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Sì del Senato alla Finanziaria
Nell'Aula di Palazzo Madama c'era anche il premier ad assistere al voto finale sulla Finanziaria, che ha tenuto col fiato sospeso la maggioranza per molti giorni. Sono le 22,35 del 15.11.07 quando sul tabellone appaiono i voti, 161 favorevoli contro 157 contrari: la manovra 2008 è stata licenziata, dopo 97 articoli e 716 votazioni. Sono fallite spallate, implosioni e campagne acquisti di senatori. La maggioranza, con le sue debolezze e le sue contraddizioni, ha tenuto e l'opposizione per vedere tornare a casa il governo dovrà ancora aspettare. Tanto che Romano Prodi scherza: «Il panettone lo mangiamo a Palazzo Chigi». Grande è la soddisfazione nei banchi della maggioranza dopo lo scampato pericolo. Prodi abbraccia il ministro Padoa-Schioppa ed afferma: «La Finanziaria è stata votata senza la fiducia, è un risultato molto positivo. Un grande successo».
Anna Finocchiaro nel suo intervento auspica «la fine della politica delle spallate» e il ritorno alla politica vera, poi si alza e stringe le mani della senatrice a vita Rita Levi Montalcini, 94 anni, rimasta in Aula a votare fino all'ultimo emendamento nonostante gli attacchi, spesso poco gradevoli, dell'opposizione. E' una manovra «di equità, di sviluppo, di tagli significativi ai costi della politica», sottolinea nella dichiarazione di voto il senatore dei Verdi Natale Ripamonti che parla a nome di tutta la sinistra. «Quella approvata questa sera è una buona finanziaria – commenta il segretario del Pdci Oliviero Diliberto - dopo quella di risanamento dei conti dello scorso anno, questa è una Finanziaria di redistribuzione. Ci sono tante buone cose che gli italiani sapranno apprezzare. Prima fra tutti la norma di stabilizzazione dei precari che ora hanno qualche certezza in più». Diliberto ricorda l'importanza di un'approvazione senza bisogno di ricorrere al voto di fiducia, «ora il passaggio alla Camera e poi è necessario dare un nuovo impulso all'azione di governo da parte di una maggioranza, lo ricordo, legittimata a governare dal voto degli italiani».
Una festa a metà per la maggioranza però, infatti rimane l'ombra di Lamberto Dini, che alla fine a votato con l'Unione ma si mostra sempre più lontano dalla coalizione di centrosinistra. «Proseguiremo con determinazione nella nostra iniziativa politica liberaldemocratica con l'obiettivo di superare rapidamente l'attuale quadro politico poiché il governo che ne è espressione non appare adatto a realizzare le politiche necessarie per invertire la tendenza al declino economico e civile del paese». Sono queste le pesanti quanto chiare parole con cui Dini ha chiuso il proprio intervento e che fanno temere per il futuro dell'esecutivo.
Anche perché la partita non è finita ed entro la fine dell'anno la maggioranza sarà chiamata ad approvare il decreto fiscale e il protocollo sul welfare che, dopo l'esame alla Camera, dovranno tornare di nuovo in Senato, così come la Finanziaria, con tutte le incognite che ciò comporta. Senza contare la prova del pacchetto sicurezza. Insomma una serie di votazioni decisive nelle quali è difficile prevedere il comportamento dei Liberaldemocratici, con Dini che avverte «valuteremo di volta in volta», e dell'Unione democratica di Bordon e Manzione, che rimarcano la fragilità di questa maggioranza.
Ma le lunghe sedute del Senato hanno minato anche la compattezza del centrodestra con Gianfranco Fini stanco di aspettare le mancate crisi di governo teorizzate da Silvio Berlusconi. «Sono due anni che stiamo all'opposizione inseguendo il mito della spallata e non abbiamo costruito niente», afferma Fini che sottolinea che «da oggi An proseguirà in maniera autonoma» e si dichiara pronto al dialogo sulla riforma elettorale con il centrosinistra, anche a seguito della risposta ricevuta dal Cavaliere: «Non se ne parla».
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