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“ I COMUNISTI E L’UNIONE EUROPEA” PDF Stampa E-mail
mercoledì 12 aprile 2017

Sample ImageRoma, 25 febbraio: Non era una sfida facile quella di promuovere un convegno internazionale sui comunisti e l’Unione europea, con la presenza di varie organizzazioni comuniste del Vecchio continente e una serie di economisti che da tempo lavorano sulle contraddizioni della zona Euro e sul modo migliore per superarle. Una scommessa difficile... Cronaca di un convegno riuscito, di analisi e di lotta politica. (di Alex Hobel)

 Non era una sfida facile quella di promuovere un convegno internazionale sui comunisti e l’Unione europea, con la presenza di varie organizzazioni comuniste del Vecchio continente e una serie di economisti che da tempo lavorano sulle contraddizioni della zona Euro e sul modo migliore per superarle. Una scommessa difficile, dunque, vinta grazie all’impegno di tanti militanti, al lavoro delle compagne e dei compagni del Dipartimento Esteri del Partito e alla disponibilità delle organizzazioni che hanno accettato di partecipare all’iniziativa: il Partito comunista portoghese, il cipriota Akel, il Partito comunista di Ucraina, il Partito comunista di Lugansk, cui va aggiunto il Partito comunista di Spagna, che solo per un problema logistico non ha potuto poi essere presente, e le due altre organizzazioni italiane coinvolte, Rifondazione Comunista e la Rete dei Comunisti. La sfida, dunque, ha avuto un buon esito, e oltre alla qualità del dibattito anche l’alta partecipazione al convegno – almeno duecento persone in sala, dalle 10.30 del mattino alle 18.00 – lo testimonia.

 La presenza di diversi ospiti stranieri, inoltre, ha consentito al Dipartimento esteri, al Segretario e alla Segreteria nazionale di avere utilissimi scambi di informazioni e di idee, consolidando rapporti che giudichiamo preziosi. Anche perché – come ha sottolineato Fosco Giannini, responsabile Esteri e membro della Segreteria del Pci, nel suo intervento di apertura – la vocazione internazionalista dei comunisti va rilanciata e arricchita attraverso atti concreti. È una vocazione che ha una lunga tradizione storica, e non a caso, prima dell’inizio del convegno i partecipanti hanno potuto vedere le straordinarie immagini del film Lenin vivo, di Gianni Amico, che l’Ufficio stampa e propaganda del Pci realizzò nel 1970, a un secolo esatto dalla nascita di Lenin, gentilmente concesso dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. E oggi che siamo a cento anni dal 1917 è più che mai opportuno ricordare e riflettere su quella origine del movimento comunista, che proprio dell’internazionalismo, del rifiuto della guerra e dell’abbattimento di poteri autocratici e ingiusti fece le sue bandiere.

 Il convegno è iniziato con un primo intervento del compagno Francesco Maringiò, del Dipartimento esteri del Pci, che ha tracciato brevemente le attuali contraddizioni del quadro internazionale ed europeo, ha trasmesso il saluto del Partito comunista di Spagna e quello di Giorgio Cremaschi per Eurostop e ha – mano a mano – presentato gli esponenti dei partiti comunisti che sono intervenuti, aggiungendo notizie politiche relative ai loro partiti e ai loro Paesi. I lavori sono proseguiti  con una illustrazione del progetto del convegno da parte del compagno Fosco Giannini, che  ha ricordato che il nostro partito si è costituito sulla base di tre decisivi cardini teorici e politici: l’antimperialismo, l’internazionalismo, la prospettiva del socialismo. Il fatto che «il più grande pericolo per la pace mondiale e per l’intera umanità sia rappresentato – oggi più che mai – dagli Stati Uniti d’America e dalla NATO» – ha aggiunto Giannini – non deve far dimenticare che, accanto a USA e Giappone, un «terzo polo neoimperialista» si va costituendo, ed è quello dell’Unione Europea: un progetto «funzionale soltanto agli interessi del grande capitale transnazionale europeo, che – per diventare competitivo nella lotta inter-imperialistica – doveva e deve abbattere il costo del lavoro, i salari, i diritti, lo stato sociale e ogni resistenza democratica», come ha mostrato anche l’attacco alla nostra Costituzione.

