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"Lavoratori, prepariamoci a reagire" PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 gennaio 2009
Sample Image"In gioco il futuro dei diritti del lavoro e della democrazia." Lettera aperta di Mariano Massaro ( Sindacato OrSA) ai lavoratori dei trasporti.

 E’ successo prima del previsto, Confindustria e gran parte delle sigle sindacali hanno sottoscritto un accordo per derubricare il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, la CGIL non ha ancora firmato come non hanno firmato l’OrSA e altri sindacati di base, ma non è escluso che, per questioni di mera “opportunità sindacale”, anche gli ultimi resistenti cedano alla tentazione di aggregarsi al calderone concertativo che ha deciso di massacrare i lavoratori salariati eliminando l’ultimo baluardo di giustizia, equità e garanzia dei diritti e delle tutele. A dispetto di quanto sto per asserire, potrebbe verificarsi che in futuro anche il mio sindacato decida di firmare l’accordo quadro (spero vivamente che ciò non accada) ma personalmente resterò ancorato alla convinzione che tale “innovazione” degli assetti contrattuali condivisa da CISL-UIL-CONFISAL-UGL…. in accordo con CONFINUSTRIA, è mirata ad eliminare definitivamente il Contratto Collettivo Nazionale Lavoro, e come negli anni ottanta si cercava di nascondere quello che c’era dietro la riforma della scala mobile, ora si vuole nascondere quello che c’è dietro la riforma del CCNL. La rinuncia all’opzione della scala mobile doveva portare sviluppo industriale, garanzia contrattuale dei salari, occupazione e sicurezza nel lavoro; i fatti accaduti dagli inizi degli anni novanta ad oggi dimostrano esattamente il contrario. Quel buco nero, scambiato con la promessa di maggiore contrattazione salariale (il famoso modello concertativo), ha stritolato i redditi piu' bassi esponendoli alla crisi di un sistema liberista sfrenato che ingoia bassi salari, pensioni, ceto medio impiegatizio e una moltitudine di precari.

La strategia in atto e' solo la faccia visibile di un disegno complessivo della politica e imprenditoriale contrabbandata per riformismo liberale e senso di responsabilità del sindacato concertativo. Il rinnovo  del Contratto Nazionale che per altro avveniva sempre in ritardo e con accordi al ribasso, era rimasta l’unica arma di difesa per limitare i danni prodotti da una classe datoriale votata al profitto osceno che vuol fare pagare lo scotto della crisi economica mondiale solo ai lavoratori dipendenti.

Andiamo ai fatti: il nuovo accordo tra governo e rappresentanze sociali è una nuova struttura contrattuale triennale che conduce ad un ribasso dei contratti nazionali da recuperare nei contratti di secondo livello che saranno stipulati azienda per azienda o ufficio per ufficio, sapendo ché il 95% delle imprese italiane sono di piccolissime dimensioni, che milioni di lavoratori il contratto di secondo livello neanche lo contrattano specialmente nel Meridione d'Italia dove è difficile anche applicare il contratto nazionale. In buona sintesi, per l’adeguamento di salari e stipendi, l’accordo quadro elimina il riferimento all’inflazione programmata e all’aumento dei beni energetici importati (aumento della benzina) e adotta un non ben definito indice denominato IPCA (indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l’Italia) elaborato da “un soggetto terzo” che non ci è dato conoscere nei dettagli. Hanno stabilito un valore del "punto" retributivo al quale applicare il tasso d'inflazione per determinare l'ammontare dei contratti di categoria, sapendo che il valore di quel "punto" è inferiore di un 15% (nella migliore dell'ipotesi) a quello attualmente vigente sul quale sono stati costruiti i contratti fino a questo momento. Un modo elegante per abbassare il costo del lavoro eliminando ogni riferimento certo sul quale rivendicare l’adeguamento del salario al reale costo della vita. Nonostante l’adeguamento della parte economica sia chiaramente destinato ad un drastico ridimensionamento, esso non avverrà più alla scadenza del biennio economico ma ogni tre anni (il costo della vita aumenta giornalmente mentre l’eventuale aumento dei salari resterà fermo per ulteriori 12 mesi). Si rimanda ad altra sede la definizione delle "modalità per garantire la tregua sindacale", ma la sostanza resta quella di sanzionare e limitare pesantemente il diritto di sciopero.

Il Contratto Nazionale di Lavoro viene svuotato di ogni ruolo: non serve a ridistribuire la produttività, non serve nemmeno a difendere salari e stipendi dall'inflazione reale. E' viceversa lo strumento della generalizzata e ulteriore riduzione dei salari.

