"Non ci può essere pace tra la vittima ed il carnefice, non ci può essere pace tra il popolo e i suoi massacratori." (Antonio Gramsci)
 
  :: La Federazione della Sinistra manifesterà contro il Governo Monti e le politiche europee   :: USA e Italia in Giordania a provare la guerra   :: IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA NANNI RICEVUTO CADE DAL PERO   :: AMMINISTRATIVE: PDCI, STRAORDINARIO RISULTATO DI ORLANDO A PALERMO   :: Brainjellying   :: BENI CONFISCATI: PDCI, AL GOVERNO E A CONFINDUSTRIA INTERESSA SOLO FARE CASSA   :: Di Paola rilancia il miliardario scudo anti-missili NATO   :: IMU, NON PAGARE SI PUO'!   :: Mafia e MUOS: parenti, amici o “passavamo per caso”?   :: Commemorato il 25 aprile italiano a Pinar del Río






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati
NON SOLO DEBITO, I PERCHE’ DEL DECLINO ITALIANO PDF Stampa E-mail
giovedì 29 dicembre 2011
Sample ImageLa questione del debito pubblico è presentata, in Italia e Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. di Domenico Moro

 La questione del debito pubblico è presentata, in Italia e Europa, essenzialmente come una questione di disciplina di bilancio, da risolvere tagliando le spese e aumentando le imposte. In realtà, la crescita del debito pubblico e la difficoltà a rifinanziarlo è connessa molto di più alla scarsa crescita economica. Debito e deficit pubblici vengono calcolati in percentuale sul Pil. Dunque, una stagnazione o un decremento di quest’ultimo possono peggiorare i due indicatori, indipendentemente dalle spese. Fatto ancora più importante, la scarsa crescita è collegata alla riduzione della competitività e al peggioramento del debito commerciale e della bilancia dei conti con l’estero. La riduzione della capacità di pagare le importazioni con le esportazioni è uno dei fattori che rende critica la capacità di finanziare il debito pubblico sui mercati dei capitali. Se il Giappone, con un debito pubblico di oltre il 200% e un deficit dell’8,3% sul Pil, paga un interesse sui titoli di stato a dieci anni di poco superiore all’1%, non è solo perché ha il pieno controllo della sua valuta, ma anche perché ha il terzo attivo dei conti correnti al mondo, 150 miliardi di dollari, e la migliore posizione patrimoniale con l’estero, 3mila miliardi. Al contrario, l’Italia ha una bilancia dei conti correnti negativa per 79 miliardi, il 3,7% sul Pil, uno dei peggiori rapporti tra i Paesi industrializzati, e una posizione debitoria con l’estero di 549 miliardi. Infine, la riduzione della crescita e delle esportazioni viene tipicamente compensata con l’aumento della spesa pubblica, come prova il suo rigonfiamento in Italia a partite dalla prima vera crisi post bellica nel ’74-‘75. Il punto, dunque, è capire perché l’economia italiana, nel decennio precedente alla crisi, è cresciuta meno ed ha subito maggiormente la crisi rispetto a quasi tutti gli altri Paesi avanzati. E capire perché l’attivo della bilancia commerciale è diventato negativo e la posizione netta dell’Italia verso l’estero peggiora sempre di più, sebbene il nostro Paese sia il secondo nella Ue per apparato manifatturiero ed export. Sulle spiegazioni economiche e politiche sembrano prevalere quelle morali. Recentemente Luigi Zingales, editorialista del Sole24ore, ha persino inventato un neologismo: la ragione della mancata crescita sarebbe la “peggiocrazia”, il governo dei peggiori. Le ricette? Rendere più facili i licenziamenti, ovviamente in modo da liberarsi dei peggiori, e privatizzare, per liberarsi da clientela e corruzione. Purtroppo simili amenità hanno una certa presa, visto il martellante lavorio mediatico sulla “casta dei politici”. Il fatto è che Zingales e molti altri hanno la memoria corta. Se il sistema industriale italiano è in declino e rischia di perdere pezzi importanti è perché i politici hanno messo in pratica, dagli anni ’90, quello che le grandi imprese chiedevano e chiedono ora, cioè liberalizzazioni, da quella dei mercati dei capitali a quella del mercato del lavoro, e privatizzazioni. Se l’Italia non cresce è, infatti, per due fenomeni: la riduzione della base produttiva manifatturiera e il rallentamento della crescita della produttività. Una delle cause principali di questi fenomeni risiede nella distrazione di capitali dalla produzione domestica, e cioè nella contrazione degli investimenti. Dove sono andati questi capitali? In primo luogo, all’estero, nella forma di delocalizzazioni, acquisizioni, joint-venture. Lo stock italiano degli investimenti destinati all’estero (Ide), è aumentato dai 60,2 miliardi di dollari del 1990 ai 578,2 del 2009, molto più delle esportazioni di merci, passate dal 19,1% al 29,1% del Pil. Gli Ide italiani in uscita tra 2000 e 2009 sono cresciuti maggiormente rispetto alla media Ue (+221% contro +149%), rimanendo, inoltre, molto inferiori rispetto a quelli in entrata, il cui stock nel 2009 arrivava appena a 400 miliardi di dollari. Dunque, le uscite di risparmio italiano non sono compensate da entrate di capitali produttivi esteri. Ciò non solo peggiora la bilancia dei conti, anche nella parte finanziaria, ma rende necessario recuperare capitali dall’estero mediante il debito pubblico, la cui quota detenuta all’estero è aumentata al 51% (contro il 15% del Giappone), esponendo il rifinanziamento alla variabilità dei mercati finanziari internazionali. Il fenomeno della transnazionalità delle imprese è ben rappresentato dalla Fiat, che, negli ultimi dieci anni ha diminuito del 28,2% la produzione in Italia, aumentandola del 16% in Sud America, del 10% in Europa orientale e del 2,8% in Asia. Tuttavia, il fenomeno è sottovalutato, perché le multinazionali giganti in Italia sono poche. Eppure, le multinazionali italiane sono 20.050, poco meno di quelle francesi, con circa 1,5 milioni di addetti e un fatturato di 389 miliardi di euro nel 2009. Gli Ide, però, non sono l’unica ragione di distrazione di capitale dalla manifattura. Un’altra è rappresentata dalle privatizzazioni, nelle quali l’Italia è seconda in Europa per valore assoluto e quarta sul Pil.

