AGGRESSIONE A RINALDINI. LA CGIL E IL MALESSERE DEI LAVORATORI
lunedì 18 maggio 2009
"Segno di uno scontro fra due “culture”, che la sinistra –quella giusta, che non si è ancora del tutto venduta all’ideologia capitalista– deve analizzare con tutta la serietà e serenità di cui è ancora capace"di Attilio Camaioni
L’aggressione subita a Torino da Rinaldini, segretario Fiom-CGIL, da parte di un “gruppo di teppisti” (in realtà operai e sindacalisti aderenti ai Cobas) è un fatto grave ed importante che non può essere liquidato come un momento di esasperante tensione, né assimilata a più “illustri “ precedenti, come quella subita da Lama nel ’77. E’ invece il segno di uno scontro fra due “culture”, che la sinistra – quella giusta, che non si è ancora del tutto venduta all’ideologia capitalista – deve analizzare con tutta la serietà e serenità di cui è ancora capace.
Non sono certo io colui che può svolgere una compiuta valutazione di tutte le implicazioni di questo scontro interno alla sinistra, ma ritengo di essere legittimato ad esprimere impressioni e turbamenti, in relazione ad una “direzione di marcia” che la sinistra – tutta la sinistra - deve assolutamente imboccare, pena il suo dissolvimento e, con essa, quello della nostra cultura, fondata sulla solidarietà e sulla pari dignità di tutti gli uomini.
Quella civiltà nata dalla rivoluzione francese e dagli sviluppi che quella rivoluzione ha conosciuto, comprese la dichiarazione dei diritti dell’uomo e la rivoluzione russa.
Il trauma della rivoluzione francese è stato di riconoscere (accanto alla libertà, che è concetto complesso e non facilmente definibile) quella pari dignità di tutti gli uomini che già il vangelo conteneva, indissolutamente collegata con quel precetto di amore, che in termini socio-politici si chiama solidarietà.
La società occidentale, le cui radici cristiane si pretenderebbe di vedere riconosciute nella futura costituzione europea, sta invece pian piano vanificando entrambi i principi su cui si fonda, sacrificandoli sull’altare dell’altro principio (la libertà) che è diventato l’unica bandiera di un capitalismo che lotta come una belva ferita per sopravvivere alla più grave ed emblematica delle sue crisi. Sulla gravità della crisi non occorre spendere molte parole: se ne sono già dette tante e la Storia narrerà quei fatti che oggi vengono trascurati o dissimulati. Mi preme invece sottolineare che questa crisi, più ancora delle precedenti è emblematica.
Di che cosa? Dell’inconciliabilità fra quei due valori della civiltà occidentale e l’ideologia capitalista. Forse il capitalismo delle origini, quello dell’azienda più o meno familiare, che produceva col concorso del proprietario e dei suoi familiari, poteva ancora coniugarsi con quei valori. E’ inevitabile che in una struttura organizzata vi sia chi “comanda” e chi esegue. E’ in qualche modo tollerabile che l’azienda di famiglia venga ereditata dai figli del proprietario; e comunque di pari passo con l’evoluzione dei sistemi produttivi l’elaborazione filosofica e politica produceva sistemi sempre più “garantisti” di tutela del lavoratore. Era un processo in itinere, che tentava di coniugare la (libertà della) proprietà privata, che in assoluto non è incompatibile con la solidarietà e la dignità del lavoratore, col rispetto di quei valori.
Nascevano sistemi sociali e politici imperfetti, ma in corso di evoluzione “positiva”. L’esempio che si ritiene fra i più riusciti di questa evoluzione è la Costituzione Italiana del ’48. Ma da un certo punto in poi la possibilità di procedere su questa strada è stata, di fatto, messa in discussione. Il Capitalismo ha, cioè, gettato la maschera, subordinando ogni altro valore alla “libertà” di conseguire i propri trionfi. La dignità del lavoro è stata del tutto assoggettata alle esigenze della produzione, dilatando quella precarietà che in America è sempre stata una caratteristica normale (anche in ragione della scarsa percentuale di disoccupazione) ma che in Europa ha avuto effetti deflagranti.
