Sulla città dello stretto, laboratorio del “nuovo corso” della mafia, si è abbattuto un terremoto che ha portato alla luce l’intreccio perverso tra criminalità, politica massoneria, apparato giudiziario e università.
L’ateneo a due passi dal tribunale - Omicidi eccellenti. Gli appalti del Policlinico - Il rettore indagato. Il terremoto giudiziario - Quei concorsi fatti su misura
Tutti parenti: i vertici dell’Università di Messina, titolari di appalti e persino magistrati. Sull’ateneo gli appetiti della criminalità.
E’ del 1971 il discorso tenuto all’Assemblea regionale siciliana da Pancrazio De Pasquale a proposito dei disordini provocati all’interno dell’ateneo messinese da un gruppo di studenti neofascisti. Secondo il parlamentare comunista, i neri avrebbero voluto a capo dell’Opera universitaria «un prete di Africo, vicino Reggio Calabria, un prete che mi dicono mafioso che pare cammini con la pistola sotto la tonaca e che, comunque, esprime queste forze, rappresenta questi gruppi di fascisti, che hanno sempre tormentato l’Università di Messina».
L’ateneo a due passi dal tribunale
Non era esattamente il ’68, anno in cui anche a Messina numerose facoltà universitarie furono occupate dagli studenti (che allora come oggi denunciavano lo strapotere del baronato mentre il rettore del tempo permetteva ai fascisti di spadroneggiare nell’ateneo), ma dovette avere la stessa portata dirompente qualche giorno dopo, il 13 gennaio 1969, il discorso pronunciato in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario dal procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, Aldo Cavallari: «L’Università è l’ultimo feudo che trascina la sua esistenza come un relitto storico, un feudo assolutamente ed arbitrariamente dominato da nuclei di novelli baroni. Si distribuiscono cattedre e, quando non bastano, si creano al solo scopo di favorire il neo-privilegiato, mediante il frazionamento dannoso o inutile di altri corsi, ovvero si distribuiscono assistentati o laute borse di studio, in un nepotismo tanto evidente che potrebbe essere anche valutato alla luce della norma penale che punisce lo sfruttamento della funzione per interessi privati». Già, “potrebbe”: avrebbe potuto, se non fosse che a Messina il Tribunale e la sede centrale dell’Università sono sulla stessa strada, l’uno di fronte all’altra, dépendance l’uno dell’altra, e se non fosse che sono tutti imparentati o legati da vincoli di sangue sgorgato in seguito a una “punciuta” o dai riti iniziatici della massoneria e delle sue sottomarche mondane funzionali solo allo scambio di favori fra privilegiati (a proposito, l’attuale rettore Tomasello pare sia socio del Rotary dal 2004, anno della sua prima elezione alla guida dell’Università). Anzi, c’è chi sostiene che un onorevole calabrese di Gallico (e presumibilmente non solo lui) sia stato affiliato in un locale creato appositamente dalla ’ndrangheta all’interno della facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo peloritano. Si tratterebbe di Paolo Romeo, ex missino ed ex deputato del Psdi, arrestato per mafia nel 2004 e coinvolto in diverse inchieste delle procure di Palermo e Reggio da cui emerge il suo ruolo - scrivono i magistrati palermitani - come «anello di congiunzione tra la struttura mafiosa e la politica » in Calabria oltre che «elemento di collegamento fra Cosa Nostra siciliana e la ’ndrangheta reggina», mentre dall’inchiesta calabrese riguardante gli stretti rapporti fra fascisti, ’ndrangheta e massoneria durante la rivolta di Reggio viene fuori che lui stava al centro del connubio criminale fra Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, i servizi segreti, le logge coperte della massoneria e la mafia calabrese e che proprio l’allora deputato socialdemocratico era stato determinante, nel 1978, nella fuga in Costarica di Franco Freda, accusato della strage di Piazza Fontana.
