Dopo anni di cattiva gestione dei fondi pubblici, anche per le Università sembra giunto il momento di regolare i conti (nel senso letterale della parola) con la cittadinanza che paga regolarmente le tasse ed i giovani (studenti e ricercatori) che la vivono quotidianamente.
Dopo aver intrapreso un percorso che ha come approdo finale il raggiungimento dello smantellamento di tutti i servizi pubblici, il governo Berlusconi sta per raggiungere lo scopo di privatizzare le Università per farle diventare accessibili solo ai più ricchi anziché solo ai più meritevoli. Un’opera di demolizione realizzata dall’interno delle Istituzioni che ha visto come protagoniste alternativamente sia la classe dirigente delle Destre che quella della Sinistra “riformista” fin dalla seconda metà degli anni novanta. Contrariante alla Scuola Pubblica la gestione ed i servizi forniti dalla quasi totalità degli Atenei non è difendibile. Per anni i soldi e le assunzioni con contratti a tempo determinato ed indeterminato sono stati gestiti dai Direttori dei Dipartimenti, dai Presidi delle Facoltà e dai Rettori di turno con criteri strettamente clientelari con il solo scopo di conquistare nuovi poteri o mantenere quelli esistenti. L’ulteriore aggravamento della situazione si è verificato in corrispondenza delle entrata in vigore dell’autonomia universitaria nel 1999 che ha consentito alle singole Università di bandire concorsi per l’assunzione del personale docente e dei ricercatori, adottando però criteri differenti città per città e caso per caso. In sintesi i bandi venivano scritti in base al curriculum di colui che doveva vincere il concorso, ragion per cui si riusciva a ricostruire l’identikit del fortunato vincitore in pectore già all’uscita del bando. Un criterio adottato solo in Italia. L’autonomia universitaria ha portato delle situazioni paradossali anche quando si è trattato di gestire (si fa per dire) l’arruolamento dei futuri professori di scuola secondaria, infatti ogni Ateneo per nove anni ha bandito i concorsi delle SSIS con criteri profondamente diversi nelle varie realtà locali. Tali circostanze hanno creato conflitti (vedi scontro decennale tra laureati in matematica ed in ingegneria) che sono approdate ai tribunali amministrativi con risultati a loro volta contrastanti. Se si focalizza l’attenzione sulla situazioni dei bilanci di tutti gli Atenei non possiamo fare almeno di notare come ci siano stati spesso degli sprechi per iniziative che nulla hanno a che fare con la didattica e la ricerca, e di come si siano creati allegramente dei debiti che si contava di fare pagare allo Stato centrale interpretando in modo deformato il significato dell’autonomia universitaria. I debiti mai coperti dal MIUR hanno di conseguenza generato altri debiti a causa degli interessi, impegnando in alcuni casi fino al 20% delle entrate e portando al collasso economico molti Atenei sparsi in tutto il territorio nazionale. A proposito di sprechi all’Università di Palermo si segnalano borse di studio per un ricercatore pari a 5000 euro per un lavoro da svolgersi nel periodo che intercorre tra la festa dell’Immacolata e quella dell’Epifania, e compensi per un totale di 4500 euro destinati ad una sola persona per la correzione di poche tesi di laurea durante i soli mesi di Luglio e Agosto ecc.; tutte spese che sono state regolarmente registrate ma che dal punto di vista etico risultano discutibili. Contemporaneamente, però, nella stessa Università di Palermo sono previsti nel bilancio preventivo 2009 i seguenti tagli: riduzione del 30% delle borse di studio dei Dottorati di ricerca, azzeramento delle spese di pulizia per gli uffici centrali, obbligo dei Dipartimenti ad accollarsi le spese di luce ed acqua, diminuzione delle borse di studio per gli studenti ed i specializzanti ecc. Di fronte a questa catastrofe il Rettore uscente Silvestri ha pensato bene di passare la “patata bollente”, insieme con la responsabilità politica, al suo successore Lagalla con conseguente slittamento dei concorsi e delle assunzioni. La carenza di liquidità ha di recente aguzzato l’ingegno dei Rettori e dei componenti dei vari Consigli di Facoltà. Non potendo gli Atenei disporre dei fondi per pagare altri stipendi per l’ingresso di nuovi professori, hanno pensato bene di riempire le cattedre, che