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"Il volo notturno delle streghe. Il sabba della modernità" - Autore: Federico Martino* Recensione di Gaetano Silvestri, già Rettore Università di Messina e attuale componente della Corte Costituzionale
*Federico Martino, Ordinario di Storia del diritto italiano, è nato a Messina nel 1943. Studioso di diritto medievale, si è occupato del pensiero giuridico dei secoli XIII-XIV, dell’ideologia del potere in età fridericiana, di Storia delle istituzioni cittadine del Regno di Sicilia. Ha saldato l’impegno scientifico e didattico con quello politico e civile. Iscritto al PCI sino allo scioglimento, è stato eletto all’Assemblea Regionale Siciliana nelle liste del PRC ed ha ricoperto gli incarichi di Capogruppo e di Assessore alla Sanità e al Territorio e Ambiente. Fa parte del Consiglio Scientifico dell’Associazione politico culturale Marx XXI. Socio Ordinario dell’Istituto di Studi Bizantini e Neoellenici “B. Lavagnini” di Palermo e della Società messinese di Storia Patria, è direttore dell’“Archivio Storico Messinese” e membro del Consiglio Scientifico della “Rivista Internazionale di Diritto Comune”. Portavoce regionale coordinamento Pdci Sicilia. POTERE, CULTURA, POLITICA E DIRITTO. COSI’ SI GENERA UNA FAVOLA NERA Gaetano Silvestri: “Il volo notturno delle streghe. Il sabba della modernità”, un dotto studio storico di Federico Martino Irrazionalità e tirannia prevalgono quando i giuristi diventano funzionari del principeLo studio storico di Federico Martino, “Il volo notturno delle streghe. Il sabba della modernità” (La città del sole, Napoli 2011), appartiene a quella categoria di libri (non molto numeroso invero) che uniscono il rigore scientifico nell’utilizzazione delle fonti a una esposizione gradevole e intrigante. Siamo in presenza di una trattazione molto dotta, ma sviluppata con grande chiarezza e coerenza attorno ai temi centrali del rapporto tra potere e cultura, da una parte, e tra politica e diritto, dall’altra. Dalle pagine di questo libro emergono problemi che ancora oggi, in un contesto storico molto diverso, si impongono alla riflessione non solo degli storici e dei giuristi, ma, più in generale, di tutti coloro che si interrogano sulla complessa, e per niente lineare, formazione dell’egemonia – per usare un linguaggio gramsciano caro a Martino – intesa come intreccio profondo di forza e consenso. Non sempre le classi sociali, che tendono a trasformare un dato assetto di potere economico e politico, riescono a creare, in sincronia con la loro ascesa, un comune sentire adeguato ai mutamenti che esse contribuiscono a determinare. All’interno di quelle che potremmo chiamare “asimmetrie” della storia, si svolgono vicende di massa, anche tragiche, frutto di contrasti drammatici tra componenti diverse della società non coerenti tra loro, perché influenzate da condizioni, economiche e culturali, specifiche di gruppi sociali, di territori, di apparati di potere che si trasformano in tempi, luoghi e modi anche molto distanti e differenti. La sconnessione tra cultura e politica messa in luce da Martino, nel suo contributo scientifico è quella tra l’apertura alla laicità, di cui si fanno portatori, tra XV e XVI secolo, l’Umanesimo e il Rinascimento, e l’eterno timore dei ceti dominanti nei confronti delle “novità”, che possono erodere i vincoli, materiali e spirituali, da cui deriva la perpetuazione del loro potere. La “caccia alle streghe” è il prodotto della paura irrazionale dei detentori del potere di perdere gli strumenti di controllo della società, proprio in un passaggio storico in cui si manifestano i fermenti che avrebbero portato, nei secoli successivi, a rivolgimenti sempre più radicali nell’economia, nella cultura e nella politica. “Per gli inquisitori, le streghe travagliavano il mondo perché i giuristi non accettavano che le regole fossero violate in nome degli assiomi teologici, i dotti pretendevano di pensare liberamente, i mercanti si occupavano di accumulare ricchezze, i poveri volevano emanciparsi dalla loro condizione”. (pag. 251). L’universo statico del Medioevo era fortemente minacciato e bisognava ristabilire il primato della teologia e dei teologi, che dovevano prevalere anche sul diritto e sui giuristi. Questi ultimi pretendevano di osservare le regole processuali per l’accertamento di fatto oggettivi e documentati, pur in presenza di accuse dottrinariamente costruite, ma non fondate su elementi certi e riscontrabili. L’assoluzione di “streghe” accusate dagli inquisitori di delitti e nefandezze tuttavia non era vista come indice dell’imparzialità e della retta coscienza dei giudici, ma, al contrario, come colpevole cedimento alle forze demoniache. La condanna era già contenuta nell’accusa e ogni deviazione dall’esito preannunciato era segno d debolezza, che rischiava