OMICIDI ECCELLENTI. Gli appalti del Policlinico
Imparentatissimo era il professor Matteo Bottari, primario endoscopista del Policlinico e al centro di un altro anno con l’otto. Il 1998 è un altro terremoto; peggio: è la bomba atomica che esplode su una città silente. Matteo Bottari, genero dell’ex rettore Guglielmo Stagno D’Alcontres, pupilla degli occhi del “magnifico” del tempo, Diego Cuzzocrea, a cui si dice lo legasse un rapporto addirittura filiale, viene ucciso il 15 gennaio di quell’anno, mentre è in macchina a un semaforo, da due killer in moto che gli sparano alcuni colpi di lupara in faccia. Perché sia chiara la firma mafiosa. I giornali locali, come hanno fatto altre volte negando l’evidenza, cercano di fare passare la questione come delitto passionale, ma c’è chi afferma che il docente potrebbe essersi accorto di un traffico di armi, che la criminalità avrebbe nascosto proprio all’interno del Policlinico, chi sostiene che si sia opposto al sistema degli appalti e chi invece fa risalire tutto a una sorta di guerra per bande fra gli stessi docenti, per un appalto miliardario.Il nodo, infatti, è che intorno all’ateneo peloritano girano un sacco di soldi. Precipitatasi nella città dello Stretto dopo l’omicidio Bottari, la Commissione Parlamentare Antimafia, nella sua relazione conclusiva, spiegò che «l’Università di Messina è l’ente appaltante più grande che esiste nel Meridione, da Bari in giù, con la gestione di appalti per centinaia di miliardi che solleciterebbero e richiamerebbero gli appetiti della criminalità mafiosa».
Quindi, in un altro passaggio: «Quest’ultimo omicidio, effettuato con modalità operative tipiche della criminalità calabrese, ha riproposto in tutta la sua drammaticità non solo la generale funzione di “cerniera” della città di Messina tra la ’ndrangheta calabrese e Cosa nostra siciliana, ma anche lo specifico problema dell’attenzione delle organizzazioni criminali ai corposi interessi economici che si muovono dentro e intorno all’Ateneo messinese».E qui, subito, i parlamentari ricordavano la parentela di Bottari con Stagno D’Alcontres e il suo stretto legame con Cuzzocrea. Un nesso chiaro anche per Federico Martino, docente della facoltà di Giurisprudenza, secondo il quale però Bottari non era un eroe e “non c’entrava”: il suo omicidio - spiega - poteva e a chi contava. Lui no: aveva tratto “ogni vantaggio” - secondo Martino - dall’essere genero del Rettore, ma non contava niente. Quelli che contavano negli appalti erano Stagno D’Alcontres e Cuzzocrea e quella storia si inquadrava in un conflitto «fra una sezione della ’ndrangheta calabrese e la mafia barcellonese» con referenti palermitani. E Cuzzocrea, per esempio, nella vicenda degli appalti all’interno del Policlinico universitario c’era dentro fino al collo.Ma qui bisogna fare un salto indietro a un altro anno con l’otto.
Dieci anni prima, nel dicembre del 1988, rettore Guglielmo Stagno D’Alcontres, l’amministrazione del Policlinico indice la gara per le forniture farmaceutiche, aggiudicata cinque mesi dopo alla Sitel, una delle società della famiglia Cuzzocrea (ma secondo la Commissione Antimafia il futuro “magnifico”, a quel tempo direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia generale, ne avrebbe conosciuto l’esito già nel gennaio dell’89): le porcherie - sprechi di materiale, medicinali che costavano il doppio, prezzi gonfiati per il loro smaltimento – sarebbero saltate fuori solo nel ’93 e solo grazie a un esposto anonimo alla Procura. Perché in realtà, come sottolineò l’Antimafia qualche anno dopo, «nonostante la dissennata gestione fosse sotto gli occhi di tutti», nessuno – dagli uffici amministrativi a quelli giudiziari - sembrava accorgersi di nulla. A quel punto l’inchiesta andava aperta.E però, spiegarono ancora i parlamentari chiamati a indagare sul fenomeno mafioso, «in una realtà dove l’impresa più importante, la fonte di distribuzione di appalti e di varie attività economiche è sicuramente l’Università, vi sono stretti legami di parentela tra la famiglia che gestisce una serie di attività economiche e il vertice dell’Ateneo; né va dimenticato che, fino ad oggi almeno, questa parentela si estende anche alla Procura della Repubblica ».Titolare delle indagini - rimaste ferme per un anno e mezzo, poi passate ai sostituti Romano e Giorgianni e quindi archiviate - era il procuratore Antonio Zumbo: il cognato di uno dei fratelli Cuzzocrea. Tanto per dire.
