Adesso, non si può più accettare che gli italiani rimangano ancora disuniti e si contrappongano in un “Dualismo“ senza fine: riconquistiamo, pertanto, sotto la bandiera del comunismo tutti i proletari d’Italia e cerchiamo di instaurare un “Governo del Popolo“, prima che sia troppo tardi. di Alfonso Calabrese
Premessa. Il primo febbraio 1982, terminavo i miei studi universitari presso l’Università di Salerno, discutendo una tesi in Economia e Politica agraria, come ricerca su di un periodo storico dell’Italia, dal 1945 al 1970. L’analisi del periodo consultato doveva far emergere il dualismo economico fra il nord e il sud dell’Italia, con particolare riferimento al modello di rinascita dell’Italia dopo il disastro in cui l’aveva precipitata il fascismo, con il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale. All’inizio degli anni ottanta del XX secolo, suscitava particolare interesse che ci fosse ancora un divario enorme fra l’industrializzazione del Nord e quello del Sud e che l’agricoltura avesse avuto un sostanziale slancio al nord rimanendo in pratica bloccata al Sud. Negli anni 50 era stata varata la riforma agraria e istituita la Cassa per il Mezzogiorno come intervento straordinario per una nuova politica meridionalistica. Tuttavia, la ricostruzione dell’Italia, con particolare riferimento all’industrializzazione post guerra, richiamò manodopera dal Sud verso il Nord e i contadini meridionali cominciarono ad abbandonare le campagne, attratti da uno stipendio sicuro in fabbrica o nel terziario: si realizzava così non l’alleanza, già auspicata da Antonio Gramsci, fra contadini del Sud e operai del Nord dell’Italia, ma la semplice integrazione, fra costoro, a seguito di una semplice conversione attitudinale di mestiere. Il contadino del Sud diventava operaio del Nord e, col benessere acquisito in poco tempo, poteva ritornare periodicamente nei luoghi d’origine mostrando, agli amici e parenti rimasti, il divario economico che esisteva realmente fra Nord e Sud ( la bella macchina comprata a rate, Fiat o Alfa Romeo, oppure Volkswagen, BMW, Audi, Volvo ). In effetti, la mia tesi di ricerca, parlava sostanzialmente della “ questione meridionale “ ed era un ennesimo tentativo per analizzare le motivazioni del dualismo fra il Sud e il Nord dell’Italia. Affrontare quest’argomento come un semplice intervento di un seminario dell’associazione K. MARX XXI è, sicuramente, gran poca cosa rispetto a quello che potrebbe essere un nuovo lavoro di ricerca (che mi auspico di poter fare quanto prima ), ricordando il pensiero di Gramsci e quella che, oggi, si ritiene possa essere la reale situazione del dualismo fra Nord e Sud dell’Italia. La definizione. Con la “questione meridionale“, si vuole identificare il grande problema che si evidenziò, immediatamente, con l’unificazione dell’Italia nel 1860: era la condizione di arretratezza economica e sociale delle regioni che erano state annesse al Piemonte, con la proclamazione del Regno d’Italia. I governi sabaudi, avevano instaurato, nelle regioni annesse, lo stesso sistema statale di governo burocratico esistente in Piemonte, abolendo l’uso comune delle terre, gravando le popolazioni di tasse, instaurando la coscrizione obbligatoria e occupando militarmente i territori con carabinieri e bersaglieri. Tutto ciò, provocò un malcontento generale che sfociò in alcuni fenomeni sociali: il brigantaggio, la mafia, l’emigrazione da sud a nord o verso l’estero. Altresì, fu realizzato il più grande “ scippo “ della storia d’Italia: con l’unità, l’attivo di bilancio del Regno delle Due Sicilie, passò fisicamente in quello piemontese, in altre parole, nelle casse del neonato Stato italiano. In effetti, finirono al Nord 443 milioni di lire d’oro che superavano, notevolmente, il patrimonio totale di tutti gli altri Stati pre unitari, pari a 148 milioni. Durante il governo Sonnino, furono emessi buoni del tesoro, a interesse certo, che attirarono il risparmio delle famiglie degli emigrati all’estero: le rimesse ricevute non potevano essere nascoste nei materassi