"Non ci può essere pace tra la vittima ed il carnefice, non ci può essere pace tra il popolo e i suoi massacratori." (Antonio Gramsci)
 
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Progettare il presente, immaginare il futuro PDF Stampa E-mail
sabato 04 febbraio 2017

Sample ImageIl PCI-Sicilia ha presentato quattro temi per un confronto a sinistra: Pace, Lavoro, Rifiuti, Sanità. Il testo integrale del documento

Venerdì 3 febbraio, presso la sala stampa dell'ARS, si è tenuta una conferenza stampa del Pci sulla situazione politica, la prima dopo la ricostruzione del Partito Comunista Italiano, avvenuta lo scorso giugno a Bologna.

 L’apertura è stata di Gioacchino La Corte, già deputato regionale e membro del Comitato centrale del Partito, il quale ha riassunto le ragioni fondanti della presenza del PCI sulla scena politica.

Ad illustrare le priorità programmatiche e di lotta in Sicilia Roberto Bauccio, componente la segreteria regionale del Partito: lotta alla mafia, sanità, lavoro, gestione del ciclo di rifiuti.

Vincenzo Randazzo, segretario provinciale del PCI di Palermo, ha spiegato le motivazioni che hanno portato il Partito a rompere con la coalizione che sostiene Orlando a causa della presenza di forze che nulla hanno a che vedere con la sinistra.

Luca Cangemi, della segreteria nazionale del PCI, ha ribadito la partecipazione del Partito alle mobilitazioni contro il G7, vertice delle oligarchie mondiali, che si terrà a Taormina nel mese di maggio, e ha lanciato un appello a un dialogo alla sinistra di alternativa siciliana per una discussione comune in vista delle elezioni regionali, a partire da un giudizio durissimo sul governo Crocetta e sul ruolo del PD e delle variegate forze che lo affiancano.

Di seguito il testo integrale del documento presentato

 Premessa

Da oltre trent’anni stampa, tv , politici nuovisti, “think tanks” internazionali del neoliberalismo, diffondono quotidianamente miti e mitologie: economiche, politiche, monetarie, educative (Agevolare i licenziamenti crea occupazione, la funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale, le classi sociali non esistono più). le quali, a differenza dei miti, diventano pratiche di governo e di amministrazione a tutti i livelli della società.

Questo repertorio di idee risulta del tutto impermeabile alla realtà ed è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di confutarlo.

Tuttavia l’egemonia delle classi dominanti ha trasformato queste bizzarrie in pensiero unico che scandisce contenuto e ritmo delle nostre esistenze.

Riteniamo che la drammatica crisi che investe gli anelli più deboli del contesto europeo e delle regioni europee, sancendo il fallimento dell’Europa liberista di Maastricht e di Lisbona, renda ancor più preoccupante anche nel nostro Paese e nella nostra isola, la prospettiva delle classi subalterne: cittadini italiani e migranti vivono condizioni di vita senza un presente degno di questo nome ma anche senza alcuna prospettiva di futuro.

Questo scenario ci conforta sulla giustezza e sulla necessità storica di ricostruire il PCI, anche in regioni del Paese, come la Sicilia, dove forse è ormai lontana la memoria del protagonismo proletario e contadino e, allo stesso tempo, emerge con forza l’urgenza di una rinnovata stagione di confronti con quel mondo di sinistra, alternativo al Partito Democratico e ai suoi alleati, ancora diviso e frammentato, Siamo determinati, a partire dalla prova per noi tra le più impegnative della fase politica: le elezioni Regionali siciliane con il loro portato di difficoltà, ma anche con le possibilità che esse possano offrire l’occasione per la ricostruzione di un tessuto di lotte e di esperienze nelle quali prevalgano convergenze e affinità.

Un fronte delle sinistre che a partire da queste battaglie, offra un punto di riferimento unitario contro il Pd e i suoi governi, contro le destre e alternativo al populismo grillino anche in Sicilia.

