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Intervista a Diliberto PDF Stampa E-mail
lunedì 26 novembre 2007

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di Roberto Giovannini

«Qualcuno, dal governo, dallo Stato Maggiore, dall’Onu, dalla Nato…qualcuno ci spieghi quanto deve durare, qual è l’obiettivo di questa missione». Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti Italiani, chiede un confronto politico «al di là della polemica spicciola», e ribadisce che il ritiro delle nostre truppe «è una posizione di buon senso».
 

Segretario, per la situazione è del tutto senza vie d’uscita?

«Vediamo i dati. La produzione di oppio è quintuplicata. I Signori della Guerra locali non sono stati disarmati, perché nessuno è in grado di farlo. Il governo afghano controlla a malapena alcuni quartieri della capitale. I talebani del Sud, quando vengono attaccati sì rifugiano in Pakistan, dove c’è una situazione esplosiva. Si era pensato a una conferenza internazionale, e oggi non ce n’è traccia. C’è una strategia, un progetto che ci dica cosa avverrà alle truppe di occupazione? Io ho l’impressione che non ci sia. Bisogna davvero inchinarsi di fronte al gesto assolutamente eroico del nostro soldato, che è andato incontro alla morte per evitare ulteriore spargimento di sangue: ma ci sono state le vittime civili, i nostri soldati feriti, cui di cuore auguro una pronta guarigione. Ma fino a quando? E’ una domanda semplice».

Per certi versi, retorica.

«Direi di no. Non solo non ci sono progressi, ma la situazione peggiora. E rischia di complicarsi ancora di più dopo le continue minacce Usa all’Iran. Si rischia di infiammare tutta la regione. Per questo invito tutta la politica italiana a non ragionare in modo provinciale, ad andare oltre le polemica di bottega: qui è in ballo il rischio di un coinvolgimento dell’Italia in un contesto di guerra».

Dunque, meglio ritirarci.

«Servirebbe a tutti avviare un processo di disimpegno delle truppe straniere dall’Afghanistan. C’è un’esagerata prudenza da parte del governo italiano, dopo il ritiro dall’Iraq, nei confronti dell’amministrazione Bush. Sull’Afghanistan c’era un’omissione voluta nel programma dell’Unione, c’erano posizioni diverse. Ma sono passati quasi due anni. E che lì sia un disastro, è un fatto oggettivo».

Perché servirebbe a tutti, il ritiro degli italiani?

«Intanto, per non avere più perdite. Poi, per dare un segnale molto forte di politica estera, favorendo le proposte di graduale sostituzione delle truppe attualmente presenti con soldati - sotto l’egida Onu - di Paesi non coinvolti nella prima invasione, che non sarebbero percepiti come occupanti. Ci dicono: se ci ritiriamo, c’è la guerra civile. Bene: discutiamo di una presenza militare diversa. Peraltro, con questo argomento si rimane per altri cinquant’anni in Afghanistan. E invece bisogna agire perché non ci sia la guerra civile: mettere attorno a un tavolo le parti perché si discuta».

Ma nello stesso centrosinistra non c’è consenso sul ritiro.

«Io mi sforzerò di far capire a tutti i nostri partner del centrosinistra che la nostra posizione non nasce da un antiamericanismo fine a sé stesso, ma è di buon senso: bisogna stabilire cosa si fa lì,e delineare uno scenario. Mi auguro che si possa trovare un punto d’intesa tra chi - come me - dice “ritiriamoci subito”, e chi invece individua almeno un percorso verso questo obiettivo. Sono molto preoccupato, davvero. Vedo con allarme il possibile allargamento all’Iran di un conflitto che finirebbe per diventare devastante. Credo, dicendo queste cose, di interpretare un interesse generale, non un interesse di parte».




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