e, quindi, furono impiegate per dare allo Stato i mezzi finanziari per sussidiare le industrie parassitarie del nord. Con Francesco Nitti, il programma di Sonnino si realizzò in modo completo, e ancora una volta i soldi del meridione presero la strada del Settentrione, anziché essere utilizzati per costruire infrastrutture al Sud. Nel corso di un secolo e mezzo. Il pensiero di Antonio Gramsci. In seguito all’unificazione dell’Italia, la spoliazione del regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia a favore della parte settentrionale del paese, diede origine, dal 1870, alla famosa “ questione meridionale “ e a una corrente di pensiero e ricerca storica detta “ meridionalismo “.Dopo il 1880, a seguito della crisi agraria che interessò il Mezzogiorno, s’inasprì la povertà delle regioni meridionali, favorendo una massiccia emigrazione verso le Americhe. “L’unificazione pose in intimo contatto le due parti della penisola “. “L’accentramento bestiale ne confuse i bisogni e le necessità, e l’effetto fu l’emigrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno nel Settentrione per trovare maggiori e più immediati utili nell’industria, e l’emigrazione degli uomini all’estero per trovare quel lavoro che veniva a mancare nel proprio paese“. “Il protezionismo industriale del 1887 rialzava il costo della vita al contadino calabrese e siciliano, senza che la protezione del prezzo del grano potesse garantire loro una maggiore produttività, giacché le semine venivano fatte in terre non produttive e sterili”. “Si diceva, allora, che anche seminando sulla sabbia, si riusciva a guadagnare qualcosa col prezzo del grano fissato a 40 franchi “.Gli agrari della Lombardia e dell’Emilia Romagna seminavano, invece, nelle terre fertili e irrigate della pianura padana, realizzando, effettivamente, guadagni favolosi.Durante la prima guerra mondiale, i contadini hanno cominciato a vedere lo Stato nella sua complessa grandiosità, nella sua smisurata potenza, nella sua complicata costruzione. “…in quattro anni, nel fango e nel sangue delle trincee, un mondo spirituale è sorto, avido di affermarsi, in forme e istituti sociali permanenti e dinamici; così sono nati sul fronte russo i Consigli dei delegati militari, così i soldati contadini hanno potuto attivamente partecipare alla vita dei soviet di Pietrogrado, di Mosca, e degli altri centri industriali russi, e hanno acquistato coscienza dell’unità della classe lavoratrice “.“Nelle condizioni arretrate dell’economia di prima della guerra non era stato possibile il sorgere e lo svilupparsi di vaste e profonde organizzazioni contadine, nelle quali i lavoratori dei campi si educassero a una concezione organica della lotta di classe e alla disciplina permanente necessaria per la ricostruzione dello Stato dopo la catastrofe capitalistica “.“Le conquiste spirituali realizzate durante la guerra, le esperienze comunistiche accumulate in quattro anni di sfruttamento del sangue, subìto collettivamente, stando gomito a gomito, nelle trincee fangose e insanguinate, possono andare perdute se non si riesce a inserire tutti gli individui in organi di vita collettiva, nel funzionamento e nella pratica dei quali le conquiste possono solidificarsi, le esperienze possano svilupparsi, integrarsi, essere rivolte consapevolmente al raggiungimento di un fine storico concreto “. “La rivoluzione comunista è essenzialmente un problema di organizzazione e di disciplina “.“… con le sole forze degli operai d’officina la rivoluzione non potrà affermarsi stabilmente e diffusamente: è necessario saldare la città alla campagna, suscitare in essa istituzioni di contadini poveri sulle quali lo Stato socialista promuovere l’introduzione delle macchine e determinare il grandioso processo di trasformazione dell’economia agraria “.