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martedì 29 dicembre 2009
Sample ImageE’ inconcepibile che i redditi da lavoro paghino molto di più delle rendite finanziarie e che le enormi ricchezze derivanti dalla speculazione finanziaria e immobiliare non paghino nulla. di Francesco Napoli

Le politiche economiche dei governi neoliberisti hanno posto la centralità dei mercati finanziari  a discapito del lavoro, promuovendo lo svilimento dei valori del lavoro, mediante  un immenso trasferimento di risorse al profitto e alle rendite, un’esorbitante crescita della diseguaglianza che ha determinato disastri sociali ed effetti recessivi sulla economia reale. L’aggressione ha assunto una  dimensione politica, con la precarizzazione e la riduzione delle tutele sindacali, con l’evidente ambizione di rendere i lavoratori più subalterni al volere del padronato, eliminando ogni controllo sociale sull’operato delle imprese.

Un nuovo modello di sviluppo reclama una riconsiderazione della civiltà del lavoro: la qualità della produzione richiede la qualità del lavoro accettato e dunque un lavoro stabile, tutelato e ben retribuito. La costruzione di un modello sociale equo richiede il recupero della dignità, della  tutela dei lavoratori, della lotta alla precarietà, della determinazione di aspirazioni sociali, previdenziali ed economiche. E’  fondamentale un adeguamento innovatore sulle scelte aziendali, che controlli qualità, etica sociale e ambientale della produzione di beni e servizi, privilegiando interessi di lungo periodo rispetto al rendimento immediato.

E’ indispensabile sostenere i redditi bassi e medi, dare impulso ad una maggiore equità fiscale, ridurre gli incentivi al risparmio finanziario, stimolare un consumo critico e solidale.

La ripresa economica e sociale  deve rintracciare i propri processi evolutivi di crescita negli investimenti nei settori strategici dell’Istruzione e Formazione, della Ricerca, della Sanità, della Previdenza e del’Assistenza , promuovendo un nuovo patto generazionale. In Italia l’evasione fiscale supera i 200 miliardi di euro, l’incidenza delle imprese in nero è dell’ordine del 53%. Tale esorbitante evasione riduce le risorse necessarie per lo sviluppo economico del Paese e aumenta la pressione fiscale su imprese e cittadini onesti che non evadono. Il governo di destra, con gli innumerevoli condoni fiscali e previdenziali adottati, ha dato un evidente segnale a favore del lavoro nero e dell’evasione. L'attuale presidente del Consiglio Berlusconi, nel 2004, dichiarava testualmente che è «morale» evadere.

Non dobbiamo meravigliarci del progressivo aumento dell’evasione fiscale degli ultimi anni, considerato che non è stato preso alcun provvedimento serio per contrastare tale fenomeno; anzi sono state emanate normative che sanavano situazioni pregresse, e tra queste va citata la famosa legge ex-Cirielli, sull'accorciamento dei termini di prescrizione anche per il reato di emissione di fatture false.

Con l’affermarsi del pensiero “berlusconiano-leghista”, l’imposizione fiscale diviene un «male in sé», una gabella «estorta» dallo Stato "inefficiente e sprecone". Le imposte invece non sono mai buone o cattive in sé, ma sono solo lo strumento che permette di far funzionare le nostre istituzioni e garantire ai cittadini quei servizi e quelle prestazioni che rafforzano la coesione sociale. La caduta dell’entrate tributarie , causata da una crescente evasione fiscale, hanno determinato i tagli dei  servizi sociali indispensabili, della scuola e dei servizi pubblici.

A subire i maggiori danni sono stati soprattutto pensionati e lavoratori a reddito medio-basso che sono stati colpiti dai tagli ai servizi, dall’aumento di tariffe pubbliche e dalle imposte locali. Ciò è dovuto soprattutto alla mancata restituzione del drenaggio fiscale, all'aumento del costo della vita, alla crescita delle imposte indirette, tra cui l'imposta di bollo, e l’effetto dell’incremento del prezzo del petrolio, inasprito dall’IVA gravante su gasolio e benzina non restituiti dal governo e che incidono maggiormente sui redditi più bassi.

Il governo Berlusconi, invece di sostenere i redditi più bassi, ha privilegiato senza esitazioni i redditi più alti: infatti il reddito di chi specula sugli immobili viene tassato al12,5%, mentre un professionista o un lavoratore dipendente versa all’erario 3-4 volte tanto col proprio lavoro. Se un azionista rivende proprie azioni paga sul guadagno realizzato solo il 12,5%., se il  titolare di un'impresa artigiana o commerciale cede  la propria attività  lavorativa, dopo 30 anni, sul ricavato pagherà un’imposta Irpef variabile tra il 30% e il 45%.

E’ inconcepibile che i redditi da lavoro paghino molto di più delle rendite finanziarie e che le enormi ricchezze derivanti dalla speculazione finanziaria e immobiliare non paghino nulla.

E’ illegittimo che le società possano facilmente eludere legalmente le normative  per ridurre o azzerare il loro debito fiscale.

L’equità e la legalità fiscale  devono essere poste al centro dell’azione politica della “sinistra”, per porre rimedio alle ingiustizie  economiche e sociali prodotte dalle scelte dei governi Berlusconi, che hanno penalizzato i giovani, incentivando fiscalmente i datori di lavoro ad assumere con contratti di progetto anche quando potrebbero farlo a tempo indeterminato, e creato una generazione di precari con compensi irrisori senza alcuna prospettiva previdenziale. La prima parte della riforma Tremonti ha dato poco a tanti, la seconda ha dato tanto a pochi. Gran parte di queste misure calpestano i principi affermati all’art. 53 della nostra Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è uniformato a criteri di progressività».




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