di scuotere la credibilità, presso il popolo, di coloro che si ponevano come custodi del’ortodossia religiosa. Il giurista era, per sua formazione, un pratico, che chiedeva prove e riscontri, il teologo partiva da una verità precostituita e non aveva bisogno di dimostrare la veridicità fattuale delle sue affermazioni. C’era urgente bisogno di colpevoli e ogni “cavillo” era un ingiustificato ostacolo al corso di una giustizia superiore. Nell’epoca moderna, in cui lo Stato ha preso il posto del sovrano investito da Dio, in cui il potere politico si attribuisce la stessa illimitata potenza dei principi e l’ideologia sostituisce la dottrina religiosa, le categorie di quello che Carl Schmitt ha chiamato “ ius publicum europaeum” appaiono come dogmi teologici secolarizzati. Abbiamo assistito, nel corso del XX secolo, alla stessa insofferenza del potere politico verso le regole dl diritto, alla stessa pretesa di calpestare, come inutili e ritardatrici, le norme giuridiche, alla stessa tendenza a sollevare le masse popolari contro le minoranze accusate di delitti e nefandezze, come le streghe di un tempo, e contro il libero uso della ragione. Gli ebrei e i comunisti, da una parte, i capitalisti e i “nemici del popolo”, dall’altra, sono stati gli strumenti per eccitare collere popolari utili a tenere saldo e unito un potere politico tendenzialmente assoluto. I roghi in cui eretici e streghe (opportunamente equiparati dalla convenienza politica, più che dalla coerenza dottrinale) bruciavano nel Quattrocento e nel Cinquecento purtroppo circondati dal favore popolare, così come lo sterminio degli ebrei e degli oppositori politici del Novecento. E’ una dura verità, che non dobbiamo nasconderci. Il disprezzo per le garanzie, invano invocate dai giuristi di fronte la furore fanatico, ispirato dall’altro, ma condiviso dal basso, rinasce periodicamente sotto forme diverse. La favola nera del volo notturno delle streghe si trasforma, a seconda dei casi e delle circostanze, in quella di congiure e complotti immaginari non più contro al vera fede, ma contro la vera ideologia, se non, più brutalmente, contro gli interessi nudi e crudi dei gruppi sociali, e politici dominanti. Dall’America della violenza razzista, all’Europa delle dittature fasciste, alla Russia dello stalinismo, gli esempi riferiti al Novecento non mancano. Né si che la perniciosa tendenza a superare, in nome del popolo e dei suoi presunti interessi, le barriere della ragione e del diritto sia stata estirpata per sempre. Mi astengo dall’esporre i contenuti del libro di Martino, che il lettore, anche non specialista, potrà scoprire e meditare, favorito da una prosa limpida e non appesantita da inutili complicazioni stilistiche, come si conviene a una vera opera scientifica. Mi limito a segnalare alcuni spunti, che mi sembrano notevoli, anche perché parlano a noi giuristi contemporanei. Un libro di storia che non dice nulla al presente è solo una raccolta di curiosità antiquarie. Non è certo il caso del lavoro di Martino. Nella descrizione dell’iter teorico, giudiziario e politico, che portò ai grandi eccidi del XV e del XVI secolo in Europa, si trova una vero e proprio campionario delle possibili distorsioni delle regole del diritto e del processo, da cui dobbiamo difenderci anche ai giorni nostri. Qualche esempio. La testimonianza “diretta” di migliaia di persone diventa strumento per condannare innocenti, accusati ingiustamente da masse popolari suggestionate. Il mezzo surrettizio della manipolazione dei testi normativi: si va da la vicenda dell’interpretazione del canone Episcopi, contrario alla configurabilità del potere sovrannaturale delle streghe e piegato invece all’esigenza di arrivare comunque a una condanna, mediante una impropria applicazione del pur giusto criterio ermeneutico “rebus sic stantibus”. La fallacia delle confessioni, estorte con la violenza o frutto di alterazione della psiche individuale. L’annullamento della distinzione tra foro interno e foro esterno, con la conseguenza di interrompere la catena causale tra intenzione e comportamento. Gli esempi potrebbero continuare. Ciò che mi interessa mettere in evidenza, in generale, è una delle conclusioni della ricostruzione storica di Martino: l’irrazionalità e la tirannia prevalgono quando i giuristi degradano a funzionari del principe e l’effettività prevale sulla “ratio”. Nei secoli sucessivi a quelli considerati da Martino si sono trovati teorizzatori, più o meno raffinati, della “ragion di Stato”. Anche dopo l’avvento dello Stato di diritto e delle Costituzioni contemporanee, di tanto in tanto si affacciano epigoni di quelle teorie. L’importante è saperli riconoscere. Per richiedere il libro: http://www.lacittadelsole.net/shop/index.php?route=product/product&product_id=548
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