Negli Usa lo chiamavano affettuosamente il “nostro figlio di puttana”. Per anni ed anni ha ricevuto migliaia di milioni di dollari a fondo perduto. di Manuela Palermi
Ormai sta messo male. Ma se si vuole parlare di dittatori, farne una piccola lista, tanto per non dimenticare, non si può fare a meno di nominare Mubarak. Negli Usa lo chiamavano affettuosamente il “nostro figlio di puttana”. Per anni ed anni ha ricevuto migliaia di milioni di dollari a fondo perduto. Non tanto perduto, per la verità, perché Mubarak ha sempre ripagato gli Usa essendo il più fedele alleato in quell’area maledettamente tormentata che è il Medio oriente. E’ stato un vero dittatore, anche se le piazze sono finalmente riuscite a scaraventarlo via dal suo palazzo dorato. Ha messo in atto politiche indegne che hanno reso ricchissimi i già ricchi, mentre i poveri sono stati affamati senza pietà. Per reggere la situazione s’è dotato di servizi segreti efferati e violenti. Per la verità Mubarak non è stato il solo “figlio di puttana” degli Usa. Sicuramente tra i più coccolati, Ma ce ne sono altri e tutti con le stesse caratteristiche di crudeltà e la stessa fame di dollari. Un altro, per esempio, è Paul Biya. Biya governa il Camerun dal 1993, anno in cui, unico candidato, ottiene lo strepitoso consenso del 99 per cento di voti. Da allora non ha più mollato il potere. Sono anni che Amnesty International denuncia le sue nefandezze. Per Biya, ad esempio, è del tutto normale ammazzare la gente senza processo, oppure – sempre senza processo - sbattere in galera i giornalisti che s’azzardano a criticare. Ha costruito un sistema di controllo e repressione sanguinari che rende impossibile qualsiasi forma di opposizione. I diritti umani non esistono, gli arresti sono del tutto arbitrari, le detenzioni illegali, il divieto di libertà di espressione è totale, così come quello di associazione o di semplice riunione. In galera ci finisci in un battibaleno, anche a causa dell’orientamento sessuale. Le carceri del Camerum sono affollate di uomini e donne che hanno tentato di battersi per i diritti umani o che hanno mormorato qualche parola di troppo contro il regime. I legami con gli Usa, sempre amichevoli, sono diventati particolarmente affettuosi dal 2002. E da allora i finanziamenti, ovviamente generosissimi, arrivano a Biya come un fiume tumultuoso attraverso organizzazioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale, l’Fmi e la Banca di Sviluppo Africano. Un altro “figlio di puttana” assai gradito a Washington è Gurbanguly Berdymuhammedov, il dittatore del Turkmenistan. La strada scelta da Gurbanguly per raggiungere il potere è assolutamente tradizionale. Classica, oserei dire. Nel 2006 muore il suo predecessore. A prenderne il posto c’è da tempo un candidato naturale. Nel frattempo Gurbanguly s’è alleato con pezzi fondamentali di polizia ed esercito. Non si fa scrupoli né perde tempo. Accusa il candidato di ogni genere di peccati e reato. La conseguenza è naturale: quello finisce in galera e Berdymuhammedov prende il potere. Scrive l’ineffabile Dipartimento di Stato americano: “Per molto tempo, soprattutto negli anni 90, il Turkmenistan è stato un protagonista chiave per l’iniziativa energetica degli Usa nel bacino del Caspio. Si deve a lui il successo dei negoziati con i governi del Turkmenistan, della Georgia, dell’Azerbaijan e della Turchia”. Va detto che gli obiettivi Usa sono di una limpidità disarmante: costruire un gasdotto sotto il Mar Caspio, il cosiddetto Gasdotto Trans-Caspio (Tggp). Parade Magazine – una rivista che ogni tanto tenta di fare la lista dei peggiori dittatori del