nel frattempo si sono create con l’entrata in vigore del nuovo ordinamento, con un metodo creativo. Infatti hanno utilizzato come professori supplenti i ricercatori e i dottorandi di ricerca pagandoli con cifre risibili per non dire umilianti. Di recente in diversi Atenei si è giunti a non pagare per niente coloro che stipendiati per fare ricerca si ritrovano ad insegnare per più corsi, raggiungendo anche il tetto di 200 ore di lezione per anno. Tutto questo a discapito del tempo dedicato alla ricerca. Gli ingenui ricercatori precari si fanno spesso convincere dai professori con il pretesto di “fare curriculum”, per essere in un futuro (non si sa quanto remoto) assunti con contratti a tempo indeterminato. Promessa che in base a quanto stabilito dalla legge 133 potrà essere mantenuta solo per il 20% di coloro che con contratto da precario hanno ancora il coraggio di cimentarsi nella ricerca in Italia. In base a quanto sopra riportato quindi si può affermare con assoluta certezza che la garanzia del regolare svolgimento dei Corsi di Laurea della quasi totalità degli Atenei italiani si fonda sul volontariato dei ricercatori precari che, nel momento in cui avranno la consapevolezza della loro reale condizione, avranno un forte potere contrattuale nei confronti dei Rettori che non si possono permettere di pagare professori esterni all’Ateneo. In questo scenario, i Rettori come unica soluzione alla carenza di risorse avevano proposto quella di trasformare le Università pubbliche in fondazioni con capitale privato. Questa iniziativa ha visto l’appoggio dell’ex Ministro Fioroni e di ampi settori del Partito Democratico prima ancora che il Ministro Gelmini si insediasse. La trasformazione in fondazioni delle Università produce diversi vantaggi per i Rettori ed è una occasione per i privati e per i professori più facoltosi di: impossessarsi del patrimonio dell’Ateneo entrando con una piccola quota nella fondazione; decidere quali Corsi di Laurea e quali filoni di ricerca devono rimanere aperti utilizzando il criterio della resa economica anziché l’utilità sociale; creare un sistema che, come per le società private partecipate dagli Enti locali, permette di assumere personale per chiamata diretta anziché un regolare concorso pubblico; gestire una maggiore quantità di denaro da utilizzare per consolidare le proprie clientele e crearne altre per ricoprire un ruolo politico nei partiti di tutto l’arco costituzionale, che di fatto già gestiscono indirettamente, tramite una rete invisibile di associazioni laiche e cattoliche, le Università italiane. Nelle condizioni sopra descritte il taglio dei finanziamenti, previsto dal Ministro Gelmini, alle Università per complessivi 1,5 miliardi di euro, pari a più del 21% del budget, è letale per più del 75% degli Atenei. A questi tagli i Rettori si sono subito opposti ma pochi di loro si sono mostrati contrari alla soluzione di creare delle fondazioni; coloro che hanno operato quest’ultima scelta lo hanno fatto con il solo scopo di tenere compatto il fronte del no alla legge 133. Subito dopo però è arrivata l’astuta contromossa del Ministro che ha deciso di “ridistribuire” 500 milioni di euro alle Università pubbliche più virtuose (poco meno di un quarto del totale), dopo averne tolti più di 1,5 miliardi a tutti gli Atenei italiani. Con tale mossa sta riuscendo a dividere il fronte dei Rettori e dei professori universitari, togliendo ai più poveri per dare ai più ricchi. In conclusione se si vuole prevedere se il movimento dell’Onda avrà o meno lo stesso successo di altri movimenti del passato bisogna tener presente di diversi fattori: la scarsa consapevolezza dei ricercatori precari sulla loro condizione; la volontà di molti studenti (poco istruiti culturalmente e senza ideologia) di scappare prima possibile da una Università al collasso; le divisioni dei Rettori che non riescono (o non vogliono) fare una controproposta seria e credibile a un Ministro oggettivamente impreparato in materia. In base a questi fattori, a giudizio di chi scrive, il movimento dell’Onda rischia (così com’è) di infrangersi in quello scoglio che è l’indifferenza del governo e della maggior parte del popolo italiano. Prof. Ing. Giovanni Denaro (Federazione di Palermo)
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