Si è tenuto sabato 22 novembre 2008, nell’aula consiliare della Provincia regionale di Messina, il convegno organizzato dal circolo culturale “Quarto Stato”. Sintesi degli interventi e relazione introduttiva di Antonio Catalfamo (Università di Messina).
Sabato 22 novembre 2008, nell’aula consiliare della Provincia regionale di Messina, organizzato dal circolo culturale “Quarto Stato”, introdotto e moderato da Antonio Catalfamo (Università di Messina), si è svolto un convegno sul tema: “Crisi economica o fallimento del capitalismo?”. Esso, nelle intenzioni degli organizzatori, doveva rappresentare l’occasione, non solo per riflettere sui caratteri della crisi economica internazionale in atto e per individuare possibili vie d’uscita, ma anche per verificare le varie posizioni all’interno di quella che possiamo definire in senso lato “sinistra”. Da questo punto di vista, il quadro emerso è stato abbastanza chiaro.
Dopo l’introduzione di Antonio Catalfamo, Federico Martino (docente di Storia del diritto italiano all’Università di Messina) ha sottolineato la nuova articolazione del capitalismo, che vede l’emergere prepotente di Stati come la Cina. Tale configurazione è gravida di pericoli e può far sì che – come è avvenuto spesso nella storia – dalla crisi si cerchi di uscire attraverso la guerra.
Mario Centorrino ( docente di materie economiche all’Università di Messina) ha analizzato dettagliatamente la situazione economica mondiale, giungendo alla conclusione che non è poi tanto preoccupante la crisi finanziaria: peggio sarebbe stato se tale crisi avesse investito l’economia “reale”. Come se la crisi finanziaria non incombesse sulle famiglie, che devono pagare di tasca loro il ripianamento della situazione deficitaria delle banche deciso dai vari governi nazionali e se le somme dirottate sul sistema bancario con venissero sottratte agli investimenti e alla economia “reale”.
Di orientamento completamente opposto l’intervento di Domenico Moro, economista, autore di un apprezzato “Nuovo compendio del Capitale”. Egli ha sostenuto che il pensiero di Marx si è confermato, anche alla luce della crisi attuale del capitalismo, una straordinaria chiave di lettura per l’interpretazione di una realtà sociale in continua e contraddittoria evoluzione. Le classiche categorie marxiane di plusvalore, forza lavoro, capitale, modo di produzione, crisi conservano la loro validità nella spiegazione dei principali fenomeni economici, sociali e politici che caratterizzano la realtà odierna.
Salvatore Petrucci (segretario regionale del Partito dei Comunisti Italiani) ha proposto di analizzare anche i soggetti politici e sociali che operano nell’ambito della crisi in atto, sottolineando come le forze antagoniste del sistema si muovono solo sullo sfondo, ma auspicando, nel contempo, un nuovo protagonismo delle masse e che si realizzi un processo unitario tra le diverse formazioni comuniste, che parta dal basso.
Francesco Andaloro (consigliere provinciale del Partito della Rifondazione Comunista) ha evidenziato le gravi ripercussioni della crisi economica sui bilanci, già esigui, delle famiglie, puntando, come strumento per ostacolare le politiche governative, sull’unità di una non ben identificata “sinistra”.
Anche Tanino Santagati (sindacalista della C.G.I.L. ; assessore comunale a Messina ai tempi dell’amministrazione di centro-sinistra) si è richiamato a tale concetto nebuloso di “sinistra”, nonché a politiche “neokeynesiane”, da contrapporre al “neoliberismo”.
In conclusione, nel convegno si sono confrontate due linee: quella di chi prospetta soluzioni nell’ambito del sistema capitalistico e che individua in una “sinistra” dai connotati non chiari (il Partito Democratico vi rientra? Oltre ai partiti comunisti, quali sono gli altri interlocutori, visto che Sinistra Democratica ha dimostrato la propria inconsistenza elettorale?) il soggetto politico capace di contrastare la politica “neoliberista”; quella di chi rifiuta il pragmatismo spicciolo e ritiene che il soggetto politico antagonista dev’essere creato a partire dall’unità di tutti i comunisti in un solo partito.
Pubblichiamo qui di seguito, nella sua interezza, l’intervento introduttivo di Antonio Catalfamo.
Al centro di questo incontro c’è una domanda che tutti si pongono: quella attuale è una delle tante crisi cicliche che ha conosciuto il capitalismo nel corso della sua lunga vita e che ad esso sono connaturate o si tratta, al contrario, di una crisi sistemica? Dalla discussione verranno fuori senz’altro risposte diverse, come è giusto che avvenga in un vero confronto democratico, che noi vogliamo auspicare e, per la parte che ci compete, realizzare.
A mio parere, la situazione odierna è strettamente legata al crollo dei regimi comunisti dell’Est europeo. In conseguenza di tale crollo, il capitalismo ha creduto di avere le mani libere per tornare allo “status quo ante”, per rimettere in discussione i diritti fondamentali conquistati dai lavoratori, per realizzare una redistribuzione della ricchezza verso l’alto, cioè a discapito delle masse popolari e a favore dei ricchi, che sono diventati sempre più ricchi, mentre i poveri sono diventati sempre più poveri. Il capitalismo ha ridotto, innanzitutto, i salari, ma, se la gente non ha soldi in mano, non può comprare, diminuiscono i consumi e, quindi, la produzione. Il rimedio è stato peggiore del male. Per evitare la contrazione dei consumi, si è fatto ricorso ad un’economia “drogata”: le famiglie sono state spinte, attraverso carte di credito, accensione di mutui a tasso variabile, ecc., a spendere più di quello che avevano, indebitandosi oltre la misura consentita. Di conseguenza, non hanno potuto far fronte ai debiti contratti, mandando in crisi il sistema delle banche.