mondo e sempre si scusa perché ne manca qualcuno - scrive che “gli Usa continuano ad importare petrolio dal Turkmenistan (nel 2008 per un valore di 100 milioni di dollari) mentre la Boeing fornisce aerei al governo turkmeno. La Chevron, inoltre, ha aperto una succursale nella capitale turkmena, Ashgabat”. Human Rights Watch ci va giù duro: “Il governo di Berdymuhammedov continua ad essere uno dei più repressivi ed autoritari del mondo”. E veniamo ora al terzo “figlio di puttana”. Il suo nome è Teodoro Obiang Nguema ed è il dittatore della Guinea Equatoriale. Il momento di Teodoro arriva trentadue anni fa quando, con un golpe sanguinoso, che provoca una valanga di morti e feriti, depone – e poi uccide – Francisco Macías, colui che era al potere e che era anche suo zio. Peter Maar, giornalista e scrittore statunitense noto per aver scritto nel 1973 la biografia di Frank Serpico, così lo descrive: “Teodoro Obiang Nguema non è solo il peggiore dittatore africano, ma anche un uomo che si atteggia e parla in modo tale da sembrare la parodia di un dittatore”. Obiang fa molte promesse al suo popolo, giura che sarà un uomo migliore di quell’animale che era suo zio. Ma la natura ha la meglio sulle promesse. Negli anni 90 le minacce di morte. le persecuzioni e la repressione verso chiunque non sia gradito al regime diventano prassi quotidiana. Una minaccia di morte arriva persino all’ambasciatore Usa in Guinea Equatoriale, che viene immediatamente trasferito. Dopo poco tempo viene scoperto petrolio offshore. Teodoro diventa agli Usa gradito come non mai. La prima ondata di soldi – circa 700 milioni di dollari – viene depositata in alcuni conti segreti da lui personalmente controllati. Secondo Parade Magazine “gli Usa importano nel 2008 dalla Guinea Equatoriale più di 3mila milioni di dollari in prodotti petroliferi. Il 2006 è un anno fortunato per gli Usa. Alle fonti di petrolio della Guinea Equatoriale si aggiungono quelle del Chad, dove l’importazione di oro nero raggiunge un valore di 3mila milioni di dollari. Il “figlio di puttana” che è a capo del Chad si chiama Idriss Deby. Con lui gli Stati Uniti hanno rapporti più che cordiali. Il Chad ha dimostrato di essere un alleato valoroso nella guerra globale contro il terrore ed ha offerto riparo lungo la frontiera occidentale a circa 200mila rifugiati vittime del genocidio del Darfur in Sudan. Il rapporto di Amnesty International su Idriss Deby fornisce un quadro impressionante. Il sequestro e l’assassinio sono i normali strumenti utilizzati dal governo. A farne le spese sono molti civili e molti che lavorano per le organizzazioni umanitarie. Le donne e le bambine sono vittime di stupri e di violenze che ne segnano per sempre il corpo e la mente. Neanche i bambini vengono salvati. Il paese ha bisogno di soldati e lì, in Chad, si dà l’avvio all’addestramento militare dei bambini. Non c’è esercito, non c’è gruppo armato, non c’è banda che non abbia al suo interno un numero crescente di bambini soldato. Le autorità neanche si sognano di prendere misure per proteggere i civili dagli attacchi dei banditi e dei gruppi armati. Gli oppositori politici sono tutti arrestati, detenuti arbitrariamente, torturati, violentati. Continuano le intimidazioni contro i giornalisti e i difensori dei diritti umani. Per tutto il 2009 vengono demolite case ed altre strutture. Migliaia di persone restano sulla strada, senza più tetto né cibo né acqua. Parade denuncia con violenza l’Amministrazione Usa. Malgrado sia ormai noto a tutto il mondo che i militari del Chad utilizzano i bambini come soldati, “gli Usa continuano ad addestrare i comandi