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di Antonio Bertuccelli
Questa campagna elettorale sembra avere un solo minimo comune denominatore tra i due più grossi partiti che concorrono: Il voto utile. Ma nessuno dei due soggetti politici si fa carico di spiegare agli elettori a chi sarebbe utile e a chi no. Per utile si intende di ciò che può servire in caso di bisogno; di utilizzabile; di cosa che riesce o può riuscire proficua, vantaggiosa, non invano. Gli elettori per capire l’utilità delle cose dovrebbero avere presente i programmi dei due e quindi fare un bilancio tra i cosiddetti “costi” e “ricavi” e, allargando la schiera dei partecipanti alla tornata elettorale, scegliere in base alle appartenenze, proprio in funzione dell’utilità per la loro condizione. Ma i due maggiori partiti, P.D. e P.D.L., e i loro leader, se ne guardano bene dal sottoporre a giudizio i veri propositi e preferiscono parlare con aggettivi che, furbescamente, non aiutano a comprendere la realtà, anche accusandosi a vicenda, gridando all’immoralità, di scopiazzarsi i programmi, e apparendo come due ingenui scolaretti. In realtà il vero scandalo è il fatto che i loro propositi sono simili, se non equivalenti, e rappresentano in maniera distinta la loro scelta di classe, cioè le loro scelte economiche e sociali che riproducono le istanze di chi deve garantirsi lo status acquisito, omettendo di dire che le elezioni non sono una “cosa” per cui “tifare”, che la politica non è una squadra di calcio, che, una volta passata la partita tutto torna come prima e si aspetta la “prossima di campionato” Le elezioni, i partiti politici e la politica stabiliscono se il cittadino deve avere l’assistenza sanitaria gratuita oppure no; stabiliscono se si può andare in pensione ad una certa età oppure no; dispongono della vita presente e futura di tanti anche attraverso i contratti di lavoro; decidono se ci devono essere ancora morti sul lavoro oppure emanare leggi che, se non le impediscono, almeno le riducano; danno regole che dovrebbero essere valide per tutti e quindi dovrebbero essere garanti della democrazia. Sulla base di questi obiettivi i cittadini dovrebbero stabilire da che parte stare, perchè la politica è anche quella “cosa” che determina le “classi sociali”, e quindi è artefice dell’economia e della vivibilità di ogni paese. Se si pensa che il rapporto economico tra un lavoratore medio e il suo più alto dirigente, negli anni ’50, era di uno a trenta (cioè il dirigente d’azienda percepiva trenta volte tanto rispetto al suo dipendente), ed è oggi mutato nel rapporto di uno a cinquecento, e che la busta paga dell’operaio medio viene tassata del 26%, mentre i guadagni dei “grandi menager” del 12.5%, permettendo a questi ultimi di trarre profitto anche di 250 milioni di euro in un solo giorno –vedi Luca Cordero di Montezemolo- mentre altri vivono a stento, la scelta di classe dove essere netta, e preferire in base alle appartenenze, in base alle prospettive e a quali traguardi si vuole giungere, rispondendo a chi ci chiede di privilegiare altro, che ci vuole una bella faccia tosta per domandarcelo.
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