Per mesi la crisi del debito sovrano Ue ha determinato il crollo dell’euro rispetto al dollaro e messo in forse l’esistenza della moneta unica. di Domenico Moro
Il punto più basso è stato raggiunto il 7 giugno, con l’euro a 1,19 contro il dollaro, il minimo da marzo 2006. Tuttavia, nell’ultimo mese l’euro ha guadagnato circa il 9%, raggiungendo quota 1,30 contro il dollaro. Si tratta di una ripresa che rispecchia i rapporti di forza tra le aree economiche del dollaro e dell’euro. Alcuni giorni fa la Bce ha reso noto che la quota in euro delle riserve mondiali è cresciuta, tra 2008 e 2009, dal 26,4% al 27,4%, mentre la quota del dollaro è calata dal 64,1% al 62,1%. La modificazione nella composizione delle quote è il risultato dello scoppio della bolla dei subprime, che ha rivelato la fragilità della crescita economica Usa, basata sul continuo indebitamento delle famiglie e del settore pubblico. Di conseguenza, nel periodo seguente lo scoppio della crisi il dollaro si è svalutato, fino ad essere scambiato a 1,50 contro l’euro. Preoccupati dal crescere del debito Usa e dalla perdita di valore delle loro riserve in dollari, i Paesi che vi avevano investito il loro surplus commerciale hanno cominciato a diversificare in altre valute. La Cina, il maggiore detentore di riserve, nel 2009 ha acquistato solo il 4,6% dei nuovi titoli di Stato Usa, i Treasury bond, molto meno del 20,2% del 2008 e del 47,4% del 2006. A nulla sono valsi i viaggi intrapresi in Cina da Geithner, dalla Clinton e da Obama allo scopo di convincere i cinesi ad acquistare Treasury e a rivalutare lo yuan, per facilitare l’export degli Usa e ridurne il debito commerciale, che è il più grande del mondo. La situazione, alla fine del 2009, era diventata molto grave per gli Usa, che, solo grazie al fatto che il dollaro è la moneta di scambio e di riserva internazionale, riescono a consumare molto più di quanto riescano a produrre. Nella prima metà del 2010 sono, però, accaduti due eventi che hanno ridato fiducia agli Usa, almeno apparentemente. All’inizio dell’anno la crisi del debito greco ha colpito l’euro che, a differenza del dollaro, non è espressione di una entità statale unitaria, con un bilancio e quindi un debito pubblico e una politica fiscale unitari. Si è così pensato che l’area euro, a fronte dei contrasti e degli squilibri tra i vari Stati nazionali, potesse disgregarsi e il dollaro ha cominciato ad apprezzarsi sull’euro. Di conseguenza, il peso del dollaro nelle riserve valutarie è risalito, la Banca centrale cinese a marzo ha ripreso ad acquistare Treasury, quella russa ha riportato al primo posto la valuta Usa nel suo portafoglio e quella sudcoreana si è spinta a dichiarare che l’euro “perderà gran parte dello status di cui ha goduto nelle transazioni internazionali”. Inoltre, a giugno i cinesi hanno sganciato la loro valuta dal dollaro, il che, per alcuni commentatori, sarebbe propedeutico all’apprezzamento dello yuan. Tuttavia, la rivincita del dollaro appare ora meno sicura e diverse banche centrali stanno rivedendo le proprie decisioni. Tra queste quella cinese, la quale ha affermato che continuerà a investire nell’area euro e a maggio ha ridotto di 32,5 miliardi i Treasury in suo possesso. La rapida svalutazione dell’ultimo mese dimostra che il dollaro è stato sopravvalutato e che i fondamentali dell’economia Usa permangono più deboli di quelli Ue. Il debito pubblico Usa è ufficialmente al 90% del Pil, ma, includendovi la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac, arriva al 140%, mentre quello Ue è al 78%. Tra febbraio e giugno il deficit commerciale Usa è cresciuto da 518,4 a 546,4 miliardi di dollari, mentre il surplus della Ue è aumentato da 25 a 45,5 miliardi. Per cambiare questa situazione, c’è poco da sperare nello sganciamento dello yuan, già verificatosi tra 2005 e 2008 senza che la bilancia commerciale Usa ne beneficiasse. La ragione è semplice: gli Usa da tempo non sono una potenza manifatturiera. Come ha affermato l’amministratore delegato di General Electric: “Siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale.”Lo sganciamento dello yuan dal dollaro ha, in realtà, finalità opposte a quelle auspicate dagli Usa: garantirsi la possibilità di svalutare, difendendo così la competitività delle merci cinesi, soprattutto sui mercati Ue. Infatti, nelle ultime sedute lo yuan ha perso nei confronti del dollaro. Anche se le fragilità dell’area euro permangono, l’esito della lotta tra dollaro e euro per l’attrazione del surplus mondiale è ancora aperta e soprattutto sempre più accesa, vista la necessità di finanziare i deficit e i debiti pubblici crescenti.
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