La storia suggerisce due possibili strade. La via del 1789, quella con cui i francesi hanno decapitato – ahimè letteralmente – la propria supercasta. L’altra via è quella, molto difficile, in cui l’aristocrazia di propria iniziativa, rinuncia ai privilegi.
di Ezio Bruno*
Negli Stati Uniti si è sempre ripetuto che il figlio di un immigrato, se bravo e preparato, potesse diventare presidente.
Forse non del tutto a torto, ho sempre creduto tale mito una favoletta inventata per tenere sottomesse le fasce più deboli della popolazione. Mi rallegro quindi di essere stato clamorosamente smentito da Obama.
La leggenda di Obama manterrà viva, chissà ancora per quanti anni, l’impressione o l’illusione che il sistema americano sia un aperto e vitale.
Dalle nostre parti, invece, e purtroppo non vi sono dubbi, il figlio di un immigrato nero non troverebbe neanche un posto di bidello.
La società italiana è un sistema stratificato in caste chiuse che blocca qualunque dinamica sociale. Il figlio di un operaio sarà operaio ed il figlio del manager manager, come presso gli egizi. Le capacità personali non c’entrano niente, conta soltanto la rete di relazioni sociali nella quale si è inseriti per privilegio di nascita.
Le caste favoriscono la permanenza nella stanza dei bottoni di una classe dirigente che invecchia incollata la potere e si rinnova soltanto quando costretta da “Sorella Morte”. E anche in tale caso, si limita a cooptare i figli dei potenti.
L’università, non meno del parlamento o degli enti locali o persino del giornalismo e dello spettacolo, è una casta chiusa. Non mi sorprende quindi la Parentopoli di cui leggiamo sui giornali e sentiamo da Crozza. Tali fatti dovrebbero suscitare indignazione e vergogna. Ha torto, infatti, chi sostiene che i figli dei docenti universitari “sono spesso più bravi”: molto spesso – ma come ogni regola anche questa ha le sue eccezioni . sono i più viziati e, quindi, i peggiori.
La cosa più grave è, in tempi in cui le risorse scarseggiano, i padri occupino tutto per i loro figli senza lasciare alcuno spazio ai migliori e ai meritevoli. Gli “errori” del meccanismo di selezione, in tempi di continua espansione dell’organico, erano ancora possibili e talvolta permettevano l’ingresso di chi non avesse “santi in paradiso”.
Certamente il prezzo da pagare in termini di lavoro e di impegno era per gli outsider almeno quattro volte quanto potesse bastare per un figlio di papà, e, tuttavia, un minimo di rinnovamento era ancora possibile. Per quanto asfittica, l’accademia italiana riusciva ad essere un incubatore di eccellenze. Oggi nulla è più lasciato al caso e gli outsider di un tempo, o sono stati fagocitati dal meccanismo e cercano di piazzare i propri figli o vengono tenuti in disparte perché “corpo estraneo”.
I giovani “bravi e meritevoli”vadano all’estero, qui non c’è posto. Parentopoli soffoca persino la speranza di un futuro. Così si fa strada l’idea che il sistema universitario sia un lusso troppo costoso per “il Paese”, ovvero per quell’accozzaglia di politici e banchieri che del paese costituisce la casta più esclusiva.
L’esito previsto è la chiusura dell’università pubblica: la formazione superiore verrà gestita da ricchi privati che potranno promuovere i loro figli senza rischiare l’inserimento di outsider. Certamente, in questa nuova società sarà difficile trovare medici capaci o ingegneri in grado di progettare case che stiano in piedi, ma, in fondo, qualche morto e qualche crollo faranno risparmiare un mucchio di soldi oggi sprecati con le pensioni. E i rampolli della supercasta potranno comunque curarsi all’estero e chiamare, per le proprie ville, i migliori architetti del mondo. Ci sono possibili uscite da questo scenario?
La storia suggerisce due possibili strade. La via del 1789, quella con cui i francesi hanno decapitato – ahimè letteralmente – la propria supercasta. L’altra via è quella, molto difficile, in cui l’aristocrazia di propria iniziativa, rinuncia ai privilegi.
Sarei felice se nel prossimo bando potessi leggere “al presente concorso non possono partecipare parenti e affini entro il quarto grado dei docenti dipendenti di questa università.
*professore associato alla facoltà di Scienze (da centonove)
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