In mezzo, prima e durante c’erano stati altri appalti sospetti, dall’ampliamento di alcuni padiglioni del Policlinico (assegnato all’impresa Ligresti-Grassetto, sponsorizzata dai boss catanesi) alle pulizie. In mezzo, prima e durante, c’erano stati magistrati che non vedevano o erano assoggettati a quelle cosche che poi avrebbero mandato “un segnale” con l’uccisione di Bottari, in quel 1998 che poi però segnò anche un momento di rivolta della parte buona dell’Università.
E’ quello che Federico Martino chiama “un miracolo”: quando, insieme ad altri docenti democratici, convinse Gaetano Silvestri a candidarsi come Rettore, per dimostrare che c’era uno diverso dagli altri. Silvestri (oggi chiamato in causa dal rettore Tomasello, che sulla sua gestione ha chiesto un’ispezione ministeriale, puntando forse al “tutti colpevoli, nessun colpevole”) successe a Cuzzocrea proprio nell’estate del ’98 e – ricorda l’ex deputato - «non ci credevamo, né prima né dopo»: un miracolo, appunto. E’ però qualche errore deve averlo fatto pure lui, perché nonostante fosse «quotidianamente in Procura», secondo Martino «non riuscì a tagliare alla radice» quei legami perversi, tanto che subito «fu come se i due lembi di una ferita si fossero riuniti».Subito era il 2004, prima elezione di Franco Tomasello, ex preside della facoltà di Medicina, «uomo - dice Martino - di perversa intelligenza » che sarebbe riuscito «a comprare tutti con una sapienteopera di distribuzione di posti di ricercatore» (ne avrebbe assegnati “d’ufficio” anche a facoltà che nonne avevano bisogno e non li avevano chiesti, ndr) e in breve avrebbe “distrutto quel poco che il rettoreSilvestri era riuscito a costruire”.
IL RETTORE INDAGATO. Il terremoto giudiziario
Tre scosse, una più dirompente dell’altra, squarciano il 2008 messinese e quella gelatina indistinta in cui è invischiata la città. Mentre un nuovo movimento studentesco contesta la riforma Gelmini e si riversa nelle strade come un fiume in piena (cinquemila persone e chi c’era già allora dice che certi numeri si erano visti solo nel Sessantotto a Messina e durante le manifestazioni contro il Ponte), Adolfo Parmaliana - docente di Chimica all’università, uno dei pochi che non si sia fatto fagocitare dal blob – dopo anni di denunce sul grumo di potere fra Ateneo, politica e magistratura che impedisce alla vita di quella città di scorrere naturalmente, dopo che da accusatore è stato trasformato in accusato (ne parliamo sempre in queste pagine, ndr), lancia se stesso e un ultimo disperato j’accuse da un viadotto sull’autostrada per Palermo. E’ il 2 ottobre.
Poco più di un mese dopo, la procura rinvia a giudizio il rettore Tomasello per i concorsi e indaga sua moglie, Carmela Grasso, funzionaria dell’università, per gli appalti del Policlinico. A distribuire posti Tomasello avrebbe cominciato fin dal 2004, anno della sua prima elezione, sottraendo alle facoltà la gestione dei concorsi e spostandoli verso aree strategiche: strategiche, evidentemente, a costituirsi una base elettorale per la rielezione (avvenuta nel 2007), tanto da assegnare posti a facoltà che non li avevano chiesti e non ne avevano bisogno. Posti andati tutti a parenti o protetti di professori universitari e di magistrati. Tutti vestiti di haute couture che sembrano cuciti addosso a candidati unici da un Senato accademico iperattivo che fin dai mesi successivi alla prima elezione di Tomasello sforna bandi concorso per ricercatore, associato e ordinario come abiti fatti in serie. Basta guardare le date.
A dicembre 2004 i posti in palio sono 23 e i nomi dei vincitori sono di quelli da albero genealogico allargato ad affini e allievi. Fra i ricercatori, unico concorrente per un posto solo, spicca il nome di un giovane di cui tutti dicono essere bravissimo ma nessuno se la sente di dire che questo sia stato determinante: è Marco Centorrino, figlio di Mario, economista ed esponente del vecchio Pci che ha percorso lo stesso cursus (dis)honorum di molti ex compagni prendendo il via da un partito che poneva al centro la questione morale e approdando a un altro il cui logo sembra quello di un distributore di benzina e la cui tessera somiglia paurosamente a una carta di credito.
