci fu, a Barcellona Pozzo di Gotto, lo sciopero generale contro la disoccupazione. La “benemerita” sparò sulla folla dei manifestanti, accorsi in cinquemila, per rivendicare pane e lavoro. Nino Pino Balotta, veterinario anarchico dalla forza erculea, evitò la strage, fu ferito ed incarcerato. Quando uscì di galera, lo attendeva una folla immensa, che arrivava fino alle porte della città. Salvatore Natoli cantò la ballata “Pensiero e volontà”, in cui irrideva ai potenti, che erano costretti ad assistere alla scarcerazione ed all’acclamazione di Pino Balotta: “La vendetta non vogliamo / dei tiranni ad ogni costo / liberare Pin Balotta / metter loro al suo posto”. Pochi tra i sopravvissuti a quella stagione eroica ricordano Salvatore Natoli che si recava la domenica alla Camera del Lavoro, per battere i suoi testi a macchina, pigiando pazientemente i tasti della vecchia Olivetti con un solo dito. Era poeta popolare anche Vito Presti “Terrasanta”, pastore, intagliatore del legno, che leggeva le sue ballate dialettali nei comizi: “ ’Ntall’infernu / mancu li cani / ci vannu pi primi / i democristiani” (“Nell’inferno / peggio dei cani / ci vanno per primi / i democristiani”). Così recitava una famosa ballata dal titolo emblematico: “Democrazia, ciddazzu rapaci” (“Democrazia, uccellaccio rapace”). “Terrasanta” scolpì su un bastone le varie scene dello sciopero del 2 gennaio ’48. Altro poeta popolare era Francesco Mancuso, prima rappresentante di commercio e poi venditore ambulante di San Filippo del Mela, d’origini anarchiche. Ad ogni festa de “L’Unità” e del Primo Maggio scriveva una poesia in dialetto, suscitando le reazioni violente del ceto dominante e della cultura “ufficiale”, perché prendeva di mira i potenti ed i loro servitori. Fu autore di un Credo comunista, contrapposto a quello cattolico, che suscitò entusiasmo tra le masse popolari e che, per converso, gli fece sfiorare la scomunica da parte della chiesa. A Barcellona P.G. vanno ricordate, inoltre, le figure di Cosimo Torre, detto “Manuncula”, per via di un braccio monco, che una volta presidiò la Camera del Lavoro da solo, con due bombe a mano nelle tasche, e Bastiano Genovese, detto “Reale”, che alla Società Operaia soleva sfidare decine di anticomunisti, diffusi anche tra i piccoli artigiani e il sottoproletariato, votato all’accattonaggio politico. Le provocazioni anticomuniste raggiunsero il culmine in occasione dei “fatti d’Ungheria” del 1956. Un nutrito corteo di fascisti e di democristiani attraversò le vie principali di Barcellona. Giunto in prossimità della Camera del Lavoro, allora nella parte alta della centralissima via Roma, gruppi di facinorosi accennarono ad un attacco devastatore. Ma dall’interno un manipolo di militanti comunisti brandì minacciosamente bastoni e gambe di sedia. La determinazione dei difensori scoraggiò gli assedianti. Silio Grasso costruiva gabbie. Passando davanti alla porta della sua abitazione si sentiva il canto degli uccelli. Portava la coccarda rossa appesa al petto e la domenica comprava “L’Unità”, che esibiva con orgoglio nella tasca della giacca. Sempre presente ai comizi, il giorno che fu assente si seppe che era morto in solitudine, così come aveva vissuto. Tra le figure mitiche di segretari di origine proletaria che si successero alla guida della Camera del Lavoro di Barcellona, va ricordato don Fano Francalanza, venditore ambulante dalla chioma bianchissima, grande ragionatore dal dolce eloquio di filosofo popolare. Negli anni ’60 fu segretario della sezione comunista “Palmiro Togliatti” Salvatore Nania, già operaio a Milano e radiotecnico. Per qualche decennio pagò di tasca propria l’affitto della sezione e si accollò tutte le spese organizzative del partito. Eletto consigliere comunale, contrastò duramente la gestione democristiana del potere, anche quando il partito, agli inizi degli anni ’70, diventò accomodante. Rimase isolato all’interno del gruppo consiliare comunista e non ripropose la sua candidatura.A Barcellona c’erano alcuni gruppi organizzati, che tenevano riunioni semiclandestine in case private. Nella frazione Cannistrà, nel corso di queste riunioni, tutti i compagni convenuti dovevano bere, a giro, in un unico bicchiere, un vino nero come l’inchiostro. Officiatore del rito e “patriarca” era il vecchio comunista Milone. Altri nuclei organizzati esistevano nelle frazioni Gala, Pozzo di Gotto (fra gli altri vanno ricordati Carmelo Cutullo, proveniente da Messina, dove si era già avvicinato agli ambienti comunisti in occasione del referendum istituzionale del ’46, e Carmelo Mendolia, poi emigrato), Calderà e Spinesante. Nella frazione Sant’Antonino c’era una consistente presenza comunista spontanea, specialmente nelle file dei lavoratori dei magazzini ortofrutticoli, fra i quali si distingueva Peppino Costantino, militante semplice ma di ferma fede.