Offriamo al dibattito, che siamo certi sarà complesso e fecondo, 4 temi che riteniamo cruciali.

Il lavoro, la sanità, il ciclo dei rifiuti, la Pace.

Il Lavoro in Sicilia

La Sicilia offre, per quanto riguarda il lavoro, un quadro apparentemente contraddittorio, ma i cui effetti sono in ogni caso devastanti: da un lato la permanenza nel tempo moderno di forma arcaiche di reclutamento di forza lavoro, cioè il caporalato e dall’altro l’introduzione di politiche del lavoro di impianto ultraliberista che, invocando una astratta e assoluta libertà, come unico effetto hanno avuto la riduzione, se non l’annullamento, dei diritti dei lavoratori —

Da molti anni la Sicilia rappresenta un crocevia per i migranti provenienti da più parti del mondo, producendo una vera e propria economia sommersa, la quale si rivela esplicitamente anche nel cosiddetto fenomeno del caporalato.

Nelle campagne agricole italiane e siciliane il problema del caporalato è di tipo strutturale perché legato alla stagionalità dell’economia agricola.

Dentro il settore primario globalizzato, ma anche nell’industria e nel terziario, persino l’impiego delle macchine risulta svantaggioso e si continua a fare uso di braccia perché i lavoratori sono disposti ad accettare salari miseri.

Ciò che emerge chiaramente è l’esistenza di un lavoro “sporco” alla base del sistema agroalimentare italiano, dietro il quale esiste una manodopera “impresentabile”, vittima di continue pratiche di sfruttamento, che non raffigura altro che il riflesso di una gestione politica e umanitaria fallimentare e indecorosa.

Emblematico è il caso rappresentato dai migranti che vivono nel Centro di accoglienza per i richiedenti asilo (CARA) di Mineo. Una zona nella qualeprima non esisteva il caporalato ma in cui si è diffuso con l’apertura del centro di accoglienza .

Vivendo in condizioni d’indigenza, e tuttavia ricevendo un vitto e un alloggio, nell’interminabile attesa di un permesso di soggiorno e avendo la possibilità di procurarsi un’occupazione,i migranti sono costretti a rivolgersi ai caporali e a vendere la loro forza lavoro per pochissimi euro. La gestione dei CARA e soprattutto del lavoro migrante fa capire molte cose circa le forme che stanno assumendo nel contesto siciliano le strategie di governance dei flussi migratori.

L’urgente bisogno di lavoro da parte dei migranti stranieri, inseriti nel circuito della protezione internazionale, ha incontrato le esigenze economiche dei contesti nei quali i centri per richiedenti asilo sono stati collocati.

L’effetto paradossale che emerge è quello di una ghettizzazione dei migranti che, sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo, si trovano costretti a chiedere direttamente lavoro ai caporali. Nella Sicilia sud orientale le forme esistenti di sfruttamento agricolo riguardano principalmente lavoratori tunisini e rumeni.

L’emigrazione rumena è stata caratterizzata negli ultimi anni da una determinante femminilizzazione. Le donne sono protagoniste della filiera agricola siciliana, dalla raccolta al packaging, e rappresentano l’anello fondamentale dell’economia trasformata. Esse sono costrette ad affrontare e subire condizioni di lavoro drammatiche, inoltre, sono soggette ad un duplice sfruttamento, poiché molte di loro finiscono oggetto di ricatti sessuali da parte dei datori di lavoro e dei caporali.

A sostegno di queste donne non ci sono reti familiari o amicali, né esistono legami solidaristici tra le lavoratrici. 

