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EMMA LA DOLCE E L’UOMO CHE VOLEVA FARSI BONAPARTE PDF Stampa E-mail
mercoledì 27 maggio 2009

Sample Image“I singoli capitalisti investono sempre meno i propri capitali, servendosi invece del capitale sociale, raccolto tra i risparmiatori e distribuito alle imprese dalle banche”. di Domenico Moro

Il discorso della Marcegaglia alla recente assemblea della Confindustria è rivelatore della preoccupazione del capitale italiano per la crisi e per la incapacità del governo di affrontarla. La Marcegaglia, conscia che la gravità della crisi ha scosso la fiducia nel modo di produzione dominante fin nei fondamentali, mette le mani avanti: “Il capitalismo e l’economia di mercato non sono anarchia. Funzionano bene solo con regole buone e ben applicate.” Peccato che fino a ieri la presidente e schiere di economisti ci abbiano ripetuto il contrario, esaltando la capacità di autoregolazione del mercato e che oggi continuino a chiedere la privatizzazione di quanto rimane pubblico, come acqua, luce e gas. Il fatto è che il capitalismo è, in se stesso, anarchia. Una verità su cui tutti i governi hanno sbattuto la faccia tanto violentemente che proprio dai Paesi in cui è nato il neoliberismo, Usa e Gran Bretagna, è partita la brusca sterzata in direzione del ritorno dello Stato in economia. Sulla necessità di tale rientro nessuno sembra avere dubbi. È sul come debba avvenire che ci sono pareri diversi. Per la Marcegaglia il ruolo dello Stato è chiaro: “Oggi lo Stato deve rimettere in carreggiata le economie e ridefinire le regole. Ma poi dovrà rientrare nei suoi confini, lasciando all’impresa e al mercato il compito di guidare l’investimento, l’innovazione, la creazione di ricchezza.” Qui però Emma sembra presupporre che quella in corso sia una crisi come le altre, congiunturale, e non una crisi strutturale, la peggiore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma vediamo come prosegue: “Sarebbe un tragico errore pensare che la crisi apra una nuova epoca, nella quale sia la politica, per riaffermare la propria supremazia, ad indicare le priorità nell’allocazione delle risorse, a condurre lo sviluppo, a scegliere nuove tecnologie e i vincitori della competizione.” Il concetto è chiaro: l’aiuto dello Stato è necessario, ma a decidere che cosa, come, per chi produrre dobbiamo rimanere noi. La direzione dell’economia  deve rimanere nelle mani del capitale, il che esclude qualsiasi forma di indirizzo generale dell’economia da parte pubblica, e implica, quindi, il mantenimento dell’anarchia produttiva.  La realtà è che caratteristica del capitale maturo è la “produzione privata senza proprietà privata”. I singoli capitalisti investono sempre meno i propri capitali, servendosi invece del capitale sociale, raccolto tra i risparmiatori e distribuito alle imprese dalle banche. Questo è tanto più vero in Italia dove, come ricorda la Marcegaglia, la capitalizzazione delle aziende è bassa e il bisogno di credito molto grande.  Oggi, essendo bloccati le banche ed il sistema finanziario, è lo Stato ad assolvere direttamente questo compito di erogazione alle imprese di un capitale che è ancora più “sociale”. Quanto sta avvenendo nel settore automobilistico è esemplificativo. I governi, dagli Usa alla Francia alla Germania, hanno messo miliardi di euro o di dollari a sostegno delle aziende. Tutti tranne il governo Berlusconi, che continua con gli appelli alla fiducia nell’economia italiana. È significativo che la Fiat sia andata all’estero, a caccia di aziende che portassero in dote sussidi miliardari, come la Chrysler e la Opel, per prendere la quale Fiat chiede allo Stato tedesco due miliardi e mezzo di “garanzia” in più di Magna. Così, Emma all’assemblea di Confindustria ha colto al volo l’occasione per dire in faccia a Berlusconi che non è stato fatto abbastanza e che servono più risorse, senza le quali la crisi metterà a rischio le imprese. Berlusconi quindici anni fa era considerato un parvenu dall’establishment economico, di cui ora invece fa parte, come dimostra l’ingresso di sua figlia Marina nell’azionariato di Mediobanca, il salotto buono del capitalismo italiano. Ma questo non vuol dire che la luna di miele tra questo governo e la Confindustria possa durare specie se, come appare certo, l’impatto più pesante della crisi deve ancora arrivare e il presidente del Consiglio è preso da velleità bonapartiste. Del resto, una Confindustria che sta portando a compimento il suo progetto di trasformazione dell’Italia in una “democrazia” oligarchica non ha bisogno di offrirsi ad alcun “Cesare”, almeno per ora.

Domenico Moro


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