“In Italia, quest’opera è meno difficile di quanto si pensi: durante la guerra sono entrate nella fabbrica cittadina ingenti quantità di popolazione rurale: su di essa la propaganda comunista ha rapidamente attecchito; essa deve servire da cemento tra la città e la campagna, deve essere utilizzata per svolgere nella campagna una fitta opera di propaganda che distrugga le diffidenze e i rancori, deve essere utilizzata perché, valendosi della sua profonda conoscenza della psicologia rurale e della fiducia che gode, inizi appunto l’attività necessaria per determinare il sorgere e lo svilupparsi delle istituzioni nuove che incorporino nel movimento comunista le vaste forze dei lavoratori dei campi “(Da Ordine Nuovo, 2 agosto 1919). “La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletario settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione“."…gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato il contadino alla sua miseria, alla sua disperazione. Instaurando la dittatura operaia, avendo in mano le industrie e le banche, il proletario rivolgerà l’enorme potenza dell’organizzazione statale per sostenere i contadini nella loro lotta contro i proprietari e contro la natura e la miseria. Darà il credito ai contadini, istituirà le cooperative, garantirà la sicurezza personale e dei beni contro i saccheggiatori, farà le opere pubbliche di risanamento e d’irrigazione .““Farà tutto questo perché è suo interesse avere e conservare la solidarietà delle masse contadine, perché è suo interesse rivolgere la produzione industriale a lavoro utile di pace e di fratellanza tra città e campagna, tra Settentrione e mezzogiorno. “( Da L’Ordine Nuovo, 3 gennaio 1920 ). “Il solo organizzatore possibile della massa contadina meridionale è l’operaio industriale, rappresentato dal nostro partito…occorre che il nostro partito si avvicini strettamente al contadino meridionale, che distrugga nell’operaio industriale il pregiudizio inculcatogli dalla propaganda borghese che il Mezzogiorno sia una palla di piombo che si oppone ai più grandiosi sviluppi dell’economia nazionale…” (L’Unità, 24 febbraio 1926 ). La riforma agraria degli anni 50. Dopo due guerre mondiali, la situazione dei contadini del Sud era ancora quella di fine secolo XIX: poveri e quasi servi della gleba; i latifondisti o agrari del Sud erano padroni di terre immense le cui coltivazioni differivano a seconda la natura del terreno. Fra la prima e la seconda guerra mondiale, al Nord i latifondisti avevano affittato le terre ai contadini e, in Toscana, addirittura si erano attuati contratti di “ mezzadria “o di “ colonia“. I latifondisti del Sud, invece, erano rimasti ancora all’epoca feudale del “ bracciantato “ e dei “ servi della gleba “. Le promesse fatte dallo Stato italiano, ai contadini che erano andati in trincea nella prima guerra mondiale, erano state tradite; quelli che, invece, parteciparono alla seconda guerra mondiale, non ebbero neanche quelle promesse dal fascismo di Mussolini. Quello che interessava era soltanto l’Autarchia della Nazione e raggiungere “quota novanta“: cioè novanta lire italiane per ogni sterlina inglese.Sappiamo dai libri di storia com’è andata a finire; per far scendere la lira italiana, dalle 153,68 lire per sterlina del 1926 fino a novanta, si versarono lacrime e sangue: riduzione della domanda interna, restrizione del credito e abbassamento dei salari. Altresì, furono ridotte le importazioni, fu lanciata la battaglia del grano e il pane doveva essere di tipo unico, con la farina abburattata all’80/85 %; la benzina per i veicoli doveva essere miscelata con alcool ricavato con gli scarti della viticoltura; la siderurgia doveva impiegare soltanto minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa, potevano essere stampati fino a sei pagine.Sappiamo, pure, che dopo la seconda guerra mondiale, si sviluppò al sud un forte movimento di contadini che rivendicavano la proprietà delle terre.Dopo la sconfitta dei partiti di sinistra nel 1947 e l’uscita definitiva del partito Comunista dal governo del paese a guida De Gasperi del 31 maggio, la Democrazia Cristiana si decise a varare la Riforma Agraria, pressata, peraltro, dal movimento di occupazione delle terre incolte e dai fatti di Melissa del 30 ottobre del 1949, dove tre contadini rimasero uccisi in uno scontro con i poliziotti