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COSA NOSTRA & BRIGATE ROSSE PDF Stampa E-mail
domenica 29 giugno 2008

Sample ImageTratto da imgpress.it  29.6.08 

MOLTE OMBRE SUL RAPIMENTO DELLO STATISTA ITALIANO. QUEI MISTERI SVELATI DAL PENTITO MESSINESE GAETANO COSTA.

“Il mio rapporto con la realtà politica dentro il carcere iniziò a Fossombrone. Era il 1977."

Gaetano Costa, padrino dello Stretto tra gli anni Settanta / Ottanta. Non solo mafia.

Lei è stato in carcere durante il periodo dei cosiddetti anni di piombo. Ha mai conosciuto i capi delle Brigate Rosse?
“Sì, quando furono arrestati. Mi resi subito conto che era una razza un po’ particolare, gente molto colta che, anche nei rapporti umani, non era come noi che pensavamo solo al crimine, eravamo belve. Loro avevano il cuore di carne, noi dei barbari, con dei sassi al posto del cuore. Era gente che si impegnava nello studio e a me tutto questo piaceva. Volevo farmi una cultura da autodidatta. Letture di vario genere. Mi era venuta voglia di studiare, ma mi è stato impedito di colloquiare con l’esterno per paura che usassi i permessi per incontrare altri mafiosi che, stranamente, si erano anche loro riscoperti... studiosi. Avevamo fatto anche dei comitati di studio. Nei passeggi non potevamo stare in gruppi superiori a tre, quattro persone. Leggevamo assieme, si commentavano gli argomenti, i contenuti, le tesi che sosteneva Marx nel "Capitale", oppure Xu Hue nel suo manuale di economia politica. Con me c’erano Vincenzo Andraous, Nino Marano, Tucci, Paolo Dongo e Cesare Chiti. Le guardie si rilassavano perché pensavano: <Si imbrogliano (si prendono in giro, nda) tra di loro e non ci danno fastidio>. Non è che loro, cioè gli agenti penitenziari, avessero un grado di cultura più elevato del nostro. Da noi c'è molta ignoranza su quello che è l'aspetto sociale, la funzione dello stato. Per noi non era ammissibile fare politica, vivere in un contesto ideologico - politico, rimettere in discussione le cose. Io già a diciott'anni compresi che il mondo va in una certa maniera. Non potevo cambiare le cose. Il mio senso di ribellione interiore si è poi sviluppato con il paradosso criminale. Perché anche il criminale ha il senso del rifiuto dello stato delle cose. Quando facevamo una rapina in banca, in fondo, attaccavamo il capitale. Anche se non ce ne rendevamo conto in quegli anni. Era un modo di rifiutare le regole sociali imposte da uno Stato che negava l’esistenza dei problemi legati allo sviluppo sociale, alla crescita intellettuale e che non ti permetteva di occupare un posto in questa società. Ben presto anche i brigatisti scoprirono la realtà delle carceri dure. Videro da vicino l'altra faccia dello Stato (il terrorismo italiano verrà combattuto come fecero in Germania dopo l’arresto della sanguinaria banda di Andreas Baader e Ulricke Meinhof, con il confino in strutture penitenziarie super rigide, nda). Ho conosciuto tanti di loro, Franceschini, Ognibene, Curcio, Fiore, Piancone, tutta gente che non si tirava indietro davanti alle manifestazioni, agli atti di sabotaggio. Volevano svegliare una coscienza all'interno del penitenziario, ricordare che non eravamo gente da opprimere ventiquattr'ore ore al giorno. Sia noi malavitosi che loro brigatisti sopportavamo malvolentieri il regime interno. La limitazione di certi spazi era considerata ingiusta. In più loro, detenuti politici, davano una motivazione ideale e politica: <Tu, Stato, un uomo non puoi opprimerlo e poi limitarlo nell'oppressione>. Ecco gli ideali di fratellanza e solidarietà. Avevamo intrapreso delle forme di lotta per impedire anche alle guardie, i nostri controllori, i loro spazi sociali dopo la fine del lavoro. Dovevano, a esempio, smontare dopo un servizio... e iniziavano le manifestazioni, le proteste. Così non se ne potevano andare a casa. Dovevano rinunziare alle loro famiglie, alla loro vita normale. Era una pressione psicologica, da far provare a chi ti opprimeva. Queste idee di lotta le studiavamo assieme”.
 

Quando iniziò questo connubio?
“Il mio rapporto con la realtà politica dentro il carcere iniziò a Fossombrone (località vicina ad Ascoli Piceno, nda). Era il 1977. I brigatisti avevano iniziato a diffondere il loro pensiero tra noi detenuti comuni. La mia curiosità mi spinse a frequentarli con più assiduità l'anno successivo, mentre mi trovavo rinchiuso a Favignana. Conoscevo bene Alberto Franceschini e Roberto Ognibene. Renato Curcio lo conobbi personalmente, in seguito, nel supercarcere di Palmi, anche se lui già conosceva la mia storia”.

