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NUCLEARE: UN GRANDE IMBROGLIO FIGLIO DEL CAPITALISMO PDF Stampa E-mail
martedì 31 maggio 2011
Sample ImageReport del convegno organizzato da Pdci-Fds a Catania

Il nucleare, le ragioni che sottendono alle scelte dei governi, la capacità del servizio sanitario nazionale italiano di fronteggiare un’eventuale emergenza e infine la necessità di un voto consapevole e informato al referendum di giugno sono gli argomenti trattati la mattina del 28 maggio a Catania, nel corso di un incontro organizzato dai Comunisti italiani – Federazione della Sinistra.
Proprio per evitare un voto solo frutto di una spinta emotiva è necessario conoscere gli aspetti economici e quelli scientifici e sanitari, come lo studio in base al quale la contaminazione radioattiva di Fukushima potrebbe causare nei prossimi cinquant’anni oltre 400.000 casi di tumore in un raggio di circa 200 chilometri dal luogo dell’incidente. Un “costo”, quello del nucleare, che – secondo Seba Romano, responsabile regionale Sanità del Pdci-FdS – non possiamo permetterci in termini di inquinamento, di salute umana ed anche economici.
Degli aspetti scientifici ha parlato Angelo Pagano, direttore dell’Istituto di Fisica nucleare dell’Università di Catania, secondo il quale spesso si parla di energia senza sapere cos’è. Pagano ha spiegato che gli incidenti producono “radiazioni che difficilmente possono essere confinate” e che il governo, “invece di spendere cinque miliardi di euro per costruire una centrale, dovrebbe investire appena il 10% nella ricerca scientifica” per fare in modo che fra qualche decennio si possano realizzare centrali sicure. Ma questo, per Pagano, diventa impossibile in un sistema economico di tipo capitalistico.
Concetto ripreso anche da Giuseppe Amata, docente di Economia ed estimo ambientale nell’ateneo catanese, secondo il quale sono tre le ragioni che spingono i governi alla scelta nucleare. Innanzitutto gli interessi: quelli delle lobby dell’energia nucleare, dell’informatica, delle costruzioni civili (molti grandi appalti riguardano proprio la costruzione delle centrali), dei grandi progettisti e dei grandi studi professionali incaricati delle valutazioni di impatto ambientale. Poi il loro utilizzo a fini militari. In ultimo, l’idea che l’adozione del nucleare potesse colmare il gap fra paesi industrializzati e in via di sviluppo. Ma – ha spiegato Amata – “è un grande imbroglio” dire all’opinione pubblica che questo favorisce l’energia pulita e l’economia, perché nel calcolo economico non si tiene conto dei danni derivanti da un disastro nucleare: quelli all’ambiente, alla salute, quelli relativi al trasferimento delle persone. Elementi che non entrano nelle valutazioni di impatto ambientale perché, secondo il docente universitario, il calcolo viene fatto sulla base del bilancio delle aziende (quindi, sul rapporto costi/ricavi), mentre l’unità di riferimento dovrebbe essere l’ecosistema antropizzato. Ma, anche per Amata, questo significherebbe “mettere in discussione il modo di produzione capitalistico”.
Infine la denuncia di Domenico Grimaldi, medico e direttore della Scuola nazionale di Formazione FIMMG, secondo il quale mentre in altri Paesi i medici di famiglia sono le “sentinelle dell’ambiente”, questo non è il caso dell’Italia. In più, per Grimaldi, guardando alla Sicilia, nella nostra regione non c’è alcun sistema di bilanciamento di eventuali incidenti nucleari, nessuna organizzazione, non una squadra di primo soccorso in grado di intervenire per mancanza di dispositivi di protezione individuale. Grimaldi ha ricordato che una legge nazionale prevede l’installazione di tende di decontaminazione per un primo intervento in caso di incidente, ma in Sicilia ce l’ha solo Palermo e ne ha soltanto una.




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