 Uno degli interventi più noti e incisivi del governo Renzi, è stato senza dubbio quello in materia di licenziamenti, perché è riuscito a realizzare il “sogno” (della destra e del padronato) di eliminare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

I licenziamenti illegittimi e ingiustificati dei “neo-assunti”, anche se ritenuti tali dal giudice, non vengono sanzionati con la reintegrazione nel posto di lavoro, ma solo da un modesto indennizzo, proporzionato agli anni di lavoro. Tale maggiore flessibilità in uscita è stata presentata come rispondente a una duplice esigenza: quella di incentivare gli investimenti, specie stranieri, e quella di rendere più appetibile per il datori di lavoro l’assunzione a tempo indeterminato, con i nuovi contratti “a tutele crescenti”. I

l contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è tutto meno che stabile, e persino l’aggettivo “indeterminato” perde di senso, a fronte di un rapporto di lavoro che può essere agevolmente risolto (e a poco prezzo) senza giusta causa o giustificato motivo. In altre parole si è combattuta la precarietà precarizzando il rapporto a tempo indeterminato.

Si aggiunga che tre mesi prima dell’entrata in vigore del “Job Act” la finalità di incentivare le assunzioni a tempo indeterminato è stata, in realtà, affidata ad altra legge che ha previsto fortissimi sgravi contributivi. Non c’è dubbio che sia questa la disposizione che ha comportato un parziale aumento dei contratti a tempo indeterminato nel primo anno di applicazione (si è parlato di una “piccola bolla occupazionale”) e che ridotti o esauritisi gli sgravi le imprese cercheranno altrove (contratti di apprendistato, ove possibile, voucher o quant’altro) il modo di lucrare sulla forza lavoro. La possibilità di licenziare agevolmente anche per motivi inconsistenti modifica ulteriormente gli equilibri di potere all’interno dei luoghi di lavoro, rafforzando maggiormente la parte “forte” del rapporto.

Il diritto del lavoro è sorto e si è sviluppato allo scopo di compensare con norme, di regola inderogabili, uno squilibrio di partenza che esiste tra due parti contrattuali, a una delle quali vengono attribuiti determinati poteri (gerarchico, disciplinare) che devono conciliarsi con il rispetto della dignità dell’altra.

La libertà di licenziare “a poco prezzo” sbilancia ulteriormente tale equilibrio e condiziona tutto il rapporto di lavoro durante il suo corso, favorendo la possibilità di abusi, intimidendo la parte debole e inibendola a rivendicare diritti. Il combinato disposto delle politiche nazionali e di quelle regionali con l’inefficienza dalle strutture amministrative e burocratiche della Regione Siciliana ha reso la Sicilia, come emerge da recenti ricerche, la regione con il peggior mercato del lavoro in Italia. Tassi di disoccupazione altissimi e manodopera dequalificata i dati più allarmanti.

A rendere lo scenario ancora più sconfortante c’è il dato dell’Inps circa l’utilizzo dei voucher nel primo trimestre del 2016. Nel settori del commercio, dei servizi e del turismo si è registrato un vero e proprio boom di biglietti a fronte di un decremento dei contratti a tutele crescenti nonostante l’immensa mole di fondi messi a disposizione delle imprese da Governo nazionale e regionale.

In questa situazione appaiono paradossali le risposte del Governo Crocetta. Non una seria strategia di implementazione di politiche attive del lavoro, non un piano di sviluppo dei settori strategici dell’economia siciliana, come il turismo, la tutela del territorio, l’agricoltura, il commercio. Marziano, Lo Bello e Crocetta, finalmente riaccendono i computer, resuscitano il Click Day e gli umilianti tirocini, riattivano i corsi di formazione e gli Enti preposti. Il Piano Giovani piuttosto che uno strumento di promozione e difesa del lavoro sembra essere l’ennesima e umiliante distribuzione di mance che nulla produrranno nel desertificato panorama economico-sociale siciliano.

Rimane forte il sospetto che ciò che con eccessiva enfasi viene definito “politiche del lavoro” sia solo un collaudatissimo escamotage pre-elettorale.

I rifiuti in Sicilia: una tragica continuità tra i Governi Cuffaro, Lombardo e Crocetta Nel 2010 il Governo Lombardo varò una riforma che in teoria avrebbe dovuto ridurre e liquidare gli Ato (Ambito Territoriale Ottimale) , pachidermiche strutture burocratico-clientelari messe in piedi da Totò Cuffaro.

