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Il”Riformista” intervista il segretario del PdCI Oliviero Diliberto PDF Stampa E-mail
lunedì 09 marzo 2009

Sample Image“Non basta una buona gestione del capitalismo. Io voglio rifare il PCI”. L’orizzonte è l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Oggi il comunismo ha ragioni forti. L’arcobaleno mi faceva e mi fa orrore. Ora non riesco a guardare il cielo dopo la pioggia per paura di vederne uno.

Unità comunista. Linea dura: La svolta a sinistra di Franceschini? “Facile dopo Walter. Sull’assegno ai disoccupati sono stati coglioni”. Vetroni e Bertinotti: “Schizofrenici”. D’Alema: “Connivente”. Vendola: “Fa il Rutelli”. Ferrero: “Mi ha fatto arrabbiare. Non mi faccio demo proletarizzare”.

Di Stefano Cappellini

Oliviero Diliberto è esausto. Partito da Roma, è appena arrivato in Calabria per una riunione politica. “Ho impiegato sette ore. Questi sono i trasporti in Italia”, si lamenta al telefono il segretario del Partito dei Comunisti Italiani. Impossibile non fargli notare che fino a un anno e mezzo fa il ministro dei trasporti era Alessandro Bianchi, un tecnico indicato proprio dal Pdci. Sebbene poi passato, strada facendo, al Partito Democratico. “ Ma proprio la sostituzione di Bianchi era un buon motivo per sperare che le cose andassero meglio”, replica Diliberto, e forse non solo per amor di battuta. Resta comunque un dubbio: è più sfiancante e frustrante attraversare l’Italia in treno o farlo con lo scopo dichiarato di far rinascere un grande partito comunista italiano? “Io voglio rifare il PCI, è vero. Basta vedere cosa è successo ai diritti dei lavoratori dopo la sua fine: Soppressione della scala mobile, abbassamento delle pensioni con introduzione del sistema contributivo, precarizzazione del lavoro. Ora siamo addirittura alla proposta di inibire il diritto allo sciopero. Ma non sono pazzo. So che non è più un obiettivo realistico una forza del 30 per cento. Mi basterebbe ridare vita ad un partito comunista di media dimensione, come Rifondazione a metà anni Novanta. Ci manca. Manca ai lavoratori di questo paese”.

A giudicare dalle ultime politiche non si direbbe.

Il disastro del 2008 è figlio della  proterva scelta, che noi non convivevamo, di non usare la falce e martello nel simbolo. E per sostituirlo con cosa? Quell’orrido Arcobaleno. Mi faceva e mi fa un tale orrore, quel simbolo, che ormai ho timore di guardare il cielo dopo la pioggia per paura di vederne uno.

I partiti comunisti si sono estinti in tutto il mondo occidentale.

A ben guardare, solo in Francia e Italia. In Portogallo e Grecia godono di buona salute e il presidente di Cipro è un comunista.

Con tutto il rispetto, non sono paesi molto all’avanguardia.

E lo saremmo noi? Prendiamo l’anomalia italiana. Prima era l’esistenza del più grande partito comunista dell’occidente. Oggi siamo l’unico paese in cui manca persino un partito socialista.

E non sono collegate le due cose?

Ciò che imputo di più a Occhetto è che, se proprio si doveva sciogliere il PCI, si doveva almeno dire cos’era il nuovo soggetto: un partito socialdemocratico. Io ero in disaccordo ma avrei capito quella scelta. Avrebbe consentito di fare i conti proprio con Craxi e la questione socialista. Invece si è scelta la confusione, la melassa da don Milani a Martin Luther King, la perversa coerenza di citare indifferentemente grandi liberali come Einaudi e Antonio Gramsci, ma avendo cura di presentarlo come un bizzarro eretico e non come quel comunista a tutto tondo che era.

Dovrebbe essere d’accordo con Bertinotti allora, che sta provando a far nascere un partito socialista riformista.

Alleandosi con chi? Coi socialisti filo atlantici e favorevoli alla legge Biagi? Auguri. Mi pare un approdo piuttosto nebuloso. Questa rincorsa a una Bolognina, con vent’anni di ritardo è una tragedia che si ripete in farsa. Dopo la caduta del muro di Berlino c’era perlomeno una urgenza epocale. Ma adesso perché? Ci siamo arrabattati per diciotto anni, dopo al svolta di Occhetto, per scoprire che qualcuno non ci credeva nemmeno.

