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Segnali pericolosi quelli del 23 maggio 2009 PDF Stampa E-mail
giovedì 04 giugno 2009
Sample Image"Segnali inquietanti dei tempi in cui viviamo, indice di avvento di un regime alla cui testa c’è un caesar, o imperatore o dux o princeps che dir si voglia". di Salvatore Petrucci

Il 23 maggio, ricorrenza del diciassettesimo anniversario dell’eccidio di Capaci, giorno della memoria, nelle adiacenze dell’albero Falcone, alcuni docenti iscritti ai Cobas avevano esposto uno striscione con la scritta “ la mafia ringrazia lo Stato per la morte della scuola”. Agenti della Digos provvedevano a rimuovere lo striscione, fermavano alcuni insegnanti e li traevano in Questura.

Segnali inquietanti dei tempi in cui viviamo, indice di avvento di un regime alla cui testa c’è un caesar, o imperatore o dux o princeps che dir si voglia. Il quale detta le linee guida della nuova epoca: in politica, in economia, nel costume, nell’intrattenimento e, come supremo stregone dei nuovi riti e delle mode imposte attraverso i mass media, giudica le cose faste da quelle nefaste. Chi non è con lui è nefasto e viene additato quale nemico del popolo, magari con il sbrigativo epiteto, per lui dal significato dispregiativo, di comunista. Però, non è così, o non è solo così.

Il nostro imperatore è di per sé una soggettività completa, ma è complementare ad altre realtà con le quali vive in uno stato di osmosi di convenienza.

Nel contesto in cui esercita il suo imperium  si può intravedere l’affiorare di rigurgiti autoritari diffusi in alcuni gangli dello Stato e, purtroppo, anche in fasce di popolazione, in ambienti dove la Costituzione repubblicana tarda ad essere accettata ed attuata, sia nella lettera che nello spirito. Anzi, laddove in parallelo è venuta a crescer una costituzioncella materiale, posita,cioè posta concretamente in atto, ma di fatto paralizzatrice e negatrice di quella formale, cioè, della Legge fondamentale.

Così può avvenire che uno striscione non osceno, né intrinsecamente offensivo, espressione della libera manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 della Costituzione, viene d’autorità rimosso e i suoi autori considerati perseguibili penalmente.

In uno Stato libero, democratico e serio, ad essere censurato non sarebbe il comportamento dei Cobas, ma quello di chi d’autorità ha rimosso lo striscione e fermato i suoi autori.

Contro di loro, in uno Stato ligio alle sue leggi, bisognerebbe agire per illiceità /illegalità del comportamento e valutare se quell’abuso costituisca attentato alle libertà costituzionali.

In un paese serio, una indagine di tal genere verrebbe avviata contro esecutori e mandanti. Una magistratura autonoma ed indipendente, non solo verrebbe ad accertare le responsabilità penali, ove sussistenti, ma elargirebbe al popolo italiano, in nome del quale amministra la giustizia, ulteriori pagine di analisi dei fenomeni illegali commessi da  autorità, uno spaccato delle reali condizioni in cui versa la società, anche al fine del consolidamento della cultura della democrazia e della legalità costituzionale, della quale vi è in Italia un oggettivo deficit.

Numerose sentenze giudiziarie, rese in processi di mafia o per reati di particolare rilevanza sociale, contengono osservazioni e considerazioni che rendono più leggibili i fenomeni, i contesti, il tipo di cultura ad essi sottesa, e costituiscono dei veri e propri studi utili a comprendere e  meglio conoscere lo stato delle cose.

Prendendo spunto dall’accaduto, ci interesserebbe una risposta ad una domanda semplice: la nostra polizia sta ripercorrendo all’indietro la strada della sua democratizzazione? Sta ritornando su posizioni antidemocratiche e repressive dello ordinamento costituzionale? Se è così, è per sua scelta autonoma o è per obbedienza ad ordini superiori? O ce pure un disegno? Non di rado alcuni ricordano e temono il piano piduista di Gelli.

Ancora 23 maggio.

Ho sentito, nel corso della celebrazione, qualcuno approvare, seppure con distinguo o a denti stretti, l’operato della polizia, in quanto quello striscione era, a suo dire, fuori luogo, inopportuno in quel momento commemorativo di Giovanni Falcone, alla presenza di alte autorità statali.

In sostanza, la commemorazione non doveva essere disturbata da espressioni critiche verso il governo, almeno non in quel momento in cui doveva regnare una mielosa atmosfera di volemose tutti ben. Una disponibilità d’animo buonista, una apertura di credito fatta di sentimenti paciosi verso tutti tranne, ovviamente, verso i mafiosi conclamati. Ma come porsi, ad esempio, di fronte a chi ha esternato o comunque condiviso posizioni del tipo “con la mafia bisogna convivere”?. E’ tempo di rimozioni?

Una atmosfera di festa, il pomeriggio del 23 maggio, interrotta solo da un minuto - ore 17,58 - in cui le note del silenzio, modulate da una tromba, dominavano in quel tratto di strada dove Falcone aveva casa.

Festa, festeggiamento spensierato di tanti ragazzini, studenti in gita (pochi gli adulti),  come se la guerra mossa e operata dalla criminalità organizzata contro la Società, contro la libertà dei cittadini, fosse qualcosa di lontano e non immanente; come se la lotta sociale, della società civile e dello Stato alla mafia, non dovesse essere, come invece è, lotta per la legalità, intesa innanzitutto quale impegno per l’affermazione, per la quotidiana costruzione della legalità costituzionale. Quella legalità che garantisce le libertà personali e collettive, che tutela i diritti fondamentali della persona umana, che, limitando in senso liberale e democratico il potere, soprattutto quello degli apparati storicamente sensibili all’autoritarismo, censura ed espelle ogni eccesso, ogni abuso, ogni atto o fatto contrario alla normativa costituzionale. Così dovrebbe essere, ma non è!

Il gesto della digos  si colloca in un quadro che fa temere che le commemorazioni  di tal genere diventino rituali orientati, concessi a gente paciosa, innocua, alla quale indicare ciò che può essere detto ed esposto.

Commemorazione come rito di rimozione di domande e pensieri pericolosi: fu solo mafia? Ci furono intrecci? E le menti raffinatissime di cui parlava Falcone? E i servizi deviati? E il quadro internazionale? E quei poteri occulti la cui ombra si avverte dietro ogni “strage di stato”, a cominciare da Portella della Ginestra?

Domande necessarie per saper se siamo veramente liberi, se il sistema è veramente democratico, se c’è possibilità di vivere a testa alta, portatori di storia e fautori di una storia migliore.

Nel paese delle cose incredibili, diviene possibile edulcorare ciò che va tenuto integro, ciò che ha un significato sacro, basilare per la convivenza e la crescita civile, memento irrinunciabile della reale concordia dei cittadini. Nel paese delle cose incredibili, si inciucia, si mescola, si confonde, si fa revisionismo di ciò che non può essere messo in discussione.

L’episodio ricordato che ha coinvolto i docenti dei cobas, ai quali ancora una volta esprimiamo la nostra solidarietà, è l’indizio probatorio di quanto andiamo denunciando da tempo, che, cioè, ci troviamo dentro ad un regime illiberale, antidemocratico: che viviamo in tempi di decadenza civile e culturale, di grande confusione, in una brodaglia di valori che ha l’effetto sicuro di neutralizzare gli anticorpi sociali e ogni civile resistenza.

A chi con petulanza e giovanile presunzione strillava dal palco il suo rammarico per il disturbo arrecato da quello striscione alla festa, replichiamo che non basta declamare peana alla lotta per la legalità, ma che questa, per non rimanere pura esternazione retorica o vacua, va quotidianamente intrapresa sul fronte della tutela di diritti, a cominciare da quello di libera espressione del proprio pensiero per finire al diritto al lavoro.

C’è, infatti, una stretta connessione tra lotta alla mafia e le lotte per i diritti, per la democrazia, per gli spazi di essa.     

A chi vorrebbe ridurre il 23 maggio ad una festa, diciamo che questa sarebbe una operazione blasfema, perchè il 23 maggio fu un giorno di sangue, del sangue di  Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani. 

Quel sangue lo abbiamo ancora addosso, nell’anima, e lo avremo fino a quando la mafia non sarà sconfitta sul serio, travolgendo nella sua rovina ogni complicità, ogni sostrato culturale, ogni contiguità che le consentono di perpetuarsi.

Il 23 maggio resta giorno della memoria e di impegno per un mondo più giusto.

Quando regnerà la giustizia, sarà vera libertà.

Salvatore Petrucci, segretario regionale Pdci Sicilia




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