La solidarietà è stata pian piano ridimensionata in termini di ammortizzatori sociali, sempre meno ampi ed incisivi, e trasferita sulla società complessiva in termini di beneficenza.
Non mi interessa cercarne le cause (il conflitto fra mondo occidentale e sistemi socialisti, prima e la globalizzazione, poi; l’evoluzione del capitalismo verso la supremazia della finanza ed il trionfo del modello americano; ecc. ecc.), ma è sotto gli occhi di tutti che ciò sia avvenuto.
Le reganomics hanno segnato la prima spudorata teorizzazione del nuovo verbo, che non è stato revocato del tutto nemmeno da Clinton, ed ha conosciuto con George W. Bush il garante del suo trionfo mondiale. Le conseguenze di ciò sono segnate dalla crisi attuale. Da cui si potrebbe uscire (ammesso che ciò riesca) con le nuove regole, che molti - anche a sinistra - invocano. Questo sarebbe l’esito peggiore della crisi, perché sancirebbe il Capitalismo come metodo economico insostituibile e capace, apparentemente, di riformarsi per escludere le peggiori conseguenze a danno dei non capitalisti; e darebbe a quell’ideologia il tempo necessario per riprendere forza ed iniziativa, completando la revisione dei principi universali su cui si fonda la nostra civiltà. Ritorno a Rinaldini ed all’aggressione dei Cobas.
Che la battaglia sindacale conosca spesso momenti di tensione e di scontro, anche fisico, non è una sorpresa per nessuno. A sinistra si è sempre riconosciuto che la difesa dei propri diritti da parte dei lavoratori passa anche da comportamenti non proprio ortodossi. Sorprende invece che queste “durezze” siano rivolte ad altri sindacalisti: a differenza della lotta politica non si ritengono accettabili simili livelli di scontro fra organizzazioni diverse, in quanto espressione di divisioni fra i lavoratori giudicate sempre e comunque dannose per gli interessi del movimento nel suo complesso.
Ma in quest’occasione i sindacati di base stanno reagendo con una rabbia che si rivolge anche contro la CGIL. Questa conosce momenti di grande difficoltà: rotta l’unità sindacale nel tentativo, appunto, di non farsi fagocitare dagli accordi stretti da CISL ed UIL col Governo di destra, non riesce tuttavia a risultare credibile presso quella crescente massa di lavoratori che sconta sulla propria pelle il chiaro disegno di azzerare le conquiste degli anni settanta.
Perché la CGIL non riesce a trovare la sintesi fra queste due “anime” del movimento sindacale? Semplicemente perché non è possibile trovare un punto di incontro fra due “culture” inconciliabili: quella del Capitalismo che, ad onta della crisi da esso stesso prodotta (ed a maggior ragione, in considerazione della inesistenza di vie d’uscita che non si traducano in licenziamenti), non intende arretrare di un metro sulla strada della completa “libertà” d’azione nei confronti dei lavoratori; e quella della solidarietà e pari dignità di questi ultimi, di fronte a cui dovrebbe essere limitata proprio quella “libertà” cui il Capitale non intende in alcun modo rinunciare.
A questo punto tutti, a sinistra, dobbiamo fare una scelta: stare dalla parte dei lavoratori a qualunque costo o continuare a cercare, con la CGIL, inesistenti percorsi di mediazione con una parte datoriale che non può (ed in effetti in questo momento di estrema crisi non può davvero) concedere assolutamente nulla a nessuno?
I Comunisti sono ormai da tempo convinti che con il Capitalismo non c’è alternativa allo scontro duro: in questo scontro è probabile che si verifichino modifiche epocali, dalla fine della CGIL, alla fine del Capitalismo, alla definitiva sconfitta dei lavoratori. Nessuno oggi può dire come finirà, ma per un Rinaldini che cade dal furgone per uno dei tanti tafferugli che oggi sono più che legittimi, non mi sento di schierarmi con la canea di personaggi di destra (vecchia e recente) che gli esprime solidarietà, dalla Marcegaglia, a Sacconi, a Matteoli, a D’Alema. Attilio Camaioni
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