Renato Curcio e Alberto Franceschini...
“Di Renato mi colpì soprattutto l'umiltà. Era una persona assai disponibile e di grande apertura umana. Durante la nostra detenzione comune parlavamo dei problemi sociali. Spesso stava in silenzio ad osservare gli altri. Se capiva che tu eri abbastanza maturo se ne stava in disparte, altrimenti ti diceva: <Tu non devi subire solo perché usano la forza e patire la loro scelta>".

Durante quei giorni parlaste mai del rapimento di Aldo Moro?
“No. Non parlammo mai dell'onorevole Moro. Renato Curcio non tirò mai fuori il discorso e a me sembrava troppo indiscreto domandarglielo. Ogni tanto ne parlava Raffaele Fiore, il quale asseriva che Moro era molto coinvolto con le multinazionali e per il benessere sociale era morto. Ma tutta la colpa -sosteneva Fiore- era del suo partito, la Democrazia Cristiana, che lo aveva mollato. Con i brigatisti avevamo creato i <comitati di lotta>, una figura rivoluzionaria all'interno delle carceri: lottare per far migliorare le condizioni di vita. Si agiva e ci si comportava da militari. C'erano dei responsabili. Il comitato di lotta aveva anche il compito di mettersi in contatto con le altre carceri dove esistevano organizzazioni simili a tutela di noi detenuti speciali. Con loro organizzavamo e coordinavamo le proteste, le rivolte e gli scioperi che spesso avvenivano in contemporanea. I messaggi fuori dal carcere venivano portati dai nostri familiari. I brigatisti mi avevano dato un soprannome: <Kamu>. In seguito scoprii che così si chiamava l’uomo di fiducia di Lenin. Ognuno di noi, durante il periodo dei <comitati di lotta>, aveva un nome di battaglia. Curcio, ad esempio, era chiamato il <cane>“.

Ma è vero che la mafia doveva uccidere i capi delle Br?
“La <commissione> che avevamo creato evitò una triste pagina di storia omicida e criminale all'interno delle carceri. Era proprio il periodo del sequestro dell'onorevole Aldo Moro. Francis Turatello era stato contattato da personaggi esterni, di oscura qualifica e vicini ai servizi segreti, che l'avevano invitato a partecipare ad un ignobile progetto: si trattava, a detta di Turatello, di costituire un gruppo interno di killers che dovevano essere utilizzati per far fuori tutta la componente verticistica delle Brigate Rosse, che in quel periodo era sparsa nelle supercarceri della penisola. Si doveva far fuori Renato Curcio, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Alfredo Bonavita, Giorgio <Panizza> Panizzari e altri brigatisti. Chi aderiva a questo progetto, avrebbe ottenuto in cambio benefici economici e in seguito anche benefici penali e giudiziari. A me la proposta fu fatta nel supercarcere di Favignana da Maffeo Bellicini, detto Lino, molto amico di Turatello e coimputato con Albert Bergamelli, in seguito ucciso nel carcere di Ascoli Piceno, e Beringuer per alcuni sequestri di persona nella capitale, conosciuti da tutti come le tre B. Tra me e Lino c'era un rapporto di reciproca stima e amicizia. Per noi sarebbe stato facile compiere un assalto per eliminare cinque o sei componenti dei brigatisti in una sola volta. Sapevamo come comunicare fra di noi nelle diverse carceri. Dovevamo far credere che loro incitavano alle rivolte e quindi noi non li volevamo. Si vociferava, infatti, che erano i servizi segreti <a spingere>. A fare da tramite con Francis Turatello sarebbe stato un avvocato milanese, tale Formisano, legato proprio ai servizi. In cambio ci avrebbe stipendiato mensilmente ed avremmo poi ottenuto i benefici penali. Avremmo anche dovuto ricevere dei libri che inneggiavano all’apologia fascista. Sulla copertina nera vi era l’immagine di Benito Mussolini. Io mi opposi e mandai a dire a Turatello che era una autentica porcheria. Gli dissi anche di non parlare mai di questa storia perché l’avrebbero preso per matto. Mi adoperai energicamente assieme a tutta la commissione affinché il progetto di morte proposto da Francis non avesse successo. Feci cambiare idea anche a Lino Bellicini, suo discepolo: <Lino, che facemu, ni mazzamu tra di nui ? Iddi hanno i so cosi, per dire le loro ideologie politiche. Finemula cu stu Turatello. Che cosa voli...>.(Lino, che facciamo? Ci uccidiamo tra di noi ? Basta con Turatello. Cosa pretende...nda). Francis non reagì, non poteva incazzarsi con noi... I brigatisti non seppero mai nulla. Non potevamo tradire chi ci aveva fatto questa offerta. Nella nostra logica sarebbe stata una infamità. Ce la siamo tenuta per noi perché eravamo in grado di garantirgli l’incolumità. Solo dopo qualche anno appresero delle nostre buone intenzioni e il rapporto, che era già buono, divenne più fraterno”.