Il quadro che la Corte dei Conti tracciò sulla gestione 2007/2009 fu impietoso: costi lievitati, un'esposizione debitoria che sfiorava i 900 milioni di euro, incapacità di riscuotere i crediti, modestissima percentuale di raccolta differenziata.

La “riforma” del Governo Lombardo lasciò le competenze in capo agli Ato che furono, nei fatti, prorogati e gli Ato ridotti a diciotto, ma non superati. Quella riforma si è rivelata contraddittoria e di difficile applicazione e il numero eccessivo di soggetti titolari di competenze e funzioni ha prodotto, e produce, rischi di paralisi decisionale. Dopo quella del 2013, l‟ultima riforma presentata dal Governo Crocetta e dall‟assessore di strettissima fedeltà renziana, Vania Contraffatto, non elimina gli Ato, ma li riduce a nove, per ciascuno istituisce un ente di governo con i Comuni, rinnova le strutture tecnico-amministrative, prevede un'unica stazione regionale per l'affidamento dei servizi, istituisce un Consiglio di sorveglianza.

Gli Ato sono nove, quando l'indicazione del ministero dell'Ambiente era di portarli a cinque, la loro dimensione coincide con quella delle province ed è troppo piccola per garantire un buon livello di concorrenza. Nell'affidamento delle procedure di gara, permane un sistema che rischia di provocare sovrapposizioni di competenze e inoltre la legge prevede comunque una fase transitoria che può arrivare fino a dodici mesi durante i quali, in attesa di avviare i nuovi enti di governo, la gestione rifiuti è assicurata sempre dalle società d'ambito in liquidazione.

Proprio l'incapacità di gestire la fase transitoria completando il processo di liquidazione della società rischia di pregiudicare l'avvio del futuro sistema di governance.

Perché le società e non i semplici consorzi di Comuni? Perché i secondi sarebbero rimasti soggetti pubblici, mentre le società per azioni tra Comuni si configurano come soggetti privati che, in quanto tali, possono effettuare assunzioni incontrollate, trasformando gli assunti dalle società private (gli Ato rifiuti) in dipendenti dei Comuni. Il sistema Ato rifiuti presenta, sin dalla nascita, almeno due anomalie. La prima anomalia è che, in materia di rifiuti, il Governo regionale si arroga poteri che non ha e che, invece, spettano ai Comuni.

Da qui la scelta dei Governi regionali di puntare sulle discariche piuttosto che sulla raccolta differenziata. La seconda anomalia è finanziaria: il sistema Ato rifiuti, creato per valorizzare le “economie di scala” (sinergie tra Comuni per ridurre il costo del servizio), viene gestito in modo esattamente opposto: si appesantiscono i costi con le assunzioni, con le laute retribuzioni degli amministratori, con sprechi incredibili che sembrano approntate per fare arricchire i titolari delle discariche che in Sicilia, in buona parte, sono private.

Il tutto, in un quadro di costi sociali elevatissimi: inquinamento dell’aria, dei terreni e, in alcuni casi, delle falde acquifere, e conseguenti proteste dei cittadini che si rifiutano di vivere accanto alle discariche (vedi il caso degli abitanti di Misterbianco e Motta Sant’Anastasia, nel Catanese). Si aggiunga che, e questo è il fatto più grave, la stragrande maggioranza delle discariche ha operato violando la Legge, sotterrando anche ciò che non sarebbe mai dovuto finire sotto terra. In questo contesto si inserisce tutta la vicenda del commissariamento della ditta Oikos di Misterbianco (CT), primo caso di commissariamento in Italia, ai sensi della normativa antimafia e anticorruzione, in merito ad un contratto riguardante la gestione e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

L’intervento ha riguardato il contratto tra la Oikos spa e il comune di Catania e, più in generale, la conduzione della discarica di Motta Sant’Anastasia. L‟intervento prefettizio era nato da un provvedimento interdittivo antimafia nei confronti dell’Impresa Pulizia Indutriale IPI, società romana socia della Oikos catanese, emesso da un‟altra prefettura, a cui si è aggiunto il provvedimento anticorruzione, emesso dopo l‟ordinanza di custodia cautelare che ha colpito l‟imprenditore Domenico Proto.