e altri 13 rimasero feriti. Nella primavera del 1950 furono concessi circa 4000 ettari di terra in Calabria e costituito in tale regione l’Ente per la riforma agraria della Sila (legge 12 maggio 1950, n. 230). Nell’ottobre 1950 fu varata una seconda legge che prese il nome di “legge Stralcio“, perché considerata come un’anticipazione di una più generale legge di riforma. Tale legge derogava al governo di determinare con successivi decreti i territori di applicazione della legge stessa, che furono chiamati “ comprensori d’intervento “ e delimitati nei seguenti territori: Delta padano, Maremma Tosco- laziale, Fucino, Campania, Puglia-Lucania-Molise, Sardegna e Caulonia in Calabria. In Sicilia, invece, fu varata la legge regionale 27 dicembre 1950, n. 104 come atto legislativo della regione Sicilia a Statuto Autonomo. Il progetto di una riforma generale fu dapprima sospeso e, in seguito, con il mutare dei problemi dell’economia e della stessa agricoltura italiana, definitivamente accantonato.Le leggi di riforma stabilivano che i terreni espropriati a grandi proprietari terrieri, pervenuti in possesso degli Enti, dovevano essere assegnati a lavoratori capifamiglia che non fossero proprietari di terreni o lo fossero in misura insufficiente per impiegare sulla propria terra il lavoro proprio e dei familiari. Le leggi di riforma hanno stabilito che l’assegnazione delle terre ai contadini fosse fatta per contratto di vendita e con il pagamento del prezzo in trenta annualità. Il contratto non prevedeva il riscatto anticipato. Nell’attuazione delle leggi di riforma è prevalsa l’impostazione di coloro che la volevano, limitata ad alcune zone e realtà sociali. E ciò è dimostrato dagli intenti perseguiti dai partiti di destra al governo: a) battere i comunisti sul piano politico, legando alle istituzioni un certo numero di nullatenenti ma senza sovvertire le basi del sistema e, con esse, quelle del suo potere; b) additare alla borghesia rurale, non solo del sud ma dell’Italia tutta, la possibilità dell’investimento urbano, dello sviluppo non agricolo; c) interessare il grande capitale al decollo dell’Italia meridionale. In questo spirito la riforma fondiaria del 1950 poté essere concepita da una classe politica moderata per ribaltare la classica formula delle alleanze: non più tra operai del Nord e contadini del Sud, come pensato da Gramsci, ma tra contadini del Sud, bisognosi di terra e industriali del Nord, desiderosi di vendere, su quelle stesse terre, trattori, fertilizzanti e altri manufatti. Lo spregiudicato coraggio del mondo industriale -FIAT e MONTECATINI– alimentò il fervore della nuova classe dirigente del Paese, ricevendone un appropriato compenso; infatti, il grande balzo economico del ventennio 1951-1971 non sarebbe stato né così repentino né di così lunga durata senza le commesse degli Enti di Riforma o della stessa Cassa per il Mezzogiorno: questa impegnata, dal canto suo, a dimostrare agli industriali del Nord, che i soldi investiti a Sud, finivano per tornare a casa. Trasformata l’agricoltura in un immenso ceto medio, fatto di aziende in parte ricche ma, in fondo, riconducibili a un denominatore comune, la riforma pone le premesse perché la Democrazia Cristiana assuma la rappresentanza dell’agricoltura in tutte le sue parti. Si condizionano così le altre forze politiche che finiscono col concedere ai nuovi ceti medi ciò che avrebbero negato alla vecchia borghesia. Il contadino, che economicamente parlando era stato una figura alquanto marginale, dedito soprattutto a colture di autoconsumo nel proprio appezzamento e nel latifondo del proprietario fondiario, diventa adesso un piccolo proprietario coltivatore e produce anche lui per il “ mercato “ in conformità a colture intensive per cui, alla bisogna, può anche assumere altra forza lavoro. Il contadino rivoluzionario non esiste più: quando non aveva niente, desiderava acquisire la propria “ robba “; con la riforma agraria ha ottenuto la proprietà cui aspirava. Il contadino meridionale, invece di fare la rivoluzione, ha preferito diventare