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lunedì 30 giugno 2008

Sample ImageSample Imagedi Attilio Camaioni.

L’intervista di Di Pietro a Lucia Annunziata (RAI 3, domenica 28 giugno) è emblematica della situazione politica attuale, della cancrena che si è ormai sviluppata, dei limiti operativi della società attuale.

Proverò a svolgere qualche osservazione a chiarimento di queste considerazioni, dando per scontati, per brevità, alcuni giudizi che non sono sicuramente condivisi da tutti, nemmeno a sinistra (ammesso che abbia ancora un minimo di significato un  concetto ampio di sinistra).Lucia Annunziata – ritenuta una delle più importanti giornaliste in attività in Italia – aveva preparato accuratamente il suo spettacolino-intervista a Di Pietro, basandolo su alcuni passaggi essenziali: l’insulto (?) di Di Pietro a Berlusconi; la pretesa politica monotematica di Italia dei Valori sulla giustizia; il preteso  scollamento fra lui (e il suo partito) ed il PD.Di Pietro ha rintuzzato con abilità gli attacchi evitando le trappole connesse con alcuni possibili tipi di risposta,  dimostrando una superiore padronanza degli strumenti dialettici, ed approfittando dello spazio mediatico offertogli per un lanciare alla sinistra alcuni messaggi subliminali nell’ambito di un garbato comizietto. Per gli addetti ai lavori era chiaro che:a) le domande della giornalista  muovevano da un contesto politico-culturale di ambito PD e tendevano a dimostrare che Di Pietro esasperava i toni della sua opposizione a Berlusconi per mettere in difficoltà Veltroni e costringerlo (come in effetti sta avvenendo) ad abbandonare quel “dialogo” che pure Napolitano mostra di volere, forse ad ogni costo;b) che Di Pietro si sta appropriando abilmente delle tematiche care all’elettorato di una sinistra che non c’è più in Parlamento, e che rigetta visceralmente i toni curiali di una politica sconfitta – proprio sul piano mediatico - da chi usa la scimitarra e traduce ogni intervento in un comizio;c) che il PD ed i suoi intellettuali di regime temono che se in Italia rimane in gioco qualcuno che “aggredisce” Berlusconi tutte le volte che ciò appare (anche solo mediaticamente) utile, Veltroni e il suo “dialogo” non hanno più spazio politico: il favore mostrato per la (ri)nascente Sinistra Democratica si inserisce proprio in questa prospettiva . La scomparsa della sinistra-sinistra dal Parlamento apre spazi imprevedibili a favore di un Di Pietro che,  entrato in politica in maniera abbastanza rocambolesca (come Berlusconi, ma senza avere neanche alla lontana le sue risorse) gioca senza rispettare certe regole della politica politicata (come Berlusconi): entra a gamba tesa tutte le volte che può; dà l’impressione di dire sempre (quasi) tutto quello che pensa sui suoi avversari; dice cose facilmente comprensibili e di sicuro impatto politico e mediatico, rispondendo agli insulti di Berlusconi e dei suoi lacchè con gli insulti e non con ragionamenti politici .Gli addetti ai lavori sanno che non è di sinistra (anche lui come Berlusconi usa abilmente l’ambiguo aggettivo “liberale”), ma buona parte delle cose che fa e che dice sono musica per le orecchie dell’elettorato di sinistra.E’ riuscito a farsi cooptare da Veltroni sotto le elezioni per non scomparire (come i comunisti) ed oggi rischia di diventare la serpe covata in seno. Se Veltroni è stato lanciato sul palcoscenico per fare l’ “americano” ,  stupire gli italiani con effetti speciali e coprire un progetto politico puteolente, Di Pietro dimostra che  gli stessi risultati si possono realizzare  con pochi  mezzi e con una grande padronanza della scena (come Berlusconi).Gli anni di requisitorie  davanti ai Tribunali hanno esaltato quelle capacità e gli hanno consentito di affinare quegli strumenti, con cui oggi regala con dovizia all’elettorato di sinistra quelle dichiarazioni che i comunisti affetti dal politically correct prima dispensavano col contagocce. Per chi ama la politica seria,  fatta di analisi e progetti precisi,  queste riflessioni sono l’amara conferma di una sconfitta che si fa ogni giorno più cocente. La nascita di un “berlusconismo  di sinistra”  sostituisce definitivamente lo spettacolo alla politica, la dialettica al ragionamento, l’insulto alla critica. Con la conseguenza che la politica-politicata fa quello che vuole, dissimulata sotto questa coltre di spettacolini.E’ vero che da sempre la politica “vera” è stata appannaggio degli addetti ai lavori; ma di tanto in tanto i protagonisti erano costretti a dire – sia pure in politichese – cose precise o quasi. Oggi in vece bastano pochi slogan che mistificano sotto l’apparenza del senso comune e parlano solo alla pancia della gente. Per cambiare strada, purtroppo, non si può invocare il dialogo: la presenza di uno come Berlusconi in politica è una bestemmia vivente con cui non si può dialogare, nemmeno in una prospettiva cristiana.D’altro canto la società civile, nelle varie articolazioni, non considera un pericolo l’omogeneizzazione dei metodi della politica  ai connotati più diffusi e graditi della società stessa: la pubblicità è un accorgimento accettato quasi da tutti e si considera un fatto normale la spettacolarizzazione dell’informazione, anche quando è assolutamente priva di contenuti.Anche la politica ha il diritto di  coprire le sue malefatte con lo spettacolo gradevole o gradito: non importa quello che si dice, ma come si dice.L’informazione rafforza questa tendenza: le domande non tendono all’approfondimento, ma allo spettacolo: non importa il programma politico di Di Pietro, ma la sua immagine “giustizialista”; non i contenuti delle sue proposte di riforma della Giustizia, ma se intende difendere i giudici politicizzati (che – si dà per scontato – esistono e sono un pericolo per la società); non l’evoluzione della politica dell’opposizione, ma se Di Pietro intende insistere nei suoi atteggiamenti “autonomi” rispetto al PD (mentre – è ovvio – dovrebbe allinearsi alle indicazioni del più forte, come nel campo berlusconiano) e dunque se si va verso la rottura del fronte dell’opposizione.Insomma: un’intervista “seriosa” non vende; cerchiamo allora lo scoop ed il sensazionalismo. Questo tipo di società sappiamo già dove va a morire: sui mutui sub-prime.


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