Berlusconi concepisce la Repubblica come una sua signoria, una res sua fondata non sul diritto, ma sul plebiscito telecomandato.
Si è detto e scritto tanto sulla recente pronuncia di incostituzionalità del lodo Alfano. E’ passato, nella stampa e nelle dichiarazione di esponenti politici di primo piano, il messaggio che una legge costituzionale possa violare e cambiare il principio di eguaglianza, richiamato dalla stessa Corte costituzionale nella sua sentenza . Ebbene, neppure una legge costituzionale può cambiare il principio di eguaglianza posto dall'art. 3 della Costituzione, costituendo questo norma chiave di volta dell'intero sistema normativo ed istituzionale. Come ha dichiarato la stessa Corte costituzionale in precedenti sentenze (n. 25/1966 e n. 204/1982), il principio di eguaglianza è un principio generale che condiziona tutto l'ordinamento nella sua obiettiva struttura, essendo anche espressione di un generale canone di coerenza dell'ordinamento. Il principio di eguaglianza è, quindi, norma fondamentale la cui modifica porterebbe alla trasformazione dell'attuale forma di Stato, cioè della Repubblica democratica. Modificare, violando, anche con legge costituzionale il principio di eguaglianza, significherebbe rompere la Costituzione, con tutto ciò che ne conseguirebbe. E' quello che Berlusconi ha tentato più volte di fare, concependo la Repubblica come una sua signoria, una res sua fondata non sul diritto, ma sul plebiscito telecomandato.
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