 Strumento monetario di questa costruzione è l’Euro,«l’unica moneta al mondo senza uno Stato»; una moneta dal valore artificiale, che ha raddoppiato il costo delle merci raggelando i salari, senza accompagnarsi a un sistema fiscale unico, che avrebbe imposto un minimo di redistribuzione delle risorse su scala continentale. Il progetto dell’Unione europea si è delineato attraverso i suoi trattati istitutivi, neoliberisti fin nelle fondamenta; è per questo che l’UE è irriformabile. Dinanzi al tentativo di abbattere le resistenze degli Stati, i comunisti devono «rivalutare il ruolo dello Stato-Nazione, utilizzandolo come argine al liberismo e difesa degli interessi popolari». Ciò non significa certo ripiegare su posizioni nazionalistiche, ma«deve coniugarsi con la necessaria unità sovranazionale delle lotte contro il grande capitale». Occorre dunque – ha concluso Giannini – «stringere ancor più i rapporti tra i Partiti comunisti d’Europa, costruire insieme una lotta unitaria e sovranazionale, che si offra come punto di riferimento del movimento operaio e dei popoli europei, al fine di evitare che la sofferenza sociale trovi l’unico sbocco nei fronti nazionalisti, populisti e di destra».

 Bruno Steri, responsabile Economia e anch’egli membro della Segreteria del Pci, ha quindi tenuto la sua relazione. Partendo dal documento Il Partito comunista italiano e la questione europea, Steri ha ribadito il giudizio radicalmente negativo sull’Unione Europea, di cui si è verificata la irriformabilità. Il progetto europeo, «a trazione tedesca e di ispirazione liberista, oltre che iniquo socialmente si è dimostrato oggettivamente fallimentare […]. L’Unione si è trovata infatti a dover fronteggiare gli squilibri causati dai differenziali di competitività esistenti al suo interno […]. La strada scelta per tentare un riequilibrio è stata quella dell’abbattimento del costo del lavoro […] con l’obiettivo di incrementare per questa via la produttività dei Paesi “periferici” e sanare i loro conti con l’estero […] ma il risultato è stata la distruzione della domanda interna», e il caso greco è lì a dimostrarlo.

 La crisi iniziata nel 2008 ha peggiorato le cose, ma i parametri di Maastricht, lungi dall’essere messi in discussione, «sono stati ulteriormente inaspriti da successivi patti, che hanno ridotto a zero la tolleranza sul deficit pubblico e stabilito una tempistica ultra-rigorosa per il rientro dal debito, con un totale potere di condizionamento da parte di Bruxelles e più severe sanzioni in caso di infrazione». In questo quadro i margini di azione per i singoli Stati si sono ulteriormente ristretti. Quanto all’Italia, sul nostro paese grava la minaccia di una procedura di infrazione per deficit eccessivo; con la conseguente prospettiva di ulteriori tagli e sacrifici e la richiesta da parte di Bruxelles di un vero e proprio “piano nazionale di riforme” per l’abbattimento del debito. È evidente che, «a questo punto, il problema non è “quanta Europa” ma “quale Europa”. E che sarebbe ora di cambiare risolutamente strada».

 D’altra parte – ha proseguito Steri – dall’esito delle prossime elezioni in Olanda, Francia, Germania e Italia«dipenderà l’esistenza della moneta unica e della stessa Ue», la cui implosione non è da escludersi. Sarebbe dunque da irresponsabili non provare«a indicare nel concreto una via che tuteli gli interessi delle classi popolari», dal momento che un’eventuale fuoriuscita dall’Euro «può avere due opposti esiti, uno di destra e uno di sinistra». Per quest’ultimo, sarebbe necessario ripristinare una serie di strumenti, come la scala mobile, i contratti nazionali, i prezzi amministrati. Ma occorre anche un nuovo protagonismo delle forze progressiste e dei comunisti in primo luogo, a partire daireferendum sociali promossi dalla Cgil e dalla mobilitazione di fine marzo, allorché a Roma si riunirà il vertice della Ue. Va dunque rilanciata«un’alternativa politica e di trasformazione sociale», in cui tornino sotto il controllo pubblico i settori strategici dell’economia e siarivitalizzata la partecipazione democratica. Occorre dunque un diverso«quadro politico e istituzionale», che delinei«un’Europa di pace, di cooperazione economica, di solidarietà tra popoli e Stati, che siano sovrani e con gli stessi diritti: una comunità di Paesi solidali dall’Atlantico agli Urali».