militari del Chad”. Altro famoso “figlio di puttana” è Islam Karimov dell’Uzbekistan. Karimov è davvero speciale. Gli piace bollire (nel senso letterale del termine) gli oppositori politici finché muoiono. E’ presidente dell’Uzbekistan dal 1990: le elezioni, le prime di una serie di elezioni fraudolente, vengono vinte con un margine immenso. In Uzbekistan il copione è lo stesso delle altre dittature. Human Rights Watch denuncia, prove alla mano, centinaia di torture, detenzioni arbitrarie e retate massicce di minoranze religiose. Ma quel paese è stato ed è cruciale per gli Usa nella “guerra contro il terrore”. Fino al 2005 ha alloggiato le truppe statunitensi nella base aerea Karshi-Khanabad. I rapporti si raffreddano un po’ quando Karimov chiede agli Usa di abbandonare la base. Ma è un raffreddamento del tutto passeggero. Scrive Parade: “Il commercio con l’Uzbekistan nel 2008 è raddoppiato. Gli Usa continuano ad importare immense quantità di uranio uzbeko che viene poi utilizzato per centrali ed armi nucleari”. Nel 2009 “l’Uzbekistan ha comprato dalla Boeing aerei jet per un valore di 600 milioni di dollari”. Ed eccoci ad un altro bel “figlio di puttana”, Meles Zenawi. Zenawi ha governato l’Etiopia per 20 anni. L’anno scorso, dopo anni che Human Rights Watch denunciava “intimidazioni contro i sostenitori dei partiti di opposizione”, il partito di Zenaqi, il Fronte Rivoluzionario Democratico Popolare Etiope, ha ottenuto il 99,6% dei voti. L’Etiopia è per gli Usa un partner strategico nella “guerra contro il terrore” e contribuisce significativamente alle operazioni africane di mantenimento della pace. Secondo l’Agenzia di Sviluppo Internazionale degli Usa, gli statunitensi sono quelli che fino ad oggi più hanno aiutato l’Etiopia. Il Congresso ha approvato una legge, malgrado le obiezioni del governo Bush, che limita gli aiuti militari finché il paese non avrà una stampa libera e il regime non rispetterà maggiormente i diritti umani. Ma – ed è un “ma” molto importante – esclude ogni aiuto al “controterrorismo”. La conseguenza, secondo Amnesty International, è che, malgrado i gruppi dell’opposizione etiope siano illegali, le Ong siano state proibite e cittadini spariscano spesso, senza ragione e, più che mai, senza processo, gli Usa continuano ad addestrare le truppe etiopi. Siamo ora al settimo “figlio di puttana”, il più prestigioso della schiera. Parlo di Re Abdullah Bin Abdul-Aziz dell’Arabia Saudita. Da come vanno le cose, sembrerebbe che quando uno Stato teocratico islamico commette crimini orribili contro i cittadini, la cosa assume una straordinaria gravità solo se quello Stato si chiama Iran. Anche l’Arabia Saudita, come gli altri, è uno degli alleati più importanti degli Usa. Il governo statunitense ha garantito la sicurezza alla famiglia reale saudita per decenni. Naturalmente in cambio ha sempre avuto barili e barili di petrolio. Quando arriva al potere, nel 2005, Re Abdullah fa alcune riforme ma, secondo Human Rights Watch, “sono in gran parte simboliche”. Mentre Amnesty International accusa nel 2010 le autorità saudite di fare un uso continuo di “misure repressive per eliminare la libertà di espressione ed impedire una serie di attività”. Centinaia di persone vengono continuamente arrestate, accusate di terrorismo. Altre migliaia, in galera negli anni precedenti in nome della sicurezza, continuano a marcirci. Circa 330 subiscono processi, privi di ogni regola e diritto elementare, da un nuovo tribunale specializzato ed esclusivo; uno dei 330 è condannato a morte. Altri 323 sono tutti in galera.
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