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ANCORA SU MAZZINI E MARX PDF Stampa E-mail
venerdì 25 marzo 2011

Sample ImageLe forze che si richiamano alla tradizione risorgimentale e liberal-democratica, le quali, insieme ai comunisti e ai cattolici, hanno scritto la Costituzione ed oggi sono chiamate ad una comune riflessione ed a una comune azione per difendere il tessuto connettivo della nostra civile convivenza. di Federico Martino

Un recente articolo di Pietro Currò, comunque se ne vogliano valutare le posizioni, ha il pregio di proporre un tema non banale e, soprattutto, estraneo alle squallide e sconfortanti  vicende sessuali e giudiziarie dell’on. Berlusconi.

La c.d. “fine delle ideologie” ha relegato la discussione sugli argomenti  alti della politica nell’ambito di ristrettissimi circoli intellettuali ed ha reso dominante l’invettiva, il gossip e quanto di più irrazionale, inutile e fuorviante s i possa pensare.

Ci pare, dunque, che la proposta di discussione che viene da Currò sia un tentativo di ricondurre i cittadini alla riflessione sulle grandi tradizioni politiche del nostro Paese ed un invito al confronto sui modi e sulle forme in cui è ancora possibile progettare il futuro della nostra collettività.

Per quanto concerne il merito dell’articolo, è, forse, utile formulare qualche precisazione che delimiti il terreno del dibattito. Una astratta comparazione tra due grandi intellettuali dell’Ottocento, quali furono Mazzini e Marx, non appare del tutto conducente e, probabilmente, non è priva di rischi metodologici in quanto pone a confronto entità incomparabili per la radicale differenza delle tradizioni di appartenenza e della diversità ambientale e sociale di provenienza. E’, però, possibile analizzare i percorsi seguiti dalle forze politiche e culturali che ai due pensatori si richiamarono, registrare le fasi di incontro e di scontro e osservare gli esiti di questa complessa storia.

Per semplificare (purtroppo banalizzando), va detto che in un paese da poco e malamente unificato, privo di una consistente presenza della classe operaria fino ai primi decenni del Novecento, il movimento repubblicano e “mazziniano” fu l’espressione più viva di quelle forze “radicali” che si opponevano alle tendenze conservatrici  e, spesso, antidemocratiche della nuova Nazione.

Negli anni in cui, in Italia, lo Stato liberale conduceva la sua esistenza esclusivamente come Stato della borghesia, il confronto-scontro di posizioni avveniva all’interno della classe che aveva fatto l’unità e che, adesso, si divideva sulle forme  e sui contenuti che la nuova realtà doveva assumere. Nelle condizioni storiche della Penisola alla fine dell’Ottocento, il radicalismo repubblicano e democratico era il punto massimo cui potevano giungere le forze più avanzate della borghesia italiana. I ceti non borghesi (contadini, primi nuclei di proletariato) appaiono nella nostra storia con le cannonate milanesi di Bava-Beccaris e con i Fasci  Siciliani. Ed è significativo che le sanguinose repressioni abbiano coinvolto, insieme ai primi socialisti ed agli anarchici, anche vasti settori del radicalismo borghese di tradizione liberal-democratica e repubblicana. Ovviamente ciò non affievoliva né annullava la profonda diversità (e persino l’antiteticità) tra queste diverse tradizioni politiche e culturali, ma era allora che iniziava un processo dialettico destinato a proseguire a lungo. Un momento significativo della collaborazione tra “anime” diverse per la difesa dei tradizionali principi democratico-borghesi e delle nuove aspirazioni alla giustizia sociale è quello che vede gli antifascisti italiani (liberali, repubblicani, socialisti e comunisti) combattere e morire insieme per difendere la Repubblica spagnola aggredita dai reazionari interni e dalle truppe nazi-fasciste.

Tra il 1943 e il 1945 la Resistenza italiana rinnoverà questa convergenza di culture politiche diverse per il riscatto della Patria comune. Tuttavia, il processo, per quanto importante e significativo, fino a quel momento aveva mantenuto un carattere prevalentemente “negativo” e si era sviluppato come contrapposizione (anche militare) alla dittatura fascista e all’occupazione tedesca.

Il quadro muta radicalmente con la Costituente e con la redazione della Costituzione. Sotto la pressione dell’immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale, le forze democratiche, senza perdere ognuna la propria individualità, vanno ben al di là della realizzazione di un “compromesso istituzionale” e danno vita ad un patto sociale che costituisce il fondamento della Repubblica. Nella Carta, le diverse matrici ideali si fondono, non si giustappongono, e danno vita ad una inedita e rivoluzionaria reinterpretazione dei tradizionali concetti di libertà, eguaglianza e fratellanza.

Non è questa la sede per tornare sui contenuti della nostra Costituzione (centralità del lavoro, finalità pubblica della proprietà privata, governo parlamentare, separazione dei poteri, autonomie locali, rifiuto della guerra, ecc.), ma può certamente affermarsi che con essa ha, finalmente, trovato compimento il processo di unità ed è giunto al punto di arrivo il confronto tra la tradizione repubblicana e liberal-democratica, espressione dei settori progressisti della borghesia nazionale, e la cultura politica marxista, che durante lo scorso secolo ha dato voce ai ceti subalterni ed alle masse popolari (contadini, proletari, ecc.).

Se, come crediamo, tutto questo è vero, si spiegano le ragioni di un attacco sistematico e senza precedenti alla Costituzione: dietro la foglia di fico di un “aggiornamento” che sarebbe richiesto dai mutamenti dell’economia e del mercato, si cela (abbastanza scopertamente) il tentativo di cambiare il modello della nostra società, sostituendo alla dignità della persona la sua mercificazione, alla democrazia parlamentare il leaderismo plebiscitario, alla divisone dei poteri la subordinazione all’esecutivo, al regionalismo democratico una forma eversiva di federalismo.

In queste condizioni, il richiamo di Pietro Currò ci pare vada oltre il mero parallelo tra Mazzini e Marx e solleciti, piuttosto, una riflessione delle forze che si richiamano alla tradizione risorgimentale e liberal-democratica, le quali, insieme ai comunisti e ai cattolici, hanno scritto la Costituzione ed oggi sono chiamate ad una comune riflessione ed a una comune azione per difendere il tessuto connettivo della nostra civile convivenza.

  Federico Martino




  Commenti (1)
 1 gli sconfitti del risorgimento
Scritto da pietro ancona, il 26-03-2011 14:56
Mazzini fu l'ala liberal e democratica del risorgimento sconfitta della borghesia vittoriosa. Pisacane, gli anarchici, i presocialisti, sono sconfitti, di un risorgimento fatto sulla pelle e con il sangue delle classi popolari e povere che alimentarono un gigantesco processo di accumulazione capitalistica. 
Il contadini del Sud e tutta la classe operaia del Sud che contrariamente a quanto credeva Gramsci era numerosissima (i meccannici erano circa due milioni) fu fatta fuori con le industrie che furono trasferite nella pianura padana. 
Parlare di Mazzini ed ignorare la necessità di una revisione della storia che prenda a riferimenti la sconfitta inflitta alla classe operaia con la sua eliminazione non mi pare il modo migliore di affrontare il 150. 
Pietro Ancona

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