Ha quindi preso la parola la prima tra i relatori dei partiti comunisti esteri, la compagna Viktoriia Georghevska, responsabile Relazioni internazionali del PC di Ucraina, un partito perseguitato e messo fuori legge nel suo paese, dove invece organizzazioni neonaziste e gruppi paramilitari spadroneggiano; tutto ciò, nel cuore dell’Europa “democratica”. La stessa compagna Georghevska, nel 2014, è stata vittima di un attentato assieme al Segretario del Partito Petro Simonenko: appena usciti della sede della tv ucraina, dove Simonenko aveva annunciato il suo ritiro dalle elezioni presidenziali, i due dirigenti e la loro scorta furono aggrediti da una trentina di squadristi, che dopo aver rotto i vetri dell’automobile vi gettarono delle molotov nel tentativo di bruciare vivi gli occupanti (http://contropiano.org/news/internazionale-news/2014/05/17/ucraina-attentato-fascista-contro-il-segretario-del-partito-comunista-024036). Solo la prontezza della compagna, che ributtò le molotov fuori dall’auto, consentì loro di salvarsi la vita.

 Accolta da un caloroso applauso di tutta la sala in piedi, la responsabile Esteri del PC Ucraino ha osservato che coloro i quali portarono i manifestanti a piazza Maidan per una di quelle “rivoluzioni colorate” con cui, dalle ultime vicende dell’Urss in avanti, gli Stati Uniti promuovono le loro operazioni di “regime change”, avevano promesso loro livelli di vita pari a quelli più alti dell’Unione Europea; al contrario, la sempre più stretta integrazione dell’Ucraina con UE e USA ha impoverito la grande maggioranza della popolazione e sta riducendo il Paese al rango di una colonia. Mentre il potere si caratterizza per le lotte tra gruppi di oligarchi e potentati economici, nella società si promuove l’isteria anticomunista e russofoba.

 La compagna Georghevska peraltro non si è limitata a un’analisi della situazione ucraina, ma ha delineato un quadro complessivo. Di fronte ai danni provocati dalla mondializzazione capitalistica, molti Paesi stanno cercando delle  strategie nazionali anti-crisi, puntando a preservare il loro potenziale industriale e tecnico-scientifico, fondamentale per lo sviluppo e per l'innovazione; al tempo stesso sperimentano nuove forme di integrazione economica internazionale, come quella delineata dai BRICS (tra i quali aumentano i pagamenti in monete nazionali senza alcun riferimento al dollaro o all’euro) o dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. In questo quadro, ha osservato, «si aprono nuove opportunità per la conversione del continente euro-asiatico nel nuovo centro di crescita globale al posto di quello euro-atlantico». Di fronte a ciò che percepiscono come un rischio mortale, gli Stati Uniti e alcuni loro alleati si sono mobilitati attraverso nuovi progetti di integrazione di tipo neoliberista come il TTIP e il TPPA, continuando a promuovere quelle “rivoluzioni colorate” con cui cercano di seminare il caos nei paesi che non si adeguano. È in questo contesto che è maturato il golpe di Maidan. «L’obiettivo era di impedire la partecipazione dell'Ucraina al progetto eurasiatico, creare il caos al confine con la Russia e localizzare una base navale NATO in Crimea». Oggi la “democrazia” vede elezioni popolari sostituite da “elezioni tecnologiche” in cui la compravendita di voti e la frode sono la norma, mentre i gruppi neonazisti e le squadre paramilitari impazzano e il prodotto interno lordo ha perso il 20% in tre anni. Un’inversione di rotta è dunque urgente. Le proposte dei comunisti ucraini vanno dal ripristino della normalità costituzionale allo scioglimento dei gruppi armati illegali; dall’esclusione in ruoli di governo di persone incompatibili con i principi costituzionali alla revisione delle assurde leggi sulla “decomunistizzazione”.