Il concorso successivo è del maggio 2005. Anche qui, parenti come se piovesse e fra i tanti la pietra dello scandalo: quel Francesco Macrì, figlio del preside di Veterinaria, Battesimo Consolato, per il quale era stato costruito ad hoc un posto da associato che però non ha mai visto perché uno dei componenti della Commissione giudicatrice, il professor Giuseppe Cucinotta - nonostante le ripetute “intimidazioni” da parte di colleghi mandati direttamente dal rettore, le cui parole venivano incise nel registratore che si portava dietro - ha mandato tutto a gambe per aria consegnando le registrazioni ai giudici. Nella stessa tornata rientra il posto di ricercatore in Chimica (a cui però a rinunciato perché nel frattempo erano partire le indagini) assegnato a Maurizio Croce, nipote dell’allora procuratore capo: quel Luigi Croce che, al momento del suo insediamento, nel 2000, parlava sconcertato del livello di omertà trovato a Messina, tanto da far apparire i palermitani come dilettanti. Lo stesso che, comunque, aveva avviato e portato a termineun’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose all’università m a n d a n d o in galera una quarantina fra esponenti della ’ndrangheta, docenti universitari, esponenti politici di destra.
Passano pochi mesi (è ottobre) quando il rettore assegna alla facoltà di Giurisprudenza - che non ne aveva bisogno - due posti inutili di ricercatori di diritto amministrativo. Si presentano solo in due e vincono: Francesco Siciliano e Vittoria Berlingò, rispettivamente figli di Pino e Salvatore, il primo magistrato - aggiunto del procuratore Croce – il secondo preside di Giurisprudenza. Altri due posti inutili per ricercatore di Diritto privato, banditi nel novembre del 2006, andranno al figlio del presidente della Corte d’Appello, Nicolò Fazio, e a quello di altri due docenti. E sembra inquadrarsi nel filone “fidanzopoli” il più bizzarro dei concorsi banditi in quella stessa seduta: Debora Di Mauro, laureata in Chimica, vince in splendida solitudine (aveva quattro concorrenti, che non si erano presentati) un posto per insegnare una cosa che si chiama “Metodi e didattiche delle attività sportive”, frutto evidentemente di una reazione chimica fra il padre Sebastiano, ordinario a Medicina, e il suo boyfriend, Fabio Trimarchi, associato a Scienze motorie. Sempre spigolando qua e là, si arriva ad aprile 2007: la facoltà di Economia non sapeva che farsene, ma il rettore le assegna un posto di ricercatore di diritto amministrativo che va a Francesco Martines: suo genero, oltre che nipote e figlio di altri due docenti.
Ed è nell’ambito della stessa indagine riguardante i concorsi che la magistratura intercetta le telefonate della moglie di Tomasello, Carmela Grasso, funzionaria dell’università, con la moglie del presidente della Corte d’Appello, Fazio: le dirimpettaie di solito si scambiano le ricette di cucina, queste si scambiavano le raccomandazioni. Ma proprio quelle intercettazioni porteranno a galla un ruolo ben più grave della Grasso perché si scopre che, pur non lavorando in quel settore, la signora si occupa di appalti (in particolare quello - da quasi due milioni di euro l’anno - per la vigilanza al Policlinico di Messina), materia per la quale l’ultima decisione spetta al rettore. Cioè suo marito.
Quei concorsi fatti su misura. Novanta prove diverse per altrettanti posti tra amministrativi e tecnici
Non solo cattedre e posti da ricercatore riservati a parenti e amici. All’Università di Messina i concorsi (e le chiamate dirette) inventati su misura riguardano anche i posti per amministrativi, i tutor, persino miseri stages da pagare a 500 euro al mese. E il tutto portato a termine nell’assoluto disprezzo delle regole.Non hanno potuto vedere il verbale del concorso dal quale sono stati esclusi, per esempio, né sapere quali sono stati i criteri di selezione o conoscere il posto in cui si erano piazzati in graduatoria, gli studenti di un corso di giornalismo della facoltà di Scienze politiche. Otto i posti messi in palio, otto soltanto i nomi pubblicati all’albo pretorio. E sono quelli degli allievi di un ex giornalista della Gazzetta del Sud, Rino Labate, ora in pensione, negli ultimi anni insegnante a contratto in quel corso di laurea e consulente del rettore per la comunicazione: cioè il suo addetto stampa.