Bertinotti non ci credeva?

Passare dal movimentismo più spinto alla presidenza della Camera è parso un salto mortale carpiato, una mutazione genetica.

Anche Pietro Ingrao fu presidente a Montecitorio da comunista.

Ma non poteva fare il ministro. Bertinotti avrebbe potuto chiedere il Lavoro. Non sarebbe stato meglio? E poi parlare di “indicibilità del comunismo”, lui, per dodici anni segretario del Prc. Questa è schizofrenia.

Ma se l’esigenza è forte, che ragione c’è di continuare a invocare il comunismo nel nome della ditta.

Serve un orizzonte, un punto di vista radicalmente critico dell’esistente. Non basta una buona gestione del capitalismo.

E l’orizzonte cosa sarebbe? L’abolizione della proprietà privata?

Casomai, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

A quello ci sta già pensando la crisi globale.

Eh no, non si può parlare delle ricette anti-crisi senza ricordare che è il mercato capitalistico che ha prodotto questo disastro. Se non ci fosse stato quel sistema non ci sarebbe interi paesi sul alstrico. Ma ha visto cosa sta succedendo nei paesi dell’est Europa?

Non che quarant’anni di socialismo reale li avessero lasciati molto meglio.

Sul lastrico ci sono finiti dopo la caduta del socialismo, con un sistema allucinante di privatizzazione. In Ungheria a causa della finanziarizzazione sfrenata sta crollando la Stato. Dico, lo Stato. Oggi le ragioni del comunismo sono ancora più forti.

Anche in Italia.

Certo. A ben vedere cos’era il PCI? Era un moderno partito del lavoro che, non rinnegando una prospettiva di cambio radicale della società, però faceva politica nelle condizioni date.

In attesa della rivoluzione.

Mi accontenterei della piena attuazione dell’articolo 3 della Costituzione, l’impegno a rimuovere gli ostacoli che impediscono una reale uguaglianza tra le persone. Mi va bene anche l’iniziativa privata in economia, purchè subordinata ai fini di utilità generale.

Adesso c’è parecchio traffico a sinistra. Con la proposta dell’assegno ai disoccupati ora vi fa concorrenza anche il Pd di Franceschini.

Rispetto a Veltroni, svoltare a sinistra è facilissimo. Quelli del Pd dovrebbero però avere coraggio e dire “siamo stati coglioni”. Perché quando lo abbiamo proposto noi, l’assegno, hanno detto no.

Salva qualcosa della stagione veltroniana?

Veltroni ha sbagliato tutto. L’analisi del paese. Il sistema di alleanze. Criticava la litigiosità dell’Unione e si è alleato con il re degli attaccabrighe, Di Pietro, regalandogli una formidabile rendita di posizione. E poi è un altro schizofrenico. Un giorno voleva fare le riforme con Berlusconi, il giorno dopo chiamava Scalfaro in piazza per dire che Berlusconi è un dittatore.

Pure lei tifa D’Alema per una svolta a sinistra del Pd?

L’impressione è che sia stato connivente rispetto a tutte le scelte di Veltroni. Sono amico di D’Alema, ne ho stima. Ma non ne ha azzeccate molte ultimamente.

A proposito di litigi, lei e Ferrero non avete ancora ufficializzato al lista unitaria per le europee e già siate ai ferri corti.

L’ultima intervista di Ferrero al Corriere mi ha fatto molto arrabbiare, perché dava un’idea satellitare di noi rispetto a Rifondazione. Un’idea che non si giustifica mai, perché il rispetto reciproco è fondamentale, ma tantomeno ora, che loro hanno il tre e noi il due.

L’alleanza è in forse?

No, è grottesco che continuino a esserci due partiti comunisti. Ma non mi faccio nemmeno demoproletarizzare.

E delle imprese di Vendola cosa pensa?

Vendola, avendo aperto ufficialmente all’UDC, sta sposando una linea incomprensibile per un uomo di sinistra. Lo lasci fare a Rutelli. Così non ci capisce più nessuno. La cosa peggiore da fare all’opposizione è prefigurare alleanze che fanno incazzare ancora di più il nostro popolo.




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