 Dopo l’intervento, drammatico ma anche fortemente analitico della compagnaGeorghevska, ha preso la parola un economista di vaglia come Emiliano Brancaccio, il quale ha esordito con una riflessione squisitamente politica (e molto politico è stato tutto il suo discorso): checché ne dicano detrattori e liquidazionisti, il Partito comunista continua ad essere uno strumento fondamentale della trasformazione in quanto «espressione politica del materialismo storico». In questo quadro Brancaccio ha sottolineato la necessità di un nuovo internazionalismo del movimento operaio, ben distinto dall’“internazionalismo” del capitale, ossia dalla mondializzazione capitalistica, ma anche dalle scorciatoie neo-nazionalistiche di destre e populisti vari: dopo essere stato in molti casi subalterno ai cantori della globalizzazione, il movimento operaio non può oggi porsi alla coda di istanze e movimenti regressivi. L’economista napoletano, reduce da un dibattito con Romano Prodi all’Università di Bologna, ha criticato la lettura data da Prodi ed egemone nei nostri media della UE come “baluardo di pace”. In realtà, ha osservato, l’attuale assetto europeo è tutto fuorché garanzia di pace, ricordando in modo inquietante il contesto del gold standard che esisteva nel 1914, ossia un sistema di cambi fissi cui si accompagna la totale libertà di circolazione dei capitali. Un’analisi ispirata al materialismo storico può senz’altro cogliere i nessi tra economia e geopolitica, e nel caso specifico la relazione tra gli squilibri commerciali e delle bilance dei pagamenti e le spinte alla guerra che vanno riemergendo. Il paradosso è che quelle stesse politiche vessatorie che, come denunciava il Keynes de Le conseguenze economiche della pace, furono imposte alla Germania dopo la prima guerra mondiale, contribuendo all’ascesa del nazismo, sono oggi adottate dalla stessa Germania nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea. Tuttavia fuoriuscite dall’Euro unilaterali da parte di singoli Stati non sono auspicabile: il ritorno a monete nazionali e a un sistema di cambi flessibili costituirebbe la soluzione «più capitalistica di tutte». Occorre invece costruire rapporti economici e finanziari tra i paesi europei effettivamente orientati verso la pace e la cooperazione, e in questo quadro va rilanciato con forza l’obiettivo del controllo dei flussi di capitale: se le destre basano la loro politica sul tentativo di arrestare i flussi di persone, ad esse va contrapposta la richiesta di un controllo pubblico dei movimenti di capitale, presupposto indispensabile di ogni politica di programmazione democratica dell’economia.

 L’intervento di Brancaccio ha dunque posto elementi problematici di non poco conto. A lui è seguito il secondo ospite straniero, il compagno Charis Polycarpou, membro del CC e dell’Ufficio economico di Akel, il Partito progressista dei lavoratori di Cipro. Il compagno Polycarpou è partito dal “deficit democratico” sempre più evidente nella UE, i cui memorandum e diktat erodono la democrazia e la sovranità degli Stati. A ciò si aggiungono un aumento della povertà e un’accelerata deindustrializzazione nei paesi dell’Europa mediterranea. Secondo Eurostat tra il 2008-2014 oltre 300.000 aziende nel settore delle costruzioni nell'Unione Europea hanno chiuso i battenti. A Cipro, negli ultimi quattro anni 5.000 piccole aziende sono fallite. «L’economia europea – ha osservato Polycarpou – potrebbe essere descritta come un caso in cui il pesce grande mangia quello piccolo».Oggi, più di 120 milioni di ciprioti vivono in povertà. Nell’intera UE Il tasso di disoccupazione sfiora ormai la cifra di 25 milioni di persone, ma vi è anche un problema di qualità del lavoro, sempre più precario e non regolamentato.