Di pari passo, c’è stato quel processo di finanziarizzazione dell’economia già previsto da Marx e ben delineato da Lenin in “Imperialismo fase suprema del capitalismo”. Tale finanziarizzazione è molto pericolosa e rischia di mettere in crisi l’intero sistema capitalistico, per due ordini di motivi. In primo luogo, a differenza del capitale “produttivo”, che si riproduce e si espande con l’estrazione di plusvalore e profitto dalla forza lavoro nell’ambito del processo di produzione, il capitale in denaro è molto più irrequieto ed impaziente, molto fluttuante ed incontrollabile, talvolta schizofrenico. In secondo luogo, se, come è accaduto per effetto della finanziarizzazione, le banche sono pure proprietarie delle industrie, la loro crisi determina quella delle stesse industrie. Perciò la distinzione che alcuni economisti e politici, da Berlusconi a Veltroni, fanno in questi giorni, tra economia finanziaria ed economia “reale” è puramente di scuola, perché esse hanno finito per coincidere. Ne deriva che l’intero sistema economico, con la crisi del sistema bancario, rischia di essere travolto.
Le soluzioni proposte assomigliano molto ai “pannicelli caldi”. Si è parlato, anche da parte delle socialdemocrazie europee, del “ritorno alle regole”, di un capitalismo “ben temperato”, in contrapposizione alla “deregulation” degli anni passati. E’ da centocinquanta anni che si alimenta questa speranza, anzi questa illusione. E’ come pretendere una tigre vegetariana o un bue senza corna. Il capitalismo è la legge della giungla. Ha ben scritto Marx: “Il capitale ha orrore della mancanza di profitto. Quando subodora un vantaggio ragionevole il capitale diventa insolente. Al 20% diventa entusiasta. Al 50% è prepotente; al 100% pesta sotto i piedi le leggi umane e al 300% non indietreggia dinanzi ad alcun crimine”.
Si è parlato a sproposito di un ritorno al “keynesismo”. Ben diversa è la funzione attribuita oggi all’intervento dello Stato. Difatti, Keynes sostenne, all’epoca della grande crisi del 1929-’33, che lo Stato doveva diventare imprenditore nelle attività produttive per diminuire la disoccupazione, stimolare la domanda aggregata e regolare la circolazione monetaria attraverso la Banca centrale, la quale deve fare in modo che il saggio di interesse corrente sul mercato non superi l’efficienza marginale del capitale. Naturalmente quella keynesiana era una terapia che cercava semplicemente di attenuare le crisi cicliche del capitalismo e che non poteva risolverne le contraddizioni insanabili.
Per converso, gli interventi statali odierni – come lo stesso Berlusconi ha tenuto a precisare – non sono diretti a “nazionalizzare”, bensì solo a puntellare le banche in crisi, allo scopo di salvare i grandi patrimoni societari in mano ai grandi azionisti, dopo che quelli medi e piccoli hanno già pagato enormemente a causa del crollo dei titoli azionari. In secondo luogo, tali interventi tendono a salvaguardare il meccanismo perverso che consente facili guadagni speculativi e trasferisce ricchezza dalla classe media a quella ricca. Ecco perché quest’ultima ha dato il benvenuto all’intervento pubblico, mentre fino a qualche mese prima esso veniva considerato lesivo della “libera concorrenza”, che, come una mano invisibile e miracolosa – per usare un’immagine tanto cara ad Adamo Smith – , avrebbe garantito, da sola, il benessere di tutta la società.
Miliardi di denaro pubblico vengono, dunque, regalati ai gruppi finanziari dominanti e bruciati grazie al meccanismo, anch’esso perverso, della borsa. Il cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente della Caritas internazionale e osservatore della Santa Sede alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale, rivela, sulle colonne di “Famiglia Cristiana” (n. 45/2008), che basterebbero a sfamare un miliardo di persone denutrite nel mondo 30 miliardi di dollari all’anno, cioè meno del 5% del piano della Casa Bianca a favore delle banche. Lo stesso cardinale propone l’istituzione di un Tribunale internazionale per i crimini finanziari, che, addirittura, producono molti più morti delle guerre, per fame, sete e malattie. Se lo propone lui, che rappresenta la Chiesa cattolica, ossia uno dei principali puntelli del sistema capitalistico mondiale, non vedo perché non dovremmo proporlo noi, che siamo per il superamento di questo sistema.
Ma, per tornare alla domanda di partenza: la crisi attuale è in grado di far crollare il capitalismo? Da sola no. Essa può determinare la stagnazione economica, non il crollo finale. L’abbattimento del sistema capitalistico richiede un’azione cosciente, altrimenti la sua crisi può durare anche secoli, come quella dell’impero romano. Per questo è necessario un soggetto politico che sia protagonista della trasformazione economico-sociale. Ciò significa che in Italia bisogna compiere tutti gli sforzi necessari per la creazione di un solo partito che riunisca tutti i comunisti. Chi non vuole un solo partito comunista, in realtà, non ne vuole nessuno, perché, in stretto rapporto con l’accentramento dei capitali in poche mani e con il potenziamento dei monopoli, si è realizzato un nuovo autoritarismo politico-istituzionale, che, dando attuazione, nel nostro Paese, al Piano di rinascita nazionale di Licio Gelli, si propone, attraverso un sistema di controriforme, basato su sistemi elettorali maggioritari e soglie di sbarramento, di cancellare dalla scena politica e dal campo istituzionale ogni presenza comunista. Chi si oppone alla nascita di un solo partito comunista si assume la responsabilità di consentire la realizzazione di tale piano.
Antonio Catalfamo
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