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Raffaella Angelino intervista Vladimiro Giacchè. “La crisi non è un incidente di percorso, il problema è il capitalismo”
Marx è l’economista che ci fa capire meglio la crisi attuale». Per Vladimiro Giacchè il filosofo di Treviri ci ha fornito una “cassetta degli attrezzi” che va utilizzata. Senza timori, reticenze o dimenticanze, a sinistra. «La crisi non è un incidente di percorso, è qualcosa di consustanziale a questo modo di organizzare la produzione. Ed è inevitabile in un contesto sociale simile. La soluzione è dunque il superamento del modo di produzione capitalistico: questo è il messaggio più forte che ci dà Marx», afferma Giacchè, l’economista impegnato nella costruzione dell’associazione “Marx 21°”. L’associazione si può considerare una lente per leggere da sinistra le trasformazioni della società italiana? Assolutamente sì, soprattutto serve per dare una interpretazione autonoma rispetto al “pensiero unico” che in questi decenni ha condizionato le chiavi di lettura della realtà, purtroppo anche a sinistra. L’obiettivo è rimettere il lavoro al centro dell’attenzione, che significa concretamente non considerare come variabile dipendente il lavoro e le sue esigenze rispetto a quelle del capitale. E riaprire un discorso di prospettiva: in questi ultimi decenni, che lo si dicesse o no, si è dato per scontato che l’unico orizzonte sociale fosse quello della società capitalistica, considerata l’unico modello possibile nei secoli dei secoli. Quello che è successo negli ultimi due anni con la crisi ha reso la necessità di riaprire questo discorso. E ha reso più che mai attuale il pensiero di Marx e il suo metodo di analisi della realtà, come peraltro dimostri nel libro Karl Marx, il capitalismo e la crisi. Quando si parla della crisi globale sono tutti attoniti: nessuno l’aveva prevista. Sono state elencate decine di cause, tra le più bizzarre, per giustificarla, ma nessuna delle spiegazioni date risulta attendibile. Quello che è accaduto è un po’ più semplice e un po’ più grave di quello che ci hanno detto, ossia siamo nel pieno di un’enorme crisi da sovrapproduzione: di capitale (che non riesce a valorizzarsi adeguatamente) e di merci. Questo è ciò che è successo e non ci sono state proposte politiche adeguate a fronteggiare l’accaduto (che nell’ambito di quel pensiero non ci sono). Le risposte sono state due: da un lato, rendere più efficienti i mercati, come se in questi anni li avessimo trascurati; e dall’altro, far ripartire la domanda. Non è così che si risolve il problema. E come? C’è stato un enorme trasferimento di ricchezza, per cui il debito che era privato, di grandi banche o finanziarie, è diventato pubblico. Di conseguenza sono già partite le pressioni per restringere le prestazioni sociali, dare un altro colpo alle pensioni, cioè si vuole ripartire replicando e peggiorando le politiche degli ultimi anni che hanno colpito il lavoro, il salario diretto, indiretto differito. Rispetto a questo, ci vuole una capacità d’immaginazione sociale un po’ maggiore e ci fa riproporre con forza l’idealità del socialismo, del comunismo. In Italia questo pensiero ha dato un contributo enorme alla modernità del paese. Può tornare a farlo in una condizione in cui i rapporti di forza sono sfavorevoli e le forze comuniste e socialiste vivono il loro peggior momento? Infatti, parliamo di una storia che negli ultimi 20 anni, a dispetto di quello che dicevi - della forza che aveva questo pensiero, della sua capacità di diventare forza materiale, di entrare nelle masse e muoversi con le gambe di milioni di persone – è stata accantonata. Abbiamo cioè assistito al totale abbandono di questi occhiali per leggere la realtà. Il risultato è stato il disastro politico, l’incapacità di rispondere a tono all’aggressività sempre maggiore del padronato, e anche l’incapacità di capire quello che succedeva. Noi dovremmo tornare a questo patrimonio. Alla sinistra questo patrimonio, che è la nostra storia e non solo storia passata, fornisce gli occhiali che ci permettono di leggere la realtà in maniera efficace. Invece, talvolta c’è anche dalle nostre parti una diffidenza ingiustificata. Uno dei compiti dell’associazione credo debba essere proprio questo: capire che c’è una cassetta degli attrezzi che va adoperata, soltanto così potremo costruire un socialismo del 21° secolo. Si tratta di ricominciare a parlare con la gente dei problemi e dei modi corretti per risolverli. Ma dobbiamo suggerire che il problema principale è il capitalismo. Le due cose devono andare assieme: soluzione del problema concreto ma anche capacità di leggere quello che succede, inquadrandolo in una cornice che ci faccia veramente capire perché c’è la crisi, cos’è che la causa e chi la patisce. Si tratta di un progetto, quello di Marx 21°, in cui la cultura fa da lievito alla politica per la costruzione di una società nuova. Non è un caso che l’associazione nasca proprio mentre la Federazione della sinistra fa i suoi primi passi? Cultura e politica vanno assieme, l’una si arricchisce dell’altra. Infatti, non è casuale che la crisi della cultura e dell’università sia andata di pari passo con la crisi dell’impegno politico e con l’arretramento delle forze di progresso. Non ci deve essere una sudditanza della cultura alla politica, si tratta di aiutare la politica a risolvere i problemi delle persone. E si tratta anche di essere molto modesti. Chi partecipa a questa associazione non si deve sentire investito di una particolare carica missionaria, ma si tratta di contribuire con le proprie forze, partendo dal proprio specifico professionale, a mettere assieme i mattoncini di una costruzione molto più complessa, con umiltà.
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