La stessa ANAC, nella sua indagine conoscitiva di fine 2016, riferendosi alla gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia, parla di “una fase transitoria che rischia di essere interminabile, di sistematica e organizzata emergenza ventennale, segnata da un passato di logiche clientelari e condizioni di oligopolio, di quadro economico disastroso, che si trascina da anni, non si è ancora chiusa e rischia di restare perenne”.

Tutte le anomalie del sistema, tutte le contraddizioni normative, tutte le irregolarità e le acrobazie amministrative sembrano andare in una sola direzione: lasciare tutto come è.

Se a partire dal 2008, la nostra Isola avesse puntato sulla raccolta differenziata dei rifiuti, si sarebbe ridotto l‟inquinamento, i 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno in Sicilia non sarebbero finiti sotto terra, ma sarebbero stati in buona parte riciclati producendo utili; molte discariche sarebbero state chiuse; e l‟indebitamento del sistema, nel suo complesso, sarebbe stato ridotto. Invece, con il centrosinistra al governo della Regione, è accaduto l‟esatto contrario: alcune discariche sono state ampliate (a volte, anche illegalmente); altre discariche sono state aperte; la gestione delle discariche illegali è proseguita indisturbata; e, soprattutto, la raccolta differenziata, che in alcune zone della Sicilia aveva raggiunto il 20%, si è ridotta drasticamente al 6-7%.

Quanto finora detto conferma l‟intreccio perverso tra la gestione del sistema dei rifiuti e un inquietante sistema di potere che fino ad oggi ha trovato copertura e complicità nel sistema politico regionale e nazionale di centro-destra e di centro-sinistra. Certamente lo sviluppo di politiche nuove come l‟incremento della raccolta differenziata e la riutilizzazione, per quanto possibile, dei rifiuti deve necessariamente passare per un rinnovamento del quadro politico regionale, che voglia, e sia in grado, di affrontare il tema dei rifiuti guardando a ciò che origina incrostazione di potere, collusioni, derive clientelari e patti scellerati tra un potentissimo sistema economico e la sua derivazione nel sistema della rappresentanza politica

Contro le guerre globali, per la pace.

 Negli ultimi anni, attorno al movimento contro l’installazione del MUOS (Mobile User Objective System ) a Niscemi, la Sicilia ha ritrovato la sua grande tradizione di opposizione alla guerra e alla Nato che aveva avuto il suo momento più alto nella mobilitazione voluta da Pio La Torre contro la costruzione della base missilistica di Comiso, nel 1982.

I siciliani non vogliono che la loro isola continui ad essere la piattaforma avanzata per le guerre globali scatenate dagli Stati uniti e dalla Nato dopo l’11 settembre 2001 (Afghanistan, Iraq, Yemen, Corno d’Africa, Libia, Siria, ecc.).

L’Isola infatti ha assunto ormai un ruolo chiave nelle strategie di guerra mondiali: l’installazione a Niscemi del terminale terrestre del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare delle forze armate USA; la trasformazione della grande base di Sigonella in uno dei maggiori centri per la operazioni dei droni USA, NATO e UE; l’uso degli scali aerei di Trapani-Birgi e Pantelleria per i bombardamenti e le attività di spionaggio top secret in Nord Africa; i devastanti processi di militarizzazione che hanno investito Augusta (hub navale Usa e NATO), sono le tappe di un’escalation senza fine del processo di militarizzazione dell’isola.