A Milazzo va ricordata la figura di Giuseppe Trimboli, detto “Don Pippinu Mmolafobbici”, che teneva bottega di arrotino in Piano Baele, dopo aver operato a Barcellona, città che aveva dovuto abbandonare in seguito alle discriminazioni politiche messe in atto nei suoi confronti.. Nei pressi della sua bottega artigianale si aggirava sempre un poliziotto in borghese, per identificare i militanti comunisti che si riunivano intorno al banchetto dell’artigiano, novello arrotino Calogero di vittoriniana memoria, che agognava di affilare ben altri coltelli: quelli della rivoluzione proletaria. A Bafia di Castroreale era bidello della Camera del Lavoro Giuseppe Bello, volgarmente soprannominato dalla piccola borghesia reazionaria “Peppe Trelire”. Io lo ricordo ieratico, con il basco da zolfataro in testa e la sigaretta popolare eternamente pendula dal labbro. Con tono sarcastico e con voce nasale apostrofava per la via i notabili del paese, contestando loro le varie malefatte. Per questo fu più volte minacciato. Questo movimento, nato nella fascia tirrenica del messinese e consolidatosi nel periodo fascista e dell’occupazione americana, intorno al giornale “Germinal” (diretto da “Esseno”, pseudonimo di Nino Pino), e, successivamente, nel dopoguerra, attraverso le lotte per l’applicazione dei decreti Gullo sul riparto dei prodotti agricoli e gli scioperi alla rovescia, fino all’ “autunno caldo” del ’69, indispettì i vertici provinciali del partito, che erano pregiudizialmente contrari al “movimentismo”, difficile da controllare, da ricondurre nell’ambito del sistema, ch’essi si guardavano bene dal mettere in discussione, essendone parte integrante. Perciò fecero di tutto per ostacolare il movimento, emarginando i quadri dirigenti, remando contro, portando acqua al mulino dell’avversario di classe.Un’immagine mi è rimasta impressa nella mente. Lo scenario era quello di Piazza San Sebastiano, a Barcellona, la sera di un Primo Maggio insolitamente freddo e piovoso. Il gruppo musicale concluse lo spettacolo intonando “Bandiera Rossa”. Ad un trattò salì sul palco, traballando, a causa degli anni e delle malattie, Silio Grasso. Afferrò una bandiera rossa col simbolo della falce e martello e cominciò ad agitarla con tutte le sue forze a destra e a manca, gridando: “Viva il grande Partito Comunista Italiano”. La bandiera al vento si gonfiava come la vela di una nave.Ora spetta a noi agitare quella bandiera e quel simbolo nel vento della tempesta. Tutti questi militanti comunisti sono stati rimossi dalla storia “ufficiale”. Ma quale silenzio può far dimenticare il loro esempio, nonché quello di coloro che li hanno preceduti nel tempo, da Salvatore Caratozzolo, antimilitarista barcellonese della “grande guerra”, anarchico, esposto alla gogna degli austriaci, che lo risparmiarono, a Sebastiano Torre, che viveva anarchicamente, adattandosi a qualsiasi lavoro e accettando la remunerazione necessaria per vivere, non per accantonare? Ad ogni anniversario di regime i carabinieri prelevavano dalla sua abitazione il Torre, portandolo al “sicuro”, per evitare che fosse coinvolto in attentati. Quale atto disonesto può oscurare l’onestà di Guido Rebecchi, ferroviere fiorentino, socialista, antifascista, perseguitato dal regime, che soggiornò a Barcellona, vendendo macchine da cucire? Quale astuzia oratoria può contraddire le parole limpide del “seggiolaio” Alfonso Failla, pronunciate al Teatro Mandanici, in risposta ad un provocatore, subito zittito dalla folla strabocchevole? Quale antidoto può spegnere gli “eroici furori” di quei coraggiosi che affissero sulla facciata del Palazzo Fazio la lapide di Giordano Bruno, subito sfregiata dalla reazione e poi rimossa? Quale storiografia “ufficiale” può cancellare l’invettiva di Paolo Schicchi, il “leone di Collesano”, contenuta nella “Lezione settima sui Reali Carabinieri”, contro la “benemerita”, che, il 2 gennaio del ’48, aveva sparato sulla folla inerme?
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