proprietario oppure operaio nelle fabbriche del Nord: “ …quando la rivolta contadina non si sviluppa in una rivoluzione, ne può derivare soltanto la piccola proprietà contadina, l’istituzione capitalista più conservatrice che mai si sia sviluppata (S.G. TARROW, Partito Comunista e contadini nel Mezzogiorno, Einaudi, cfr. pag 267) . ”Con la legge n. 646 del 10.8.1950 fu istituita la “Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale“ ovvero la “Cassa per il Mezzogiorno“. Fu lo strumento attraverso cui lo Stato finanziò gli interventi in opere di bonifica, irrigazione, contributi a privati per il miglioramento dei fondi, per opere di sistemazione dei bacini montani, per la riforma agraria e la sistemazione agricola, per la costruzione di acquedotti, di strade e la sistemazione di quelle esistenti, per il turismo, per opere ferroviarie.Sin dall’inizio, fu chiaro che l’istituzione della Cassa non avrebbe rappresentato una scelta globale di sviluppo per il Mezzogiorno; secondo la leadership liberista e capitalistica dell’epoca, non era altro che un modo per tenere in piedi l’agricoltura e di rafforzare il sistema del clientelismo locale, gratificando, oltremodo, la borghesia che era stata colpita dalla riforma agraria. Fra il 1958 e il 1962 la richiesta di manodopera al Nord si fece sempre più crescente (dal 1951 al 1962 escono dall’agricoltura circa un milione e mezzo di addetti di cui 350.000 saranno assorbiti dall’industria del Nord), per cui le infrastrutture create dall’intervento della Cassa e gli insediamenti rurali che si era tentato di attuare con la riforma fondiaria, cominciarono ad essere abbandonate e rimanere così, inutilizzate. Era il risultato dell’inadeguatezza della politica incentrata esclusivamente sulle infrastrutture. Era pure il risultato di una politica illusoria volta a creare un’economia capitalisticamente avanzata; tuttavia, il processo di trasformazione del Paese da agricolo-industriale a industriale-agricolo, si attuò a spese della società meridionale ove furono pagati bassi salari e si permise l’espulsione dalle campagne della manodopera disponibile. Dal 1970 a oggi. Fra il 1969 e il 1971, ricalcando schemi del passato, si manifesta una nuova ondata di lotte dei contadini, ad Avola, a Isola Capo Rizzuto, a Cutro, ad Eboli e Battipaglia. Mentre nel passato i contadini si battevano per ottenere la terra e per un incremento delle possibilità occupazionali, adesso lottano contro le gabbie salariali e per il riconoscimento delle qualifiche. In effetti, i contadini hanno abbandonato le terre, intorno al 1960 – 1963 a un tasso del 10% annuo, cambiando radicalmente la struttura dell’occupazione agricola del Mezzogiorno. Con la metà degli anni ’70 la strategia meridionalistica avviata nel 1950 fu profondamente ridimensionata: sorsero nella società ingiuste critiche verso gli interventi che erano stati fatti per il Sud e che avevano avuto, comunque, degli effetti molto importanti per la crescita del Mezzogiorno. Fu criticata la Cassa per il Mezzogiorno che risultava “ il pozzo di S.Patrizio “ delle correnti democristiane dell’epoca: costruzione di infrastrutture inutili denominate “ cattedrali nel deserto “al solo scopo di accontentare potentati locali e padrini di territorio con cui si erano concordati scambi elettorali (il cosiddetto voto di scambio). La Cassa era nata nel 1950 dalla mente del meridionalista Pasquale Saraceno: doveva ricalcare le agenzie di sviluppo locale avviate negli Stati Uniti durante il New Deal. Nel 1984 diventa AgenSud e nel 1994 viene chiusa definitivamente; durante tutta la sua operatività, ha elargito alle regioni meridionali un totale di 279.763 miliardi di lire, pari a circa 140 miliardi di euro. Il fallimento parziale delle politiche assistenzialistiche tramite finanziamenti a pioggia non ha giovato al Mezzogiorno, né l’abolizione improvvisa della Cassa per il Mezzogiorno, con l’avvento della nuova politica degli incentivi in chiave europea con il varo della legge 488 del 1992. Questa legge ha iniziato a funzionare solo nel 1996 determinando