A ciò si aggiunge il ruolo di vera e propria fortezza assunto dalla Sicilia per conto dell’Unione europea e dell’ agenzia di controllo delle frontiere, Frontex, nelle politiche di contrasto delle migrazioni, con l’uso dei porti e degli aeroporti da parte dei mezzi militari Ue-Nato impegnati a far la guerra ai migranti e ai richiedenti asilo nel Mediterraneo o la trasformazione di sempre maggiori aree urbane ed extraurbane in hotspot e centri-lager dove detenere in condizioni disumane chi è scampato ai naufragi e ai bombardamenti. Processi, questi, che hanno avuto effetti devastanti per la società, l’economia e la politica siciliana e che avrà altri e più pericolosi effetti nel vissuto di tutti i siciliani.

In questo contesto Niscemi è diventata il simbolo dell’opposizione al governo Crocetta che non ha neanche tentato di mettere in discussione questo ruolo dell’isola, neanche quando, negli innumerevoli ricorsi e sentenze sul MUOS, veniva evidenziato il drammatico e reale rischio per la salute dei cittadini. E, mentre chiudeva gli occhi sulle gravi e comprovate violazioni commesse nei lavori e sull’infiltrazione mafiosa nei cantieri del MUOS, il governo regionale ha creatoun clima fortemente repressivo contro le attiviste e gli attivisti No MUOS.

Il Partito comunista sta insieme al movimento NOMUOS, un forte movimento di cittadini che da un lato si battono per un Mediterraneo di pace, dall’altro condividono un’idea di crescita e di sviluppo che non distrugga il territorio e i suoi abitanti.

Di contro, la decisione di svolgere la riunione del G7 (Il vertice dei capi di vertice dei capi di stato delle sette maggiori potenze economiche, politiche e militari occidentali)il 26-27 maggio a Taormina, rappresenta una conferma della volontà politica di continuare ad accettare il ruolo chiave della Sicilia nelle strategie di guerra mondiali.

Di fronte all'incupirsi di questi già preoccupanti scenari siamo consapevoli della necessità della costruzione di un percorso di iniziative e di lotte con l'obiettivo di realizzare in Sicilia un'alternativa democratica e popolare alle politiche neoliberiste e di sfruttamento del lavoro planetario.

E’ arrivato il momento di imporre al governo nazionale e regionale un cambio radicale delle scelte politiche in ambito internazionale, con un No netto alla Nato e alla guerra. Il G7 è per noi l’occasione di ribadire ancora una volta l’opposizione alla guerra, con un nuovo impegno nelle campagne di mobilitazione per la pace, contro le basi militari e per una Sicilia che sia davvero il ponte di pace di tutti i popoli del Mediterraneo.

Sanità per tutti!

L’assistenza sanitaria, per la quale la Regione Sicilia spende poco più di 9 miliardi all’anno, è la principale industria dell’isola. La politica è spesso andata a braccetto con imprenditori collusi e medici compiacenti che hanno devastato la sanità siciliana, mortificandola professionalmente. Del resto, quello dell’assistenza sanitaria è un settore in cui il denaro non manca mai, in cui i controlli sono labili e le possibilità per i mafiosi di esercitare la loro principale vocazione, l’intermediazione privata, sono infinite.

A raccontarlo è un bollettino della procura che, a partire dal 1980, registra, solo a Palermo, l’apertura di decine di indagini.

Uno dopo l’altro finiscono in carcere medici, farmacisti, dirigenti sanitari, politici, mafiosi per appalti pilotati, truffe e forniture mediche.

È lo stesso Bernardo Provenzano, come riportano i pentiti, a decidere di investire nelle società che forniscono servizi a nosocomi e ambulatori pubblici. Mazzette a iosa circolano anche nel mondo dello smaltimento dei rifiuti ospedalieri e quasi sempre, quando scattano le perquisizioni, si scopre che molti degli indagati sono legati tra loro da vincoli di fratellanza massonica. In questo clima la mafia ha sempre prosperato.

Tradizionalmente, molti medici sono uomini d’onore, spesso capi di mandamenti. Altri sono invece considerati a disposizione dei boss.

Anche i due presidenti della Regione che hanno preceduto Rosario Crocetta erano entrambi medici ed entrambi hanno avuto problemi con il mondo della Sanità.