Poi che accadde?
“Nell’82 fui trasferito presso il carcere di Palmi per un processo che si doveva tenere a Reggio Calabria: all’epoca ero detenuto a Novara. A Palmi erano ristretti gran parte dei miei amici brigatisti, da Raffaele Fiore, a Mimmo Pinto, da Renato Curcio a Giorgio Panizzari. Ricordo che vi era rinchiuso anche un boss della ‘ndrangheta, Domenico Vincenzo Giuffrè, di Seminara, che dettava la sua legge, facendo dei soprusi agli stessi brigatisti venendo così meno alle <regole>. Così se ne parlò tra di noi, con Nino Marano e un napoletano, Paolo Franzese. Si arrivò alla decisione di ammazzarlo. La sua colpa era quella di criticare aspramente i metodi di lotta usati dagli stessi brigatisti, ma anche le rivolte e le loro ideologie. Lui si opponeva energicamente mettendo in difficoltà la riuscita delle proteste. Si decise di farlo <fuori> con del cianuro per evitare l’isolamento collettivo. Con me avevo del veleno che sarebbe servito al caso. Dovevamo metterlo dentro un pocket coffee da offrirgli durante l’ora d’aria. Lui non avrebbe potuto rifiutare il dono, nelle regole di vita carceraria sarebbe stata considerata una grave offesa. Io mi misi accanto a Giuffrè per offrirgli l’esca, ma fui colto di sorpresa da Raffaele Fiore, che non sapendo nulla del piano ideato con Franzese e Marano, si prese dalle mie mani il pocket coffee avvelenato per mangiarlo. Per camuffare la trappola e soprattutto per evitare la morte di Raffaele, Nino Marano iniziò a prendere a pugni e calci Mico Giuffrè, mentre io gridai a Fiore di sputare il cioccolatino: <Non masticare perché stai morendo, è cianuro...>. Raffaele sbiancò in volto. Riuscì a non ingoiarlo. Se la cavò con una semplice intossicazione. Domenico Giuffrè capì che quel <regalo> era per lui. Per cercare di <aggiustare> la cosa, mandò dei calabresi a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, da Carmelo Milone, uno dei responsabili mafiosi della zona, per sapere dove abitassi io e prendersi così la vendetta. La storia si chiuse lì perché intervennero gli uomini più potenti delle cosche messinesi, Domenico Cavò in testa, in cambio di un patto di non belligeranza”.

Quando ha deciso di dire basta con la <Cosa Nostra>?
“Personalmente ho fatto parte del crimine organizzato per più di vent’anni. Alla fine, dopo essermi reso conto che la mia onestà veniva usata e ingannata dai falsi criteri di solidarietà, amicizia e onestà che si trovano in tutti i sodalizi criminali, ho trovato il coraggio di ribellarmi contro la mafia. Non è certo una debolezza avere il coraggio di mandare al diavolo il crimine e i suoi capi che si danno una parvenza di onestà. In verità, sono degli infami che mandano al macello, o almeno tentano di farlo, tutti coloro che si sono votati al sacrificio per le loro affascinanti chiacchiere. Un tempo ne ero estasiato anch'io e credevo fermamente in quegli uomini. Ma poi, rendendomi conto che sono finti, come finti sono gli ideali che professano, ho deciso di mandarli a farsi fottere! Non bisogna mai dimenticare che il mafioso possiede tutti gli istinti caratteristici dei criminali: è un bruto, un egoista e tende a considerare persecutoria qualunque cosa si frapponga ai progetti che ha elaborato. Il mafioso si considera il centro del mondo, ritenendo che sia giusto arraffare tutto ciò che desidera. Fino a quando non ho preso io stesso contezza della mia natura, non credevo di essere una persona malvagia: ogni criminale non crede di essere tale. Se desidera qualcosa, ritiene suo diritto averlo. Prima del mio pentimento, non pensavo affatto a ciò che era giusto o ingiusto. Era il mio lato peggiore a prevalere. Poi, una mattina ho preso finalmente coscienza, e mi sono detto: <Ho fatto quel che ho fatto pensando soltanto a me stesso. Adesso devo rimediare al male che ho procurato alla società>.




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