Un concorsetto, in realtà, “minuzzagghia” (poca cosa), quello per gli stagisti, mentre molto più consistente, anche per la quantità e qualità di infrazioni alle regole, è quello per 90 posti fra tecnici e amministrativi (in realtà, 90 concorsi distinti), bandito dall’Università e svoltosi a fine ottobre scorso.
Secondo quanto denunciato dalla federazione messinese dei Comunisti italiani e da un sindacato autonomo di dipendenti dell’Università, oltre a un numero impressionante di omonimie salta subito agli occhi l’irregolarità nella composizione delle commissioni. Spesso i partecipanti ai concorsi sono autori di pubblicazioni firmate insieme a componenti delle commissioni stesse e, soprattutto, delle commissioni fanno parte anche prorettori e delegati del rettore, in spregio dello statuto varato dallo stesso Ateneo, in cui si prevede espressamente che gli organi di governo dell’Università siano esclusi da quegli organismi.Senza pudore, poi, la composizione di alcune commissioni, fatte prevalentemente da docenti già indagati per scandali precedenti.Il caso che balza immediatamente agli occhi è quello per un posto di esperto biologo per il dipartimento di Sanità pubblica della facoltà di Veterinaria. Dei tre componenti la commissione, due sono stati rinviati a giudizio per abuso d’ufficio insieme al rettore, nell’ambito delle indagini sui concorsi truccati a Veterinaria: la professoressa Antonina Zanghì, presidente della commissione, ordinario nello stesso dipartimento, e il professor Giuseppe Mazzullo, associato di quella facoltà. Il terzo componente è il capo del personale, Aldo Lupo, laureato in Lingue. Inutile dire che unica ammessa alla prova orale è stata la moglie di un altro associato di Veterinaria, Santo Cristarella, pure lui rinviato a giudizio per lo scandalo di Veterinaria.
La scena si ripete in un altro di quei 90 concorsi, quello per un posto di tecnico nel laboratorio di analisi della stessa facoltà (habitat naturale per un verminaio), con presidente e componente della commissione rinviati a giudizio per abuso d’ufficio per la stessa vicenda e unica candidata ammessa all’orale la moglie di un altro dei 22 docenti che a marzo saranno processati insieme al rettore.Poi c’è la storia di un prorettore, padre di una concorrente, presente alla riunione durante la quale ai presidenti di commissione venivano date indicazioni sullo svolgimento dei concorsi; quella di candidati a cui la commissione aveva detto su quali testi avrebbero dovuto prepararsi; quell’altra delle buste scambiate... e si potrebbe continuare all’infinito. Almeno moltiplicato novanta.
Il Pdci, già da molto prima che lo scandalo piombasse sui media nazionali, aveva lanciato l’allarme su baronie e casi di omonimie, inviando carte su carte alla Procura della Repubblica, chiedendo prima le dimissioni del rettore (che ha risposto minacciando querele) e poi la sua r i m o z i on e da parte del ministro dell’Università, sollecitando con un comunicato almeno i docenti di sinistra a dotarsi di un codice etico, dal momento che il fenomeno in quell’Ateneo è assolutamente bipartisan e nemmeno a sinistra sarebbero esenti da quella che qualcuno chiama “una guerra fra incappucciati” e che, più che un rigurgito di questione morale, sarebbe alla base delle denunce e conseguenti inchieste.
Solo molti giorni dopo che parentopoli era diventato un fiume in piena, al centro delle più seguite trasmissioni televisive, il Pd si è accorto che qualcosa di grave (e chissà quanto avrà faticato Beppe Lumia a convincere i suoi “comunquesichiamino” purché non compagni di partito e soprattutto la sua capogruppo) e ha battuto un colpo con un’interrogazione “urgente” – ma in ritardo di un paio di settimane – per sollecitare un intervento del ministro e la sospensione cautelativa di Tomasello. A cui però (esattamente come si è affrettato a fare il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, manifestando stima e amicizia al “magnifico”) ha espresso la propria solidarietà un altro autorevole esponente di quel partito: Cataldo Salerno, presidente della Kore, una specie di Università privata antesignana del modello Gelmini, che ha sede a Enna e per la cui fondazione si è molto battuto anche quel Mirello Crisafulli, “boss” del partito ennese e di chi sa che altro. Come dire? Contraddizioni in seno al popolo.
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