Salvatore Cuffaro è stato in carcere per aver favorito Cosa Nostra dopo aver concordato il tariffario regionale nel retrobottega di un negozio a Bagheria con l’imprenditore della sanità privata, Michele Aiello.

Raffaele Lombardo, condannato in primo grado a sei anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa, ebbe invece a suo tempo grattacapi sanitari tra nomine di commissari straordinari, che si sono poi trasformati in manager della sanità, e l’utilizzo dei fondi comunitari in Sicilia (tra il 2000 e il 2013, cioè a cavallo tra i governi Cuffaro e Lombardo, sono arrivati in Sicilia 20 miliardi da Bruxelles, di cui, alla fine, solo il 9% hanno trovato una collocazione).

Per non parlare dell’allegra gestione delle ambulanze del 118: mezzi affittati da privati a prezzi tali che in cinque anni, hanno accertato le indagini, il costo del noleggio diventava il doppio rispetto al valore dell’eventuale acquisto del mezzo stesso.

Poi assunzioni senza limiti, solitamente pre-elettorali, viaggi, cene e soggiorni mai giustificati.   Per non parlare della vicenda dolorosa di Lucia Borsellino costretta a dimettersi dalla carica di Assessore alla Sanità a seguito dell’affaire Crocetta-Tutino- Sampieri.

La Borsellino venne sostituita poi da Gucciardi capogruppo renziano all’ARS, in coppia con il segretario dell'Udc, Giovanni Pistorio.

Da questi brevi stralci di cronaca nera emerge con chiarezza che in Sicilia esiste un sistema sanitario parallelo ben collaudato, penetrato nel centrodestra e nel centrosinistra. Una sorta di quartier generale occulto che decide, e si sostituisce, senza troppi scrupoli.

Per questo è necessario ed urgente una precisa revisione normativa che metta in questione prima di tutto l’ origine delle deficienze e dei costi eccessivi del sistema sanitario e cioè la deresponsabilizzazione, nei fatti, del gruppo manageriale e dal conflitto di interessi di chi opera attualmente come sanitario nelle nostre strutture aziendalmente organizzate

In termini di conflitto di interessi la scelta del settore pubblico dovrebbe essere esclusiva nel concreto.

La corsa ad organizzare le strutture ospedaliere sempre più con uno sguardo alla specialistica, sminuisce di fatto le funzioni della MEDICINA DI BASE che andrebbe, invece, rafforzata e vista come primo argine alla malattia sia in termini di cure farmacologiche ma, più in generale, con una complessiva ed integrata offerta di salute.

Questo processo è parallelo all’andamento del mercato farmaceutico in cui i farmaci per la medicina di base sono ormai in via di estinzione , e i profitti su quelli esistenti sono all’osso, in funzione dei GENERICI e dei FARMACI BIOLOGICI, mentre si stanno sviluppando NUOVI FARMACI ad altissimo costo in mano a specialisti molto selezionati. La MEDICINA DI BASE, al contrario, è spesso raccontata e trattata come l’origine della corruzione e della cattiva gestione, facendo di tutta l’erba un fascio, senza però dimostrare di riuscire a, e volere, perseguire i concretamente i CORROTTI (ad es. con analisi di benchmark – cioè analisi comparata dei comportamenti in relazione a contesti omogenei).

In questa visione del mondo, diventa marginale il fatto che i cittadini necessitano di un presidio sul territorio il più possibile prossimo e di qualità. In modo particolare in una Regione (ma si può dire tranquillamente Nazione) in cui le strade, per non parlare di ferrovie e mezzi pubblici, non sono certo di livello ottimale.

In termini di “MEDICINA DI BASE” non va dimenticato che sul territorio insistono e andrebbero ottimizzati AMBULATORI SPECIALISTICI che DEVONO rivedere tempi, orari di lavoro e carichi in modo da consentire un utilizzo degli spazi ottimizzato. Ambulatori attivi h24.




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