In un lussuoso albergo di Palermo è stato presentato il volume “Quando eravamo comunisti” di Elio Sanfilippo, con prefazione di Emanuele Macaluso, già fustigatore dei vizi e delle malefatte della classe dominante siciliana e nazionale, e oggi “opinion maker” del cosiddetto riformismo. Non si può essere comunisti per il passato e filocapitalisti, più o meno mascherati, per il presente e per il futuro.
Parafrasando Foscolo si potrebbe dire che gli ex comunisti di casa nostra hanno deciso di ritornare alle “istorie”. Proliferano infatti libri di memorie o di ricostruzione (“ad usum delphini”) di momenti e fasi della storia del PCI, ad opera di personaggi che in qualche modo ne sono stati attori, di primo, di secondo o di terzo piano non importa, e che ora hanno deciso di voltare le spalle al passato, per intrupparsi, con più o meno entusiasmo, nell’esercito dei “convertiti” del partito democratico o di non si sa che cosa.
Apprendiamo così che in un lussuoso albergo di Palermo si è dato convegno tutto il Gotha dell’ex PCI siciliano per la presentazione di un grosso volume (ben 450 pagine), già distribuito nelle librerie, dal titolo significativo: “Quando eravamo comunisti”. Il libro ripercorre, a quanto riferisce la stampa, la storia del Partito comunista in Sicilia in tutto il dopoguerra, e fino al suo scioglimento, di cui sia l’autore, l’ex deputato Elio Sanfilippo, che attualmente occupa la “prestigiosa” carica di presidente regionale della Lega delle cooperative, sia il ben più noto prefatore (nonché padrino della manifestazione), Emanuele Macaluso, sono stati partecipi e sostenitori.
Non intendiamo entrare nel merito del contenuto del libro in oggetto, che non abbiamo letto e che probabilmente non leggeremo, perché non pensiamo che i frutti di tale lettura possano corrispondere alla non indifferente fatica richiesta al volenteroso lettore. Ma il titolo è già di per sé abbastanza eloquente. Con simili “studi” si cerca evidentemente di attribuirsi il merito di quanto di buono e di innegabilmente valido l’esperienza comunista ha rappresentato anche nello specifico siciliano, dicendo: “noi c’eravamo”.
Nel contempo i fatti vengono presentati in maniera tale da avvalorare l’ineluttabilità e la necessità storica del superamento del comunismo e da giustificare il percorso scelto dagli “ex”, sottacendo il merito, che è quello della scelta di campo a favore del sistema capitalistico, che mal si concilia con l’essenza del socialismo e del comunismo. Non si può essere, cari signori, l’uno e l’altro, comunisti per il passato e filocapitalisti, più o meno mascherati, per il presente e per il futuro.
Personaggi come Macaluso, già noti come acri fustigatori dei vizi e delle malefatte della classe dominante siciliana e nazionale, e oggi “opinion makers” del cosiddetto riformismo, diciamolo fuori dai denti, ci fanno pena. La nostra simpatia e la nostra ammirazione vanno viceversa a chi, anche nel momento della sconfitta, sa mantenere un alto profilo morale e sa perdere oggi, per vincere domani.
Macaluso, in occasione del patetico incontro di Palermo, avrebbe affermato che non si può fare il comunismo col 3% (tale sarebbe – a suo dire – il potenziale dei partiti che in Italia si richiamano in qualche modo al comunismo).
E’ il caso, a questo punto, di domandarsi a chi va data la colpa di così drastico ridimensionamento e se non c’entrino per caso coloro che, al pari di Macaluso, hanno fatto il voltafaccia senza precedenti, assumendosi la storica responsabilità di mandare al macero l’immenso patrimonio ideale del più forte Partito comunista dell’Occidente. Per andare dove? Molti di costoro – in preda al confusionismo mentale – non lo sanno neppure. Altri sono sbarcati in America. Auguri a loro!
Noi eravamo e siamo, e ci proponiamo di restare, comunisti. Anche Gramsci decise di esserlo. E fu grazie a lui e al sacrificio suo e di quelli come lui, che non mollarono, che i comunisti, dopo gli anni bui del carcere e del confino e i giorni gloriosi della lotta armata partigiana, riemersero al sole, per sé, per i lavoratori e per l’Italia intera.
La Storia ha saputo e saprà giudicare. E noi intendiamo essere, come comunisti, umili costruttori di storia. A questo compito ci chiamano i deboli e gli sfruttati che il capitalismo incessantemente produce e vorrebbe tenere ai margini.
Ci rifiutiamo, con tutto lo sdegno di cui siamo capaci, di stare con coloro che preferiscono assecondare la corrente.
Salvo poi a trovarsi di fronte – si guardi alla immane crisi economica in atto – a quello che si configura come il crollo dei pilastri stessi su cui si è retta l’egemonia del capitalismo e dell’imperialismo.
La cosa più onesta – e alla distanza pagante – ci sembra quella di stare sempre dalla stessa parte.
Domenico Catalfamo
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