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“E’ inutile inginocchiarsi ai tiranni a meno che non si voglia perdere ogni dignità ed amor proprio; ed a ciò non voglio arrivare, preferirei la morte onorata all’avvilimento che mi facesse trascinare, magari mille anni, in una vita che non potrebbe riuscirmi che odiosa”. di Francesco Napoli*
”L’INCARNAZIONE PIU’ ALTA DELLA LOTTA DI EMANCIPAZIONE DEL POPOLO SICILIANO”. Con l'affermazione di Pancrazio De Pasquale, Francesco Napoli ricorda la figura del dirigente sindacale e comunista, nell'anniversario della morte. Francesco Lo Sardo nacque a Naso il 22 maggio del 1871, come molti adolescenti del suo tempo inizia gli studi in un seminario vescovile. Deluso degli insegnamenti teologici, abbandona il seminario vescovile di Patti e si trasferisce a Messina per proseguire gli studi nelle scuole pubbliche. A Messina frequentò il Circolo anarchico-socialista ed iniziò a collaborare con la rivista “Il Riscatto” diretto da Giovanni Noè. L’esperienza dei Fasci siciliani lo vede tra i protagonisti nella lotta per la moralizzazione della vita amministrativa, il suo sostegno politico, ai consiglieri comunali Petrina e Noè, alla lotta contro i corrotti dentro al Consiglio comunale, determinò perfino lo scioglimento dello stesso Consiglio e l’arresto dei colpevoli. In quanto promotore del Primo Fascio Operaio Nasitano viene condannato al domicilio coatto nelle isole Tremiti. Al suo rientro a Messina riesce a laurearsi in giurisprudenza e, dopo un nuovo arresto nel 1898, si dedica alla professione di avvocato e a costruirsi una famiglia. Si convince che l’anarchismo rischia di colpire gli esecutori delle ingiustizie sociali senza raggiungere i mandanti o – per riprendere la sua colorita immagine per i contadini che si rivoltavano verso guardie ed esattori – di addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata: dunque si sposta su posizioni socialiste più organizzate. Il terremoto del 1908 lo priva degli affetti più cari, infatti morirono tragicamente il suo unico figlio di dodici anni, tanti amici e compagni. Innanzi alla speculazione edilizia, guidata dall’Arcivescovo Pajno, che costruisce chiese e seminari senza preoccuparsi dell’edilizia popolare simile a “gabbie per canarini”, trova la forza di reagire allo sconforto, di riprendere la pubblicazione del “Riscatto”, di riorganizzare la sezione socialista e la locale Camera confederale del lavoro. Dopo la Prima guerra mondiale, guida le occupazioni contadine delle terre incolte e si espone alle minacce ed alle aggressioni fisiche, delle camicie nere. Nel 1921 aderisce al partito Comunista, alle elezioni del 1924 Lo Sardo viene eletto deputato nazionale e in Parlamento stigmatizza la politica del Governo con una formula che, oggi, suona curiosamente attuale: “Cercate il pareggio del bilancio, assottigliando la razione di pane dei lavoratori ed aumentando il reddito delle classi ricche”. Anche a causa delle altre sue battaglie -contro il trasferimento dell’Università da Messina, contro la privatizzazione dell’Ospedale “Piemonte” e soprattutto nelle aule dei tribunali contro i soprusi giudiziari– il regime fascista ne decreta la carcerazione. E’ l’8 novembre del 1926: da allora sino alla morte, il deputato-avvocato sarà trascinato da una prigione all’altra per tutta la Penisola (Messina, Catania, Roma, Sassari, Oneglia, Turi, Napoli). La privazione della carta e della penna riduce le sue possibilità di lavoro: il peggioramento delle condizioni di salute fa il resto. A chi gli fa ventilare la possibilità di chiedere la grazia, risponde con fierezza: “E’ inutile inginocchiarsi ai tiranni a meno che non si voglia perdere ogni dignità ed amor proprio; ed a ciò non voglio arrivare, preferirei la morte onorata all’avvilimento che mi facesse trascinare, magari mille anni, in una vita che non potrebbe riuscirmi che odiosa”. Anche un illustre compagno di prigionia, Antonio Gramsci, gli consiglia di firmare: “Ti resta poco” – gli disse – “e poi hai dato tutto al partito”. Ma la sua risposta non muta: “Hanno voluto la carne e si prenderanno anche le ossa. Io non firmo” (cfr. Umberto Clementi in Gramsci vivo - Nelle testimonianze dei suoi contemporanei, a cura di Mimma Paulesu Quercioli, Feltrinelli, 1977) . Soffriva di asma, di nefrite, di enterocolite e si limitava a chiedere di essere curato chirurgicamente, ma la risposta burocratica tardava ad arrivare: il “modesto soldato dell’idea” (come amava autodefinirsi), il “san Francesco del comunismo” (come amavano definirlo alcuni compagni di carcere), si spense fra le mura di Poggioreale il 30 maggio del 1931. In una delle ultime lettere - al fratello che gli aveva attribuito, un po’ retoricamente, del “coraggio leonino” – obietta: “Ho avuto quel modesto coraggio umano necessario per adempiere ai miei doveri di uomo verso la mia donna, verso la mia famiglia, verso la società e la mia fede, superando le difficoltà che dalla natura e dagli uomini mi si opponevano, e resistendo ad esse con coraggio”. **Segretario cittadino Pdci Messina
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