Sample Image

Molti imprenditori hanno trovato comodo spostare capitali dalla manifattura ai monopoli pubblici privatizzati, le autostrade e la sanità ad esempio, settori che non esportano e in cui la possibilità di beneficiare di prezzi di monopolio garantisce alti profitti, al riparo della sempre più accanita concorrenza internazionale. Inoltre, le privatizzazioni si sono rivelate così efficienti da eliminare o indebolire gravemente le poche aziende di dimensioni internazionali e che operavano in settori tecnologici di punta, come nel caso delle telecomunicazioni, penalizzando ulteriormente la base produttiva. Le privatizzazioni, che Confindustria rivendica oggi, sono quelle delle utility (acqua, elettricità), allo scopo da offrire nuove fonti di rendite monopolistiche, piuttosto che quelle dei colossi industriali come Eni, per i quali nessun privato vuole rischiare gli ingenti capitali richiesti. Un terzo fattore di rallentamento della crescita e della capacità di competere ed innovare è il nanismo delle imprese,  messo sotto accusa dalla stessa Confindustria e ricondotto al ritardo del sistema industriale italiano. In realtà, le ridotte dimensioni medie delle imprese italiane sono derivate dall’applicazione particolarmente intensa della nuova organizzazione del lavoro, il toyotismo, basato sulla esternalizzazione di pezzi dell’attività produttiva. Fra l’altro, in Italia ci sono 78mila gruppi che controllano 178mila imprese. Proprio l’esternalizzazione massiccia in piccole e piccolissime imprese rende più facile delocalizzare da parte delle grandi imprese che governano le filiere. Il punto è che le esportazioni di capitale all’estero non comportano una estensione della base produttiva complessiva delle imprese, ma una redislocazione nello spazio, funzionale all’aumento dei profitti. Questo aumento non avviene mediante un incremento dell’investimento di capitale per addetto, che aumenti la produttività con l’innovazione di processo e di prodotto, ma mediante la diminuzione dei costi. La ragione delle esportazioni di capitale risiedono, più che nella conquista di nuovi mercati, nel divario salariale tra centro e periferie dell’economia mondiale. Gli Ide permettono sia di ridurre i salari domestici, grazie all’aumento della disoccupazione, sia di sfruttare lavoratori meno pagati all’estero. Ad esempio, il costo del lavoro delle multinazionali italiane in Brasile è il 42% di quello sostenuto in Italia, in Polonia il 32%, in Romania il 13%. Inoltre, le multinazionali italiane esportano ben il 40% del fatturato delle controllate estere, spesso verso Italia. Non è un caso che la

Sample Image

principale voce nelle importazioni italiane non sia il petrolio o il gas, malgrado l’Italia ne sia priva e abbia una economia di trasformazione, ma gli autoveicoli. Modelli di particolare successo in Italia, come la Panda e la Cinquecento, sono prodotti dalla Fiat all’estero e importati. L’esportazione di capitale e lo spostamento verso la rendita monopolistica non solo peggiora la bilancia commerciale, ma provoca la progressiva riduzione dell’accumulazione di capitale produttivo. Mentre le imprese si arricchiscono grazie agli alti profitti, i lavoratori e l’economia del Paese nel suo complesso regrediscono e si impoveriscono. Banche, speculazione finanziaria e modalità di funzionamento del sistema euro hanno un ruolo importante nella crisi del debito. Non bisogna dimenticare, però, che questa affonda le sue radici nelle contraddizioni del modo di accumulazione capitalistico. Il tentativo di superare la caduta generale del saggio di profitto, ripresentatasi con forza a partire dalla metà degli anni ’70, ha impresso un impulso, acceleratosi a partire con gli anni ’90, alla transnazionalizzazione delle imprese, che ha prodotto una contraddizione tra capitale e Stato-nazione. La crisi del debito pubblico, il conflitto tra la Ue e i singoli stati, nonché la nomina di governi “tecnici”, come quello di Monti, ne sono oggi la manifestazione matura.

 




  Lascia il primo commento!

Scrivi Commento
  • Si prega di inserire commenti riguardanti l'articolo.
  • Commenti ritenuti offensivi verranno eliminati.
  • E' severamente vietato qualsiasi tipo di spam. Cose del genere verranno cancellate.
  • Assicurati di aggiornare(refresh) la pagina per visualizzare un nuovo codice.
  • Ovviamente questo accade se hai inserito il codice errato.
Nome:
Titolo:
Commento:

Powered by AkoComment Tweaked Special Edition v.1.4.6
AkoComment © Copyright 2004 by Arthur Konze - www.mamboportal.com
All right reserved

 
< Prec.   Pros. >