una situazione di generale crisi nel Sud che ha coinvolto imprese, enti locali e banche. Una valutazione più approfondita degli investimenti nel Sud evidenzia che i fondi investiti in termini di quantità ( 0,5% del PIL ), pur in presenza di una legislazione speciale, sono stati inferiori agli investimenti pubblici realizzati in via ordinaria negli stessi anni nel Nord del paese ( 35 % del PIL ). Il tentativo artificioso d’impiantare la grande impresa a partecipazione pubblica e i finanziamenti alle imprese del Nord, non hanno innescato alcun circolo virtuoso nelle aree in cui sono state insediate, anzi hanno favorito la creazione nel Sud di un semplice mercato di sbocco per la produzione dell’industria dell’Italia settentrionale o l’acquisto di macchinari usati da altre imprese del nord. Conclusione e proposte politiche. Il problema del Mezzogiorno, in particolare quello agrario, non dipende dalla mole degli investimenti: ci sarà sempre un affittuario capitalista, un padrone, che farà “ man bassa “ di questi investimenti. Ci sarà sempre il bracciante che dovrà lavorare la terra per il padrone: si ritiene fino a quando non ci sarà qualcuno che gl’insegnerà che potrebbe anche non lavorarla per il padrone, ma per dei bisogni collettivi.Fino a quando il lavoratore della terra del meridione lavorerà perché il suo prodotto sia venduto sul mercato, a prezzi imposti, che non tengono in considerazione le sue necessità primarie, esisterà sempre la questione agraria che è questione nazionale, sia essa “ conventio ad escludendum “ che alternativa democratica di potere.(alfonso calabrese, “ Politica Agraria e Mezzogiorno dal 1975 al 1970 “ ).Così terminavo il mio lavoro di ricerca nel lontano autunno del 1981. Adesso, suscita meraviglia nel Paese che il Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, abbia affermato che “ l’Italia non può crescere se non cresce il Mezzogiorno “.Altresì, è stato giudicato “ fuori luogo “ il confermato impegno meridionalistico della SVIMEZ, che anche davanti al Parlamento ha espresso con rigore – prima nel maggio 2005 e poi a fine ottobre 2007 – le condizioni macroeconomiche condizionanti la crescita nazionale e le politiche attraverso cui combattere il “ dualismo “ tra Mezzogiorno e Centro-Nord, contenendo anche, grazie ad un più adeguato e qualificato impegno dei poteri pubblici ai vari livelli, i negativi ma realistici indicatori della perdurante gravità della “ questione meridionale “.La condizione di perdurante sottosviluppo relativo del mezzogiorno in campo economico, infrastrutturale, occupazionale, civile, è oggi una realtà nazionalmente assai negativa, in questo momento non contestabile, ma che, ciò non ostante, è stata fino a ieri sottovalutata fin dai governi della cosiddetta “ seconda Repubblica “. Durante il Governo Prodi, alcuni autorevoli esponenti, assieme a molti osservatori e perfino economisti settentrionali, hanno sostenuto che “al Nord e al Sud i problemi sono sostanzialmente gli stessi…”, concedendo soltanto che “nel Mezzogiorno sono solo un po’ più gravi…”. Secondo la SVIMEZ, che non ha mai richiesto o favorito, come non ha mai sollecitato, per il progresso del Sud, i cosiddetti “ investimenti a pioggia “, “ sarebbe necessario che fossero definiti obiettivi strutturali e interventi di lungo periodo (non certo gli LSU di falso stampo Keynesiano) in materia di livelli di occupazione e di industrializzazione-modernizzazione, inseriti in programmi e strategie infrastrutturali – nei trasporti, nella logistica, nel turismo, nei servizi alle imprese, ed in quant’altro il mercato richiede -, cui destinare, con rigore, e garantendo certezze, le risorse necessarie a consentire il concreto raggiungimento di quegli obiettivi, che oggi sono da perseguire in connessione ad ottiche non solo regionali e circoscrizionali, ma nazionali, europee e, per sempre nuovi aspetti, anche mediterranee (Nino Novacco, Passato, Presente e Futuro del Dualismo Nord/Sud – SVIMEZ) “. Dal rapporto SVIMEZ del 2010, “un abitante su cinque del Mezzogiorno non può pagare il medico oppure