Il 27 gennaio 1945 alle ore 11.59 i soldati dell’Armata Rossa guidati dal compagno Giuseppe Stalin liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.
Il 27 gennaio 1945 alle ore 11.59 i soldati dell’Armata Rossa guidati dal compagno Giuseppe Stalin liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. dove la follia nazi-fasista aveva sterminato milioni di persone colpevoli semplicemente di essere considerati”diversi”.
Nessun orrore fu mai cosi pianificato, cosi “normale” e cosi semplice da compiere.
Il numero esatto di persone uccise a causa dei folli progetti di dominazione da parte dei nazi-fascisti è ancora soggetto ad ulteriori ricerche i documenti più recenti di provenienza Britannica parlano di: 5.6 – 6.1 milioni di ebrei, 3.5 - 6 milioni di civili slavi (polacchi), 2.5 - 4 milioni di prigionieri di guerra, 1 - 1.5 dissidenti politici (comunisti), 200.00 – 800.00 ROM e Sinti, 100.00 – 250.00 omosessuali, 2.000 testimoni di Geova.
Credo sia importante chiarire che la memoria del”giorno della memoria” riguarda noi, i vivi, e il progetto di vita comune che auspichiamo per noi e per chi viene dopo di noi.
La memoria di questo giorno non può e non deve riguardare solo la pietà, soprattutto adesso che i diretti testimoni di quelle atrocità vengono gradualmente a mancare, altrimenti la comprensione di un fenomeno storico diventa commozione sentimentale ed emotiva che non fa spazio alle responsabilità di ciascuno di noi.
In Italia il periodo che va dal 1938 al 1945 ci fu una dittatura politica, sociale e culturale. Si chiamava fascismo e apparteneva ad una precisa famiglia politica: quella dei razzismi culturali, per i quali il mondo si divideva in categorie afferenti al dato genetico della nascita, la stessa del nazismo. A quella famiglia appartiene il fascismo italiano e con quella famiglia scelse di giocare il proprio destino.
Andrebbe fatta una riflessione seria sul ruolo che ebbero parte delle strutture padronali italiane nella collaborazione tecnica alla pratica dello sterminio, attraverso l' acquisizione di appalti per la fornitura di strutture e materiali idonei “allo scopo” (doccie a gas; forni crematori; baracche per gli internati; cucine; uffici; stalle). Le ferrovie italiane praticavano alla polizia di Hitler uno sconto pari alla metà del costo per spedizioni superiori a mille individui.
La storia dell’Italia del tempo è una storia fatta di persone vendute alle squadre di rastrellamento per un po’ di sale, e per la possibilità di rilevare aziende, proprietà, affari, negozi, posti di lavoro in nome del finto valore di una presunta "italianità" garante di un illusorio benessere futuro.
Questa è la storia banale ma bruciante della giornata della memoria. Per discuterne è necessario sgombrare il campo da falsi moralismi e analizzare le difficoltà di un paese che non riesce a fare i conti col proprio passato per individuare davvero ciò che dovrebbe riguardare davvero il “giorno della memoria”.
In Italia è cosi difficile parlare davvero del giorno della memoria perché noi abbiamo fin’ora raccontato a noi stessi una storia di vittime, e non anche di carnefici o complici..
“Il sonno della ragione genera mostri” e in questo periodo sonnolento nel campo delle idee e del pensiero, terreno fertile per qualsiasi opera di mistificazione revisionista della storia, dimenticando il debito di riconoscenza che tutti abbiamo nei confronti di Stalingrado, cioè dell’eroica resistenza del popolo Sovietico che inflisse una sconfitta decisiva alle orde nazi-fasciste modificando le sorti della seconda guerra mondiale a favore della coalizione antifascista.
Il pericolo autoritario è ancora presene sotto nuove forme, più subdole e, se possibile, ancora più viscide ed inquietanti, nelle strade delle nostre città e nei mezzi di comunicazione e si manifesta come intolleranza verso i più deboli, egoismo sociale ed individualismo sfrenato.
Siamo purtroppo ancora oggi costretti ad assistere all’eliminazione di ciò che viene considerato “diverso”, in nome della massificazione omologante del pensiero e dei modelli di comportamento che la società borghese si ostina a propinarci.
Che questo 27 gennaio debba servirci non solo per ricordare quel che è stato, ma debba anche e soprattutto fornirci la spinta per eliminare dalla storia il seme dell’intolleranza e del razzismo. Perché, come diceva Primo Levi, l’orrore dell’olocausto “è avvenuto, quindi può avvenire di nuovo”.