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Elitarismo e snobismo sono entrati nella cultura politica della sinistra. Non si spegne l’eco del successo di Luxuria, già parlamentare di Rifondazione comunista, al noto programma tv dell’Isola dei famosi. Se la cosa fosse confinata nel gossip e nelle pagine dello spettacolo nulla quaestio. Ma c’è un profilo niente affatto leggero della questione. Si tratta delle derive – snob, salottiere e corrive – della cultura politica di certa sinistra che, contraddittoriamente, ama rappresentarsi come alternativa ma subisce l’omologazione ai moduli della peggiore cultura di massa. In verità, la notizia non è quella del successo di Luxuria (largamente previsto, anzi costruito a tavolino da un format nel quale nulla avviene a caso e si è fatto leva su un personaggio perfettamente congeniale allo scopo in quanto eccentrico, teatrale, furbescamente trasgressivo), ma nei peana levati da certa sinistra, a cominciare dal quotidiano Liberazione, organo di Rifondazione. Esso si è spinto al punto da rappresentare l’evento come una vittoria contro l’arretratezza e il pregiudizio e persino come una rivincita della sinistra antagonista cancellata dal parlamento. Un singolare rovesciamento della realtà: sia perché in Luxuria il personaggio fa premio sulla persona concreta, sia perché il rispetto per la diversità sessuale che essa rivendica non trae vantaggio dall’esibizione/ ostentazione, sia infine per l’equivoco/ illusione che il valore della differenza possa essere veicolato da tv e programmi che si nutrono del suo esatto contrario, cioè dell’omologazione/ massificazione. Inutile girarci intorno: Luxuria è creatura di Bertinotti. Fu lui che volle portarla in parlamento. E la sinistra ha pagato un caro prezzo al “bertinottismo”. Egli ha contribuito a imprimere una curvatura snobistica ed elitaria alla cultura politica della sinistra, al limite del suo snaturamento, della rottura con le sue storiche radici popolari. Snaturamento e rottura che, a mio avviso, hanno concorso alla sua debacle politico-elettorale. Tale curvatura libertaria e radicale, non a caso, è stata coccolata dalle tv berlusconiane e dal salotto di Bruno Vespa frequentato assiduamente da Bertinotti (risulta che egli sia stato, di tutti, il suo ospite politico più presente). A ulteriore conferma della intima relazione tra elitarismo e massificazione. Il presenzialismo tv e l’innegabile verve comunicativa di Bertinotti, nel breve periodo, hanno indiscutibilmente concorso alle fortune elettorali del suo partito, ma, nel tempo lungo, hanno nuociuto alla cultura politica della sinistra e alle sorti del centrosinistra nel suo complesso.Sul primo fronte, quello del profilo politico-culturale della sinistra, ci si attendeva piuttosto che essa si qualificasse per la radicalità delle proposte sul terreno delle politiche sociali e per un suo innevamento popolare. E il popolo reale e concreto, compreso quello di sinistra, con il suo buonsenso e, perché no, con una dose di sano moralismo, non apprezza certe bizzarrie e le iperboli teatrali. Quel popolo ha i piedi ben piantati per terra, alla politica domanda concreta attenzione ai suoi problemi materiali e quotidiani: salari, pensioni, casa, sicurezza…. Come sorprendersi poi se certo elettorato popolare di sinistra migra verso la Lega? Non sempre, di necessità, il sentimento popolare coincide con il perbenismo, l’arretratezza e il pregiudizio. Al contrario esso talvolta custodisce valori e rappresenta un antidoto contro la fatuità, le stramberie, la fuga dalla realtà. Sorprende che a taluni opinionisti di sinistra, in singolare consonanza con Simona Ventura, l’astuta sacerdotessa che presiede al rito profano dell’Isola dei famosi, sfuggano elementari distinzioni: il popolo è cosa diversa dall’audience (cioè dall’individuo-massa-teleutente), il televoto non coincide con il voto (l’uno è dato al personaggio da una platea vasta ma circoscritta e parziale, l’altro alla persona dall’intero corpo elettorale). Così pure sorprende che sfugga la fondamentale lezione impartita dal più eminente studioso della comunicazione di massa, Mc Luhan, secondo il quale il mezzo è il messaggio. Lezione che, applicata al nostro caso, significa: il trash, le brutture e la grossolanità del contesto-contenitore assimilano a sé il contenuto e i suoi protagonisti. Ammesso e non concesso che contenuto e protagonisti si distinguano per qualità. Da ultimo s’ha da fare un rilievo tutto politico: da quando il sistema politico italiano si è fatto bipolare e la competizione è sostanzialmente a due, a decidere l’esito della partita è l’elettorato di mezzo (di proposito lasciamo stare la nozione equivoca di “centro”). Può essere che Luxuria faccia breccia in qualche nicchia di elettorato, ma dubito assai che esso giovi alle canches di vittoria dello schieramento di centrosinistra. Non è questa la radicalità-differenza di cui ha bisogno la politica, sempre più incline alla spettacolarizzazione. Il cittadino non va ridotto a spettatore. Specie quando lo spettacolo non è dei migliori. Così pure, vogliamo sì politici diversi, ma non sarebbe un buon affare sostituirli con attori che riescono a distinguersi giusto perché si concedono a spettacoli grossier. Anche l’utopia, figura che evoca una politica alta che aspira a cambiare il mondo, era associata alla metafora dell’isola, ma farla naufragare sull’Isola dei famosi è un epilogo che vorremmo ci fosse risparmiato. FRANCO MONACO (ASSEMBLEA COSTITUENTE PD)
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