il riscaldamento; in alcune aree la disoccupazione sfiora il 36 % ( tasso di disoccupazione effettivo al 24 % ); le industrie sono seriamente compromesse e minacciate da un contesto economico-politico di recesso in cui le famiglie non spendono e gli investitori non investono; 6 milioni e 830 mila persone sono a rischio povertà; a livello settoriale, nel 2009, anche l’agricoltura è stata investita dalla crisi, con un crollo del valore aggiunto del 5%, contro il meno 1,9 % del Centro-Nord“. In Italia, dalle elezioni politiche del 2008 vinte dalla destra di Berlusconi – Bossi - Fini, si è passati da una “ conventio ad escludendum “ degli anni settanta/ ottanta ad una condizione di “ Desaparecidos “: i comunisti non sono più in Parlamento grazie ad un uomo scellerato di nome Walter Veltroni che aveva la “vocazione della maggioranza“ del partito Democratico. Le condizioni economiche sono quelle esposte dal rapporto SVIMEZ e il Federalismo di Bossi è a un passo dal dichiarare la Secessione di tutto il Nord. Certo, l’Italia delle città Stato o dei Comuni, avendo raggiunto l’Unità appena 150 anni fa, non meriterebbe di fare la fine dei nostri vicini Jugoslavi ma, se si continua con il disfacimento della “ Sinistra “, in mancanza di un’ideologia unificante o di coesione dei vari partiti e movimenti che si definiscono comunisti, la conclusione potrebbe essere di dover affrontare, a breve, una nuova “ Resistenza “ contro quei valori disgreganti e non unitari che propone la Lega Nord, per mezzo della richiesta di un falso Federalismo, che non ha ragione di esistere in una nazione che si è unita, appena un secolo e mezzo fa.La risoluzione del problema sta nella “ rappresentanza “ e nel trovare un’ideologia unificante che possa portare sotto la stessa bandiera, i milioni di operai da 1200 euro il mese, i sotto occupati da meno di 500 euro il mese, i disoccupati da zero euro il mese. Ancora una volta è lotta di classe, quindi materialismo Storico: le teorie economiche di Karl Marx dovrebbero essere riconsiderate e realizzate nel mondo, contro la dittatura del “Capitale“ che ha creato tanti danni all’uomo. Non è più il tempo di fare soltanto critiche al capitalismo: bisogna dire apertamente e senza remore che il 10 % della popolazione mondiale detiene l’80 o il 90% della ricchezza mondiale e che non è più possibile rimanere impassibili di fronte alla morte per fame di milioni di bambini. Non è più possibile rimanere imbelli di fronte alle politiche di “ starvazione “ della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale nel Sud del mondo: è necessaria una politica mondiale di redistribuzione del Surplus e, possibilmente, dovrebbe essere cambiato il modello di produzione economica delle nazioni. Non più accumulazione di capitale ma produzione ai fini collettivi; lavoro per tutta la popolazione mondiale attiva, senza disoccupazione, e soddisfacimento dei bisogni individuali, nei limiti consentiti, senza prevaricazioni o soprusi verso gli altri esseri umani. Si dovrebbe, infine, considerare le religioni come un bisogno individuale di spiritualità che nulla deve avere a che fare con la conduzione temporale delle nazioni: diceva Cavour, “ libera Chiesa in libero Stato “ e riuscì, assieme a Garibaldi, a fare l’Italia unita. Adesso, non si può più accettare che gli italiani rimangano ancora disuniti e si contrappongano in un “ Dualismo “ senza fine: riconquistiamo, pertanto, sotto la bandiera del comunismo tutti i proletari d’Italia e cerchiamo di instaurare un “ Governo del Popolo “, prima che sia troppo tardi. Alfonso Calabrese
|
- Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
- Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
- E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam. Cose del genere verranno cancellate.
- Assicurati di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice.
- Ovviamente questo accade se hai inserito il codice errato.
|
Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6 AkoComment © Copyright 2004 by Arthur Konze - www.mamboportal.com All right reserved |