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Piccolo grande uomo, Partigiano della Costituzione PDF Stampa E-mail
giovedì 17 novembre 2011
Sample ImageAncora una volta Antonio Ingroia è sotto il tiro di un fuoco incrociato da parte di politici e mafiosi ma perfino dai suoi stessi colleghi e fa impressione che due... di Patrizia Maltese

 Non mi piace, non mi pace per niente questa storia. E' un crescendo e sembra che l'unico pericolo per il nostro Paese non sia la crisi, la disoccupazione, la povertà, la mafia, ma chi la mafia la combatte.
Ancora una volta Antonio Ingroia è sotto il tiro di un fuoco incrociato da parte di politici e mafiosi ma perfino dai suoi stessi colleghi e fa impressione che due notizie riguardanti uno dei magistrati più seri e maggiormente impegnati nella lotta alla mafia, l'allievo preferito di Paolo Borsellino, escano a poche ore l'una dall'altra: la prima riguarda l'apertura di un fascicolo nei suoi confronti da parte del Csm per la sua partecipazione al congresso nazionale dei Comunisti italiani e per il suo intervento nel quale si dichiarava - come dovrebbe essere fisiologico per ogni magistrato - "Partigiano della Costituzione"; l'altra si riferisce al ritrovamento di fili elettrici e di una centralina nel Palazzo di Giustizia di Palermo nella stanza del magistrato Lia Sava - anche lei in prima linea nello scoprire i rapporti fra mafia, politica e affari -, dove fino a non troppo tempo fa aveva il suo ufficio anche Ingroia. Tentativo di piazzare una microspia o intimidazione (queste le due ipotesi subito avanzate), ciò che è chiaro è che un magistrato come Ingroia (o come la Sava o i loro colleghi che non smettono di fare il loro lavoro con impegno, passione e dedizione) fa paura a chi fa affari con la mafia, a chi grazie alla mafia trae benefici politici, alla mafia che grazie a politici e imprenditori corrotti espande il suo potere sul territorio.

A questi Ingroia non piace, certo, e basta spigolare fra le notizie dei mesi passati per trovare una sfilza di attacchi nei suoi confronti da parte di esponenti del centrodestra (e non è colpa mia, né di Ingroia, se quelli indagati per rapporti con la mafia stanno quasi tutti da quella parte), a partire dal semisconosciuto Giuseppe Ruvolo - esponente dell'Udc e poi del Pid di Ribera, che si scagliò lancia in resta contro Ingroia prima per sentenziare l'innocenza di Totò Cuffaro, condannato a sette anni in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia, e poi per difendere l'ormai finalmente ex ministro Saverio Romano dall'accusa di avere rapporti con i boss - fino al capogruppo del Pdl alla Camera, il piduista Fabrizio Cicchitto, che ne ha chiesto le dimissioni definendolo "un tribuno della plebe che arringa la folla" proprio per il suo intervento al congresso del Pdci.

In mezzo, stuoli di parlamentari e giornalisti servi che vorrebbero fargli la pelle. E adesso - quello che fa orrore - pure i suoi colleghi, quelli che dovrebbero fargli scudo con i loro corpi, lo fanno passare dalla parte dell'imputato, ben sapendo quanto possa essere rischioso lasciare da solo un magistrato come Ingroia. Non tutti i suoi colleghi, per fortuna ("Sono convinto che in certi momenti in cui l'effettivo rispetto di alcuni principi costituzionali è messo in pericolo anche da progetti di riforma in materia di giustizia - ha detto il presidente della giunta dell'Anm di Palermo, Nino di Matteo -, sia non solo un diritto, ma un preciso dovere di ogni magistrato denunciare pubblicamente quei rischi"), e non certo le persone per bene e i siciliani, che conoscono il valore di questo piccolo grande uomo e non permetteranno che qualcuno lo faccia diventare un bersaglio mobile.




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