Non è finita, il peggio deve ancora arrivare: ogni incentivo presente nelle buste paga sarà ritrattato nei tavoli aziendali collegando gli incentivi economici (premi di produzione) al raggiungimento di obiettivi di produttività limitati nell’ambito territoriale. Così esposta sembrerebbe una soluzione decente ma non si tiene conto che nelle realtà meridionali non esistono gli strumenti,  l’organizzazione né la volontà del Governo e della classe dirigente per ambire ad un significativo aumento della produzione su cui calcolare la congruità dei salari. Per restare nell’ambito dei trasporti cittadini, in ferrovia, ad esempio, dovremmo ambire ad un aumento del salario riferito all’aumento di produzione in un’azienda che taglia i treni regionali, con CARGO che si avvia verso la chiusura mentre nel settore navigazione si effettua il traghettamento dello Stretto con navi di oltre trent’anni e si pretende di concorrere contro i privati  investendo i soldi della collettività in navi usate tipo Budelli e Razzoli che con il ricavato non riescono a coprire le spese della manutenzione, delle modifiche e dei danni causati.  Per non parlare dell’ATM sulla quale stendo un velo pietoso… A quale incentivo per la produzione potrebbero ambire i lavoratori di un’azienda con 40 milioni di debito che fornisce il trasporto pubblico locale con soli 30 autobus e 4 tram? Nessuna!!! Lo sanno bene i dirigenti e gli amministratori che in questi giorni cercano di anticipare l’accordo quadro proponendo un Piano di Produzione che azzera tutti gli accordi sottoscritti in passato e mira alla ritrattazione al ribasso di salari, indennità e livelli occupazionali.  La strategia è chiara, non vi è alcun dubbio che soprattutto nel meridione l’incremento di produzione avrà un unico denominatore comune: diminuire il costo del lavoro per rimpinguare le casse delle imprese, se le mensilità dei lavoratori dovranno dipendere dai livelli di produzione, presto saremo costretti a lavorare 14 ore al giorno solo per mantenere gli attuali livelli salariali. Prima d’imporre l’ennesimo diktat, il Governo,  Confindustria e soprattutto i Sindacati dovevano preoccuparsi di garantire ai lavoratori meridionali le stesse opportunità presenti al nord. Le Ferrovie, ad esempio, investono al sud solo il 17% del capitolo spese, il restante 83% prende la strada del nord, dove si punta sull’alta velocità, mentre in Sicilia si attende da anni il doppio binario e l’elettrificazione di alcune tratte che, nel terzo millennio, vengono servite ancora con locomotori diesel. Non bastano i sacrifici dei lavoratori per rendere produttive le nostre aziende carrozzone, servono le infrastrutture, la tecnologia, forti investimenti sulla modernizzazione degli strumenti di produzione e una radicale pulizia della classe dirigente che fino ad oggi ha mostrato una conclamata incompetenza nel misurarsi con il mercato e tende a recuperare gli eterni rossi in bilancio esclusivamente con i tagli al costo del lavoro e della sicurezza. Che senso ha, ad esempio, in fase di crisi acuta versare 1,3 miliardi di euro pubblici nelle casse private della società Stretto di Messina per la riprogettazione del Ponte sullo Stretto? Quante navi, quanti autobus, quanti treni regionali, quanta produzione e quanti nuovi posti di lavoro si potevano realizzare a breve termine con tale somma? E’ questa la prospettiva di sviluppo riservata ai meridionali? Attendere vent’anni per un opera di dubbia fattibilità e nel contempo chiudere le poche fabbriche, smantellare i trasporti e gestire le residue risorse destinate ai servizi pubblici limitandone drasticamente la qualità e i livelli occupazionali ? E’ questa la prospettiva di produttività sulla quale saranno parametrati i nostri salari? La mia non vuol essere una chiusura preconcetta alla modifica dell’assetto contrattuale, ma una veritiera analisi delle catastrofica condizione del mondo del lavoro meridionale che a mio modesto avviso non è pronto a misurarsi con le condizioni dettate dall’Accordo Quadro preteso da Confindustria e concesso con troppa leggerezza da una parte del sindacato. L'accordo separato è destinato ad aggravare la situazione economica e sociale complessiva, perché impoverisce ancora di più i lavoratori, in una crisi che è determinata esattamente dall'acuirsi delle disuguaglianze, da quel "mondo di bassi salari" prodotto da un trentennio di scellerate politiche bipartisan. Non è difficile prevedere uno scenario di lavoratori pubblici e privati che faranno a gara per diminuirsi lo stipendio pur di mantenere il posto di lavoro minacciato dalla cronica improduttività che caratterizza il meridione d’Italia depredato di ogni risorsa e governato da mafia e massoneria. Senza conoscere il parere dei lavoratori hanno firmato un documento che punta al frazionamento in piccoli sodalizi delle realtà produttive e alla spaccatura dell’unità sindacale - Divide et Impera - Costringendoci alla lotta fra poveri realizzeranno l’annunciata metamorfosi del mondo del lavoro che sostituisce la centralità dell’uomo con la centralità del profitto- Produci Consuma Crepa- in uno stato sociale che vede ritrarsi ruolo e garanzie pubbliche per essere consegnato a logiche privatistiche.

Hanno firmato un contratto "erga omnes" per tutti i lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato e si rifiutano, con un artificio dialettico, di sottoporlo a referendum arrogandosi il diritto di decidere anche per quelli che non rappresentano. 

La partita non è tuttavia chiusa, nessuno dove permettersi di decidere il futuro del mondo del  lavoro senza consultare i lavoratori. Sperando che l’ultimo baluardo, rappresentato da CGIL e sindacati di base, non ceda al canto delle sirene, i lavoratori hanno il dovere di pretendere il referendum per bocciare l’accordo capestro e delegittimare chi vorrebbe rappresentarli senza ascoltare la loro voce.




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