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OMICIDI BIANCHI:ENNESIMA TRAGEDIA PDF Stampa E-mail
sabato 08 dicembre 2007

Ci sono articoli che non vedi l’ora di scrivere. Ce ne sono altri, invece, che non vorresti mai scrivere. Purtroppo questo appartiene alla seconda tipologia. Perché si tratta dell’ennesimo articolo che piange l’ennesimo morto sul lavoro, “caduto nell’esercizio delle sue funzioni”, come si direbbe in gergo tecnico.

Ma in questi casi non si possono usare giri di parole per raccontare la tragica morte che ha colpito,mercoledì notte, un operaio della ThyssenKrup di Torino, morto in maniera orribile tra indicibili patimenti, come succedeva in epoche che oramai credevamo passate. Antonio Schiavone, padre di tre figlii, addetto al reparto trattamenti termici e decapaggio chimico della fabbrica di Torino, si è acceso come una torcia umana a causa della rottura di un tubo in cui scorreva olio idraulico ad alta pressione, ed in pochi minuti si è scatenato l’inferno. È morto alla vista dei colleghi impotenti, che nulla hanno potuto fare perché, come loro stessi hanno riferito, in quella parte dell’acciaieria, che tra poco avrebbe chiuso, gli estintori erano semivuoti e sigillati, e dagli idranti non usciva acqua. Raccontata così potrebbe sembrare la trama di un film. Invece è realtà, e drammaticamente tragica. Perché  assieme a Schiavone altri nove operai sono stati feriti, e sei versano ora in drammatiche condizioni, con ustioni tra il 70 e il 90% del corpo. Di questi operai, sono uno ha superato i cinquant’anni. Siamo stanchi. Le parole non bastano più, troppo spesso ci troviamo a parlare di tragedie come quella di Torino. E ogni volta che lo facciamo ci sentiamo più impotenti.

È ora di ripartire. Anzi, di partire una buona volta. Partiamo dallo sciopero che i metalmeccanici hanno indetto, facciamo sì che non sia inutile. Perché non si può morire per lavoro. Anzi, peggio, non si può morire per lavorare in una fabbrica che sta chiudendo. E che forse proprio per questo aveva allentato i controlli per la sicurezza dei propri addetti. Non si può morire come Antonio, che sarebbe dovuto tornare a casa alle dieci, alla fine del proprio turno, ma che è dovuto rimanere per mancanza di un sostituto, condannato allo straordinario dal contratto di lavoro che lo impone negli impianti a ciclo continuo.

Gli imprenditori dovrebbero capire finalmente che la questione sicurezza deve essere la prima delle loro preoccupazioni, non l’aumento della produttività, e per primi loro devono impegnarsi affinchè gli operai possano andare al lavoro con la certezza di poter la sera tornare a casa. Devono investire più e meglio sulla sicurezza, perché solo così si può cercare di spezzare questa catena di morti infinite.

Partiamo dal Testo Unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro approvato pochi mesi fa dal Parlamento, facciamo sì che la legge delega sia pronta al più presto, e soprattutto intensifichiamo i controlli, perchè le leggi, una volta varate, devono esser poi applicate.

Ma mettiamoci in testa che il problema si risolve anche acquisendo la consapevolezza che è tutto il sistema – lavoro che va modificato. Iniziamo, ad esempio, a non parlare più di “mercato del lavoro”. In un mercato non ci sono persone, ma merci, che quando si deteriorano vengono semplicemente sostituite. Nel mondo del lavoro, invece, ci sono le persone, che quando scompaiono lasciano un vuoto incolmabile, e un senso di colpa che tutti, dalle istituzioni alle imprese, dovrebbero avere la responsabilità di assumersi.

Mettiamoci in testa che la questione della sicurezza sul lavoro è strettamente legata alla precarietà e che sconfiggere la seconda significa inevitabilmente sconfiggere la prima.

Non rendiamo inutile la morte di Antonio, partiamo da questa tragedia per fare un’inversione di tendenza. facciamo sì che il suo sacrificio sia servito a qualcosa. Magari a scrivere un articolo, tra qualche tempo, in cui si dica che gli “omicidi bianchi” siamo diminuiti. Io non vedo l’ora.

 

Elisa Mariotti, responsabile Lavoro Federazione Giovanile Comunisti Italiani




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