A Barcellona P.G. (Me) un artista “concettuale” ha installato in una piazza, ai tempi dell’Amministrazione comunale di centro-sinistra, un Seme d’Arancia monumentale, per celebrare i “bei tempi” in cui, in realtà, i lavoratori e le lavoratrici dei magazzini d’agrumi venivano sfruttati, giorno e notte, per poche lire. Ora, l’amministrazione comunale di centro-destra vuole spostarlo di alcuni metri, contro il parere dell’artista, che dà causa. A pagare le spese devono essere i cittadini, prima e dopo. Il Centro Studi “Nino Pino Balotta”, affinché venga ristabilita la verità storica, ne chiede la rimozione immediata.
Assistiamo allibiti alla triste vicenda, con strascichi giudiziari, che interessa il Seme d’Arancia monumentale che fu installato anni fa, con il beneplacito dell’Amministrazione pro-tempore e a spese dei cittadini, nel piazzale della vecchia stazione ferroviaria di Barcellona P.G., e che ora, in seguito alla ristrutturazione dell’intera area, decisa dall’attuale Amministrazione, dovrebbe essere spostato, a quanto pare di alcuni metri, all’interno dell’ex scalo ferroviario. Emilio Isgrò, che ha realizzato l’opera, ha dato causa al Comune di Barcellona P.G., perché contrario a tale spostamento, che dice non essere stato concordato con lui e tale da alterare il significato dell’opera stessa, rientrante nella cosiddetta “arte concettuale”, quindi ruotante, per definizione, intorno a “concetti”. Ha pure spiegato, almeno a quanto ci par di capire leggendo la stampa locale, che il “concetto” sarebbe questo: gli anni dell’immediato dopoguerra, nei quali a Barcellona P.G. prosperava il commercio degli agrumi, rappresentano un esempio di dinamismo economico, che oggi dovrebbe essere imitato per giungere ad una rinascita della città del Longano. Il suo monumento, in una sorta di rito pagano, dovrebbe propiziare tale rinascita. Se questo è il “concetto” che il Seme d’Arancia intende racchiudere e trasmettere, lo contestiamo “in toto”. Il Centro Studi “Nino Pino Balotta”, a tal proposito, intende ristabilire la verità storica. Altro che dinamismo economico-sociale! L’era in cui prosperavano a Barcellona P.G., ma anche a Milazzo, passando per la Valle del Mela, i magazzini in cui si traevano le essenze dagli agrumi o si smistavano questi stessi prodotti o i prodotti ortofrutticoli (in particolare i pomodori), per destinarli all’esportazione, va ascritta tra le più buie della storia della città e dell’intera zona tirrenica. I lavoratori (i cosiddetti “spiritari” o “spumatori”) e le lavoratrici (le famose “cernitrici”) venivano sfruttati a sangue, lavoravano anche quattordici ore al giorno per una paga misera. Un volantino diffuso allora dalla Camera del Lavoro di Messina denuncia queste condizioni disumane di lavoro e dà conto delle grandi lotte che il Partito comunista italiano ed il suo sindacato di riferimento dovettero fare per ottenere diritti minimi, come la stipula di un contratto di lavoro, il pagamento dello straordinario, fino a quel momento non corrisposto neppure per il lavoro notturno, il rimborso delle spese di viaggio per i lavoratori forestieri, la corresponsione della paga almeno quindicinalmente, piccoli aumenti del salario. Sul retro del volantino è riprodotta una ballata del poeta popolare Francesco Mancuso, dirigente comunista, intitolata “Canzone delle pomidoraie”, che descrive dettagliatamente lo sfruttamento a cui venivano sottoposti i lavoratori e le lavoratrici dei magazzini ortofrutticoli, del tutto simile a quello della manodopera impiegata nei magazzini di agrumi. Scrive Mancuso: “Chi semu: boi ’ntaccati ’nta lu carru? / Di carni semu e non di ferru, / s’u principali si voli ricchiri / mi travagghia iddu e so mugghieri! // Chista è vita di cani e non di genti, / chi s’arricchisciunu sti birbanti. / A nui manca dill’acqua fin’o sali, / a ugghia, u filu, finu o itali” ( “Che siamo: buoi legati al carro? Siamo di carne e non di ferro, / se il principale si vuole arricchire / lavori lui e sua moglie! // Questa è vita da cani non da essere umani, / e si arricchiscono questi birbanti. / A noi manca dall’acqua fino al sale, / l’ago, il filo, fino al ditale”). Nino Pino Balotta, al quale è intitolato il nostro Centro, guidò le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici contro i padroni dei magazzini di agrumi e di prodotti ortofrutticoli. Perciò proponiamo che il Seme d’Arancia venga restituito all’autore (ma chi paga le spese, a quanto pare ammontanti ad alcune decine di migliaia di euro, effettuate per realizzare ed installare l’opera?) ed al suo posto venga installato un monumento, questa volta d’arte realista, che ritragga i lavoratori e le lavoratrici dei magazzini d’agrumi e di prodotti ortofrutticoli ed il loro sacrificio immane. Certi artisti d’avanguardia, con le loro azioni eclatanti, ci ricordano i futuristi, ben descritti da Gramsci come dei ragazzotti, che fanno baldoria nel bosco, finché arriva il guardiacaccia, alza la voce e ristabilisce l’ordine. Barcellona P.G., 15 novembre 2011 Antonio Catalfamo, Direttore del Centro Studi “Nino Pino Balotta”
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