 Il fatto che la crisi esplosa nel 2008 sia stata attribuita a un eccesso di spesa pubblica ha giustificato quelle politiche di austerity e tagli allo Stato sociale imposte dalla UE che hanno anche un intento politico, quello di colpire i lavoratori e di dettare ai singoli paesi le linee di politica economica. Per quanto riguarda Cipro, la firma del memorandum del 2013 segnò l’inizio di un nuovo periodo per l’economia, portando la disoccupazione sopra il 15%, accrescendo la sottoccupazione e le diseguaglianze e portando il 29% della popolazione sull'orlo della povertà. Va dunque invertita la rotta, cercando soluzioni a livello nazionale ed europeo, aumentando la spesa pubblica in investimenti e infrastrutture, mirando a ridurre la disoccupazione e creare posti di lavoro stabili e dignitosi; occorre insomma «un piano alternativo globale». Le forze progressiste europee – ha concluso Polycarpou – «hanno il dovere di promuovere un'azione comune e proporre un percorso alternativo», che si contrapponga al “patto di stabilità” e al monetarismo della BCE.

 Come si vede, le ipotesi in campo sono di diverso tipo. Non c’è alcun massimalismo nelle posizioni dei comunisti europei, ma la presa d’atto di una situazione drammatica, rispetto alla quale occorre individuare le vie d’uscita, offrendo risposte ai problemi più urgenti dei lavoratori e costruendo al tempo stesso una prospettiva alternativa di carattere generale.

 Dopo una breve pausa, il convegno è ripreso – con una presenza in sala che si è mantenuta costante – con l’intervento di Rosa Rinaldi della Segreteria nazionale del Partito della rifondazione comunista, la quale ha posto l’accento sulla«necessità di rovesciare questa Unione Europea», «rompere la gabbia» che essa rappresenta, rilanciando la lotta al neoliberismo, per la riduzione dell’orario di lavoro, nuove politiche keynesiane di intervento pubblico in economia e nuove tutele per i lavoratori: una lotta che non può più essere condotta a livello nazionale ma va portata su un piano europeo. Per la compagna Rinaldi, il tema della fuoriuscita da Euro e UE non va dunque posto come un discrimine; va invece costruito un fronte antiliberista unitario, lottando in primo luogo contro lo strapotere delle multinazionali.

 Ha quindi preso la parola l’economista Sergio Cesaratto, autore tra l’altro del recente Sei lezioni di economia. Cesaratto ha premesso che di fronte a una situazione complessa come quella attuale, non esistono risposte certe; ma proprio per questo è utile sviluppare il dibattito e considerare quanto meno la possibilità della fuoriuscita dall’Euro, alla quale del resto l’Italia è stata vicina nel 2012. Un esito del genere si produrrebbe solo in presenza di un aggravarsi della situazione, ad esempio se il Fiscal compact fosse applicato nei prossimi anni, costringendo il nostro paese a ulteriori drastici tagli alla spesa sociale per ridurre il debito pubblico sul PIL del 4-5% all’anno, il che farebbe calare a picco l’economia. Tale esito non sarebbe privo di conseguenze, anche perché il debito estero non sarebbe convertibile in lire. Né Cesaratto ritiene possibile una uscita coordinata di più paesi che trovino tra loro nuove forme di integrazione. In caso di fuoriuscita di un singolo paese come l’Italia, occorrerebbe applicare un “protezionismo di sinistra”, recuperando la sovranità sulle scelte di politica economica: averla persa è uno dei motivi dell’attuale crisi della politica.

 Un po’ diverso l’approccio di un altro economista,Domenico Moro, che ha sostenuto la necessità di porre apertamente l’obiettivo della fuoriuscita da UE ed Euro, grimaldelli usati dal grande capitale europeo per colpire i lavoratori ma anche le piccole imprese, garantendo al tempo stesso la “governabilità”, ossia bypassando i parlamenti nazionali e le stesse banche centrali dei singoli paesi. L’Euro inoltre, delineando un sistema di cambi fissi tra economie di diverso peso,sfavorisce quelle dei paesi più deboli, che reagiscono colpendo i salari dei lavoratori, riducendo la stessa capacità produttiva e deprimendo il mercato interno,promuovendo politiche protezionistiche e guerre tra poveri. Uscire da Euro e UE – ha concluso Moro – non sarebbe dunque una scelta nazionalista, ma al contrario di un’opzione di carattere internazionalista, volta a unire i popoli e i lavoratori europei in un progetto anticapitalista, ripristinando al tempo stesso la capacità produttiva dei singoli paesi.

 Il terzo partito comunista estero intervenuto è stato il Partito comunista portoghese, per il quale ha parlato il compagno Agostinho Lopes, del Comitato centrale del PCP. In Portogallo le elezioni dell’ottobre 2015 hanno segnato la fine del governo di centro-destra, aprendo la strada a quella intesa tra il PCP e il Partito socialista che, ferma restando l’autonomia del Partito comunista, lo ha portato a sostenere una linea politica «patriottica e di sinistra». D’altra parte, una discontinuità vera rispetto alla politica delle destre richiede di rompere col capitale monopolistico e i vincoli imposti dall’UE. Vi è infatti una chiara inconciliabilità tra le imposizioni dell’Unione Europea e le esigenze del Paese. Soffocato da deficit e debito pubblico, e privato di ogni strumento di politica monetaria, dopo l’adesione all’Euro il Portogallo ha vissuto un lungo periodo di stagnazione economica. «La Liberazione dalla sottomissione all’Euro – ha proseguito il compagno Lopes – è necessaria ed è possibile», a condizione che sia preparata, con una rinegoziazione del debito coi creditori e col recupero del controllo pubblico delle banche. L’Unione Europea non è riformabile. Fin dall’inizio il processo di integrazione europeo è stato al servizio del grande capitale e se per una certa fase si è potuto sperare di dargli un orientamento progressista, «oggi questa illusione non è più possibile», poiché «siamo di fronte a continui ricatti verso governi sovrani e decisioni democratiche dei popoli espresse in elezioni e referendum». Proprio per costruire «l’Europa dei lavoratori e dei popoli», bisogna dunque sconfiggere la UE e gli interessi che essa tutela, avviando invece «nuove forme di cooperazione» in un quadro di solidarietà tra popoli e Stati sovrani e con pari diritti. A tal fine occorrono una lotta dei lavoratori dell’intero continente e una maggiore cooperazione delle forze progressiste, e in primo luogodi quelle comuniste, «in una chiara posizione di rottura con il processo di integrazione capitalistica europea». Solo così – ha concluso il compagno Lopes – si potrà efficacemente contrastate il grave pericolo di una nuova egemonia delle destre.

 Ha quindi preso la parola la compagna VeronikaYukhina, responsabile Esteri del PC di Lugansk (Donbass), che ha anche portato il saluto al convegno del segretario generale del Partito, Maksim Cialenkoe di tutti i comunisti della Repubblica Popolare di Lugansk. «Oggi noi – ha detto la compagna Yukhina – siamo sulla linea del fronte della lotta contro il fascismo ucraino, creato e sostenuto dalle forze capitaliste dell’Occidente. In Donbass c’è ancora la guerra e nonostante gli accordi di Minsk ogni giorno muoiono delle persone. Dal 2014 il nostro territorio è costantemente sotto il tiro dell’artiglieria dell’esercito di Kiev. Le cifre sono terribili: più di 10.000 morti di cui più di cento sono bambini». La crisi economica intanto è gravissima. A rompere l’isolamento internazionale degli antifascisti di Ucraina e Lugansk è giunta la solidarietà di tante forze progressiste. In questo quadro la compagna Yukhina ha enfatizzato lo sforzo dei comunisti e di varie forze anticapitaliste italiane. La guerra e la crisi in Ucraina – ha aggiunto – sono una conseguenza della crisi del sistema capitalistico mondiale, e solo la vittoria della sinistra europea nella lotta contro UE, USA e NATO può consentire di invertire la rotta. In questo quadro, i comunisti di Lugansk hanno promosso assieme ad alcuni compagni italiani il forum internazionaleAntifascism, Internationalism, Solidarity(AIS), con rappresentanti di 17 paesi, che ha dato il via ad una campagna internazionale di solidarietà con il popolo del Donbass in lotta contro il fascismo e che si riunirà nuovamente in autunno.

 Intervenendo a nome della Rete dei Comunisti,Luciano Vasapollo ha ribadito la natura antipopolare e di polo imperialista dell’Unione Europea. Non c’è una globalizzazione compiuta e pacificata, ma un contesto complesso ricco di contraddizioni inter-imperialistiche, nel quadro di una crisi sistemica, ossia di una crisi complessiva del modello di accumulazione capitalistica apertasi all’inizio degli anni Settanta. In questa situazione, ha proseguito Vasapollo, sarebbe illusorio pensare a nuove politiche keynesiane o alla riforma dell’UE; occorre invece preparare le condizioni per uscire da Euro e UE, non per rinchiudersi nei confini nazionali ma per costruire nuove forme di integrazione sul modello latinoamericano: un’“ALBA mediterranea”, che aggreghi i paesi dell’Europa meridionale maggiormente colpiti dalle politiche dell’UE, lottando contro il debito estero e nazionalizzando il credito, le aziende in crisi e settori strategici quali i trasporti e le comunicazioni.

 Il convegno è stato infine concluso dal compagno Mauro Alboresi, Segretario nazionale del Pci. In un quadro mondiale segnato da contraddizioni e conflitti crescenti, ha detto, occorre «rompere con questa Europa per affermarne un’altra»,favorendo a tal fine un sempre maggiore coordinamento tra partiti comunisti. A 60 anni dai Trattati di Roma, «il re è nudo, l’Unione Europea è in crisi»: il progetto di integrazione, fondato sul primato dell’impresa, della “governabilità” e dell’austerità, è sostanzialmente fallito. Ad affermarsi sono stati «gli interessi del grande capitale finanziario, gli interessi di pochi a discapito dei molti, che quindi non vivono più l’Unione Europea come una risorsa bensì come un problema, e chiedono una risposta». Le radici del problema stanno nei Trattati istitutivi e nelle politiche economiche seguite, tutt’altro che volte all’integrazione. L’Euro rappresenta l’altro elemento di quella “gabbia” al cui interno per i comunisti e la sinistra «non vi è, non vi può essere futuro». Tale gabbia va quindi rotta, anche perché l’UE è irriformabile e l’esperienza greca dimostra che la rinegoziazione dei trattati non è praticabile. Questo non vuol dire promuovere chiusure di tipo nazionalista, come fa la destra, che cavalca la xenofobia e le guerre tra poveri, ma fermare le cessioni di sovranità all’UE, e difendere e rilanciare la Costituzione repubblicana: «da essa vogliamo ripartire, e la nostra Costituzione, i suoi valori e i suoi obiettivi sono incompatibili con quello che oggi è l’Unione Europea». Occorre dunque «un’altra Europa», fondata su un patto tra Stati messi sullo stesso piano, un’Europa dall’Atlantico agli Urali, volta alla pace e alla cooperazione. In vista di tale obiettivo, bisogna avviare lotte nei vari paesi, cercando di dare loro respiro e forme di coordinamento sovranazionale. Vanno dunque rilanciati l’internazionalismo e la prospettiva di un cambiamento di sistema, quella prospettiva storica del socialismo e del comunismo che rimane in nostro obiettivo di fondo, ridando speranza ai lavoratori e alle lavoratrici di tutto il continente.

 Tirando le somme, possiamo ben dire che il convegno è stato una iniziativa riuscita, che ha fatto fare un piccolo passo in avanti al nostro partito e in generale alla discussione. È evidente che i temi affrontati sono complessi, e la stessa articolazione delle posizioni emerse conferma che il dibattito è ancora aperto. Una cosa però è certa: i comunisti dovranno sempre più distinguersi per un’opposizione radicale alla UE, ai suoi vincoli e alle sue politiche, e non per chiudersi in angusti ambiti nazionalistici, ma per rilanciare quel nesso tra internazionalismo e dimensione nazionale che ha caratterizzato il movimento comunista nei momenti migliori della sua storia.

 




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