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SESSANTA ANNI MAL PORTATI: LE RAGIONI DELLA PERMANENZA DELLA NATO PDF Stampa E-mail
giovedì 18 giugno 2009

Sample ImageLa Nato si avvia a trasformarsi in una sorta di nuova “Santa Alleanza” reazionaria su scala globale, che, anziché stabilizzare un mondo in cui la globalizzazione subisce una battuta d’arresto, crea nuove ragioni di attrito e tensione. di Domenico Moro

A sessanta anni dalla sua fondazione nel 1949, l’esistenza stessa della Nato rappresenta oggi una forzatura storica, dato che fu creata allo scopo di contrastare il Patto di Varsavia e l’Urss, dissoltisi entrambe da venti anni. La Nato non solo è rimasta in funzione, ma ha esteso il suo terreno d’intervento molto al di là  dell’Atlantico Settentrionale, al quale l’articolo 5 del suo statuto limita il suo intervento. Un asse d’espansione della Nato è rappresentato dai Balcani, dove l’indipendenza unilaterale del Kosovo, pretesa dagli Usa, ha costituito un passaggio cruciale.

Un altro asse è rappresentato dal Caucaso e dagli stati prodottisi a seguito del dissolvimento dell’Urss, come l’Ucraina e la Georgia, che permetterebbero alla Nato di posizionarsi minacciosamente a ridosso della Russia.

Ma la Nato va ben oltre, arrivando, con la presenza in Afghanistan, fino in Asia centrale. A tutto questo si aggiunge il compattamento delle nazioni della Nato, dall’Europa occidentale alla Turchia, nel progetto di “scudo spaziale Usa”.

Dietro tali mosse, si nasconde una fondamentale partita a scacchi, che gli Usa stanno giocando su scala globale per il mantenimento del proprio domino ed in cui il controllo delle risorse planetarie, soprattutto energetiche, e delle loro vie di trasporto occupa una posizione centrale.

Gli Usa da tempo devono fronteggiare una grave crisi di comando, che deriva dal definitivo incrinarsi del loro primato economico e finanziario. Tale tendenza si è bruscamente accelerata con la “crisi dei mutui”, che ha portato in superficie la grave recessione che affligge gli Usa e che è stata tenuta a bada per anni attraverso l’erogazione di credito facile, con l’effetto di produrre un doppio debito, commerciale e federale, di proporzioni ormai insostenibili.

E’ in tale contesto che gli Usa stanno perdendo il loro primato finanziario mondiale a favore dell’Europa e il dollaro non è più in grado di svolgere il ruolo di “moneta mondiale”. Ma, soprattutto, gli Usa stanno incontrando sempre più difficoltà a trovare chi finanzi la loro economia parassitaria.

La Cina, il principale acquirente dei Treasury bond, i titoli del Tesoro Usa, negli ultimi mesi sta tramutando le sue riserve da dollari in oro, il cui ammontare è cresciuto del 75%, e ha proposto la costituzione di una nuova moneta mondiale.

Se gli Usa riescono ancora a finanziare il loro debito è solo aggrappandosi al controllo sul Golfo Persico, presidiato dalla VI Flotta. Infatti, ad acquistare le Treasury sono rimaste le banche centrali delle monarchie del “Consiglio di Cooperazione del Golfo”, le cui valute sono ancorate al dollaro.

Il controllo sul Medio Oriente è anche un controllo sulla Cina e sulla Ue, attraverso il dominio sulla maggiore area energetica mondiale e contro l’eventualità che il petrolio venga quotato in valute diverse dal dollaro.

In questo quadro la Russia rappresenta una valida alternativa al Golfo come fornitore energetico dell’Europa, anche grazie alla realizzazione di due pipeline, il North Stream (del cui consiglio di sorveglianza è membro l’ex cancelliere tedesco Schröder) e il South Stream, che bypasseranno stati filo-statunitensi come la Polonia e i Balcani controllati, mediante il Kosovo, dagli Usa.

Non è, quindi, un caso che gli Usa cerchino di minare i legami tra Europa Occidentale e Russia, provocando quest’ultima attraverso la Georgia e con la minaccia dello scudo spaziale, che ben difficilmente può essere giustificato con la protezione da missili nucleari lanciati contro gli Usa dall’Iran.

L’assorbimento nello scudo spaziale non solo della Ue ma anche del Giappone, visto che il sistema ha dimensioni mondiali, permette agli Usa di legare a sé questi stati militarmente e politicamente e, nello stesso tempo, di incanalarne le notevoli risorse tecnologiche e finanziarie verso il proprio complesso militar-industriale. Infatti, spese massicce in ricerca e sviluppo dovrebbero, secondo i fautori del “keynesismo militare” Usa, far emergere nuove tecnologie generaliste in grado di aumentare la produttività e ridare fiato all’economia. Ma, non avendo la base industriale Usa da sola la capacità di assolvere a questo compito ed essendo il debito Usa enorme, si rende necessario il ricorso a risorse tecnologiche e finanziarie internazionali.

Lo scudo non è certo diretto contro il terrorismo, che non si serve di missili intercontinentali, ma al rafforzamento della superiorità strategica nucleare degli Usa nei confronti non solo della Russia, ma anche della Cina.

La competizione con la Cina è ormai globale e si estende anche all’Africa dove, con la costituzione di un nuovo comando militare (Africom), gli Usa contrastano il tentativo cinese di accedere alle enormi riserve di materie prime.

Il tentativo di controllare l’Afghanistan, origina, come all’epoca del “grande gioco” ottocentesco tra Inghilterra e Russia, dalla sua posizione strategica a cerniera tra Asia, Medio Oriente e Mediterraneo.

Oggi le rotte dei commerci e del trasporto di petrolio passano per le “autostrade del mare”, per il cui controllo gli Usa mantengono una flotta da guerra oceanica senza rivali al mondo. Se tali rotte dovessero cambiare per preferire vie terrestri, attraverso l’Asia centrale (dove sono state rinvenute, nella zona del Caspio, le maggiori riserve degli ultimi anni) e l’Afghanistan, la supremazia navale Usa perderebbe il suo valore.

E’ la guerra o la sua minaccia a restare l’opzione con cui gli Usa sono più determinati a risolvere la crisi del loro dominio.

L’esercizio statunitense del controllo militare appare, però, incerto e traballante per l’evidente logoramento delle forze armate Usa nel fronteggiare l’endemicità di due conflitti contemporanei, in Iraq e Afghanistan. Le Forze armate americane si sono rapidamente consumate nella fornace irachena, rivelandosi insufficienti a coprire le necessità dello sforzo bellico.

Riserva e Guardia nazionale, circa il 46% delle forze impiegate in Iraq, hanno registrato un marcato declino nella leva e nella ferma.

Il Pentagono, che è stato costretto ad abbassare gli standard di reclutamento e ad impedire i congedi, prevede nel futuro la creazione di una sorta di “legione straniera”, pari al 20% della forza totale.

Ma, le difficoltà per gli Usa sono state soprattutto politiche, visto che il sostegno alla politica aggressiva di Bush si è progressivamente indebolito, all’interno e all’estero.

La Nato, definita dagli statunitensi organizzazione atlantica e non alleanza, come molti politici nostrani si ostinano a fare, viene così ad occupare un ruolo di rilevo nella “grande strategia” dell’imperialismo Usa, compensandone i limiti. Tale strategia, come quella dell’imperialismo della Roma antica, non casualmente preso come modello da Luttwak, uno dei principali consulenti del Pentagono, prevede l’impiego di “Stati clienti”, che permettano, in modo indiretto, l’esercizio dell’egemonia imperiale.

Scopo del rilancio della Nato è, da una parte, suddividere il peso delle missioni di “proiezione di forza” con altri paesi, e, dall’altra, costruire sistemi di controllo e minaccia attorno a potenziali avversari locali ed eventualmente globali.

La nuova amministrazione Obama non sembra differenziarsi dall’orientamento che la politica estera Usa aveva preso già nell’ultima parte del secondo mandato di Bush. Infatti, Obama, da una parte, ha rispolverato la minaccia del terrorismo islamico, pronto a colpire in Europa, per convincere gli europei a mandare più truppe e mezzi in Afghanistan, e, dall’altra, sta enfatizzando il ruolo della Nato.

Nel frattempo, il tanto atteso taglio alle spese militari, che ci si aspettava da Obama, in effetti non ci sarà.  Nel 2010 il budget del Pentagono aumenterà del 4% (+20,4 miliardi) e per le guerre in Iraq ed Afghanistan sono previsti altri 75,5 miliardi quest’anno e 130 l’anno prossimo.

In questo modo la Nato si avvia a trasformarsi in una sorta di nuova “Santa Alleanza” reazionaria su scala globale, che, anziché stabilizzare un mondo in cui la globalizzazione subisce una battuta d’arresto per la più profonda recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